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Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

Attualità

LEI, per favore diamoci del lei 

Antonia Bonomi 

Non so se vi siete accorti, ma capita sempre più spesso di essere apostrofati con il tu. Per carità, niente di male se accade tra colleghi, coetanei, persone che esercitano lo stesso tipo di "potere" o, come nel mio caso, se siete voi che mi seguite da anni e che, come dite, mi considerate un'amica, con lo stesso tu vi rispondo perché anch'io vi considero amici. Quello che per me è discriminatorio e sgradevole  è quando l'uso della seconda persona singolare, il "tu" e non sempre espresso con tono rispettoso, è usato per apostrofare chi è in palese stato di minoranza fisica, psicologica  o sociale come gli anziani, gli ammalati, gli extracomunitari, i mendicanti, le domestiche o, come si chiamano adesso, colf e badanti difficilmente d'età adolescenziale, anche quando non sono le proprie ma stanno portando a spasso figli o anziani altrui. Parlo di fatti ai quali ho assistito in prima persona come il tu sbrigativo, seccato, accompagnato da mosse sgarbate nei confronti di anziani in un pensionato, il tu degli infermieri ai pazienti che non siano bambini o adolescenti e ai parenti dei pazienti, per rispondere allo straniero che chiede un'informazione,  per allontanare l'extracomunitario che ti vuole appioppare accendini o il lavavetri abusivo, per recuperare l'automobile al parcheggio anche se non sei un cliente abituale. Di esempi se ne potrebbero citare a decine, e anche quando non sono palesi manifestazioni di mancanza di rispetto ne ho sempre riportato un'impressione di fastidio. Qualcuno può obiettare che anche il "lei" è discriminatorio, potrebbe indicare la volontà di tenere a distanza l'interlocutore, ma è un'argomentazione che non attacca: se non esistono le premesse indicate all'inizio, il lei è sinonimo di rispetto per l'altro, per la sua identità. Chi da del tu per principio dovrebbe tenere presente che, paradossalmente, non esercita una forma di superiorità: il tu indica confidenza, è riconoscere uno stato di parità, perciò lo pone al livello delle persone, inferiori, cui sta mancando di rispetto. Vorrei proprio vedere la faccia di quel tizio tutto azzimato che l'altro ieri è entrato per la prima volta nel bar che frequento da anni, e dove da anni ci diamo  del lei anche se mi sorridono mentre sono ancora fuori dalla porta e non mi avvicinano lo zucchero perché sanno che bevo il caffè amaro, e al banconista non più giovanissimo, comunque più anziano di lui, si è rivolto con un: "Fammi un caffè, rapido perché ho fretta".  Mio Dio, paragonarmi al cameriere di un bar! Pensiamoci su: è bello conoscersi con il lei e passare al tu se si scopre affinità, non fa sentire meglio, ma neppure peggio, non comperare accendini o fazzolettini dall'ennesimo extracomunitario dicendogli semplicemente: "Non ne ho bisogno", piuttosto che: "Guarda che non ho spiccioli, non farmi perdere tempo", se non peggio.