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Anno
8
Numero
25

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

Il Consulente

 

LAVORO E CARRIERA dal curriculum al test e colloqui di lavoro

Almalinda Giacummo

In molti si cerca lavoro e spesso se ne rifiutano alcuni a causa dei test e dei colloqui attitudinali: perché, non basta il nostro bel curriculum? Forse no, specie se è scritto male.  Ecco alcune indicazioni.
Innanzitutto, centrata in alto nel foglio va la dicitura CURRICULUM VITAE cui segue, ma in qualche caso può anche precedere, l’indicazione di nome, cognome, indirizzo, numero telefonico con specifica di eventuale segreteria telefonica o orari precisi, ed ogni altro dato utile a rintracciarci in qualunque momento, quali un  indirizzo e-mail o il numero del cellulare. Poi le informazioni personali, come il luogo e la data di nascita, lo stato civile, usando termini quali libero/a, celibe/nubile, coniugato/a (evitando quindi il termine “single”), eventuali figli a carico con la specifica della loro età. Per gli uomini: da ricordare la posizione rispetto al servizio militare, con terminologie quali “da assolvere, in corso, assolto, militesente, riformato”, comunque fino a i 35 anni di età, mentre è superfluo indicare il grado, a meno che non si tratti di un curriculum per un concorso che serva ad un eventuale avanzamento di carriera. Vanno, poi, inseriti la formazione ed i titoli di studio dai più recenti ai più vecchi: in caso di laurea vanno riportati la facoltà, l’anno di conseguimento, l’indirizzo di specializzazione, l’università, il titolo o l’argomento della tesi e la votazione se dal 99 in su. Per la maturità se ne debbono ricordare il tipo (classica, scientifica...), l’anno, l’istituto e la votazione se dal 45/70 in su. A seguire i corsi che possono aver aiutato nella formazione professionale, specificandone l’argomento, la durata, l’istituto e gli eventuali attestati. Quindi le lingue, distinguendo fra scritto e parlato, ed usando termini quali madrelingua, fluente (ottimo), buono, discreto, scolastico; le conoscenze informatiche, indicando i programmi che si è in grado di usare e a quale livello. Le esperienze professionali, di lavoro: dalla più recente alla più vecchia, descrivendo chiaramente la posizione, le mansioni svolte e le competenze maturate. Poi le altre informazioni e gli interessi, che vanno citati senza esagerare quando rilevanti, ed eventualmente correlati con la posizione per la quale ci si candida, uguale discorso per le aspirazioni. Alla fine si può aggiungere una dicitura del tipo «Ai sensi della L 675/96 autorizzo al trattamento dei dati qui contenuti ai fini di ricerca e selezione del personale», necessaria per la legge sulla privacy. Una volta inviato questo bel curriculum, si aspetta una chiamata, una lettera: queste arrivano dal direttore del personale ed invitano a test e/o colloqui. Incubo! Perché per ottenere il lavoro bisogna fare meglio di tutti gli altri! Esiste qualche differenza fra le piccole e le grandi aziende: mentre le prime si affidano maggiormente ai colloqui, le seconde devono necessariamente fare una prima selezione scritta, altrimenti non finirebbero mai di parlare con tutti. Ma andiamo con ordine: nella maggior parte dei casi i test non hanno direttamente a che fare con il ruolo che si dovrà ricoprire, ma riguardano le reazioni, l’inventiva. I test attitudinali dovrebbero dimostrare che cosa si sa fare, quali nostre doti potrebbero far comodo all’azienda, e sono per lo più prove a tempo, quali addizioni da risolvere a senso e piccole operazioni da fare a tutta birra; oppure una valutazione delle capacità organizzative ed amministrative, mettendo in ordine alfabetico nomi e carriere e viceversa, raggruppare per categorie a seconda del lavoro, dell’età, del sesso... , o, ancora, se si tratta di un lavoro “verbale” abbinare sinonimi e contrari. In caso si cerchi una persona fantasiosa? Di solito gli esaminati si trovano di fronte ad un elenco di parole, o di oggetti, comuni cui bisogna dare un utilizzo insolito, diverso, realizzabile ma inusuale. Qualche volta i test possono essere più specifici e complessi: magari forniscono regole da seguire e si deve controllare che lo stampato allegato le abbia in effetti usate correttamente. In qualunque caso, l’unica è cercare di rilassarsi quanto più è possibile e tentare di rispondere a quante più domande, senza incaponirsi troppo e subito su quelle che sembrano le più ostiche: meglio andare avanti e, nel caso ce ne fosse il tempo, tornare indietro dopo aver risposto alle altre.
Fra i test più “scomodi” c’è sicuramente quello sulla personalità: ogni domanda nasconde trabocchetti insidiosi per cui si può passare per presuntuosi o insicuri, bugiardi o fin troppo aperti. Insomma, tutto ed il contrario di tutto: qui ci sono pochi trucchi, meglio dire la verità e trincerarsi dietro la sincerità più ingenua. Occhio, però, a non passare da imbranati. Terribile anche i colloqui di gruppo, dove farsi notare può essere un’impresa, specie se siamo in compagnia di persone che hanno la tendenza a tenere banco, e per fortuna non è una caratteristica sempre richiesta sul luogo di lavoro. Le aziende ed i loro esaminatori cercano di individuare le persone più “coraggiose”, che parlano per prime, quelle più spigliate, i mediatori, gli ascoltatori ed i pazienti, poi scelgono in base alle necessità: qualcuno ancora più serio tiene conto di quello che annota per riservarsi di chiamare in futuro, nel caso in cui ce ne fosse bisogno. Errore grossolano è svalutare questa prova, considerandola un gioco, così come tentare di imporsi a tutti i costi: farsi notare va bene, ma peccare di presunzione no! Ultimo ostacolo è poi il colloquio personale, quello in cui siamo decisamente soli: una delle tattiche più utilizzate è quella di farci svelare il nostro carattere da soli, magari lasciandoci in sospeso per diversi minuti fra una domanda e l’altra, o incalzando sempre con nuove domande. Due soluzioni: in caso di lunghi silenzi dopo la nostra risposta possiamo chiedere se siamo stati chiari nel nostro discorso, mentre in caso di brusche interruzioni  possiamo chiedere gentilmente, ma con fermezza, di terminare quanto iniziato. Autocontrollo e dialettica, quindi, le armi migliori.
Inoltre, a giocare altre carte a nostro favore, o svantaggio, sono anche la postura e l’abbigliamento: in effetti, se la persona che viene intervistata suda copiosamente, si “cincischia” le mani freneticamente, incrocia ostentatamente le braccia sotto il petto, accavalla e scavalla le gambe in continuazione, si morde le labbra o, peggio, le mani, il risultato è quasi scontato, a meno di test fantastici e di un posto di lavoro che non comporti contatti con il pubblico. Mentre, per quanto se ne dica, l’abito fa ancora il monaco e buchi, sdrucimenti, brutti tagli, l’essere trasandati e sporchi, non sono sicuramente buoni biglietti da visita: sobrietà ed eleganza pacata vanno bene per lavori a contatto con gli altri, sportività comoda per mestieri più fisici, buon taglio per incarichi manageriali. A volte ci sono mestieri che sembrano richiedere un abbigliamento più aggressivo, ma questo dipende molto dalle direttive aziendali: pericoloso presentarsi con minigonne ascellari, tacchi vertiginosi in pieno giorno, o la giacca elegante sporca sul colletto e piena di forfora.
Ultima nota per i colori: evitare possibilmente il rosso, ma anche il nero ed il bianco, in generale tutti i colori che possono infastidire chi ci guarda, puntando sui classici quali il beige, l’ecrù-corda, il marrone chiaro, il verde morbido, il rosa pastello, il grigio chiaro.
Il consiglio è sempre lo stesso: va bene essere se stessi e cercare di distinguersi nella massa, ma senza esagerare, altrimenti finiamo con il distinguerci sì dalla massa, ma di quella dei disoccupati!