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Anno
8
Numero
43

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

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Costume

IL VITTORIANO DI NUOVO A ROMA Torna finalmente alla città di Roma uno dei monumenti più imponenti che la storia ricordi

Almalinda Giacummo

Ci siamo, manca poco ormai, e gli italiani si impossesseranno di nuovo del Vittoriano! E che cos’è? Pochi, pochissimi lo sanno: si tratta di quell’enorme monumento bianco che campeggia in piazza Venezia a Roma e che nel corso dei decenni è stato soprannominato macchina da scrivere, torta nuziale e, poco elegantemente, “pisciatoio”. In effetti, è il monumento dedicato ad uno dei più grandi re che l’Italia abbia avuto: Vittorio Emanuele II, che dal 4 novembre sarà aperto a romani e turisti gratuitamente.Vittorio Emanuele II
Il Vittoriano venne ideato all’indomani della presa di Roma, quando la città divenne Capitale d’Italia e c’era la voglia di rendere moderna una città che doveva essere il simbolo stesso del passaggio da uno Stato all’altro: a simboleggiare questo cambiamento vennero ideati sia il Vittoriano sia il Palazzaccio, ovvero il Palazzo di Giustizia di piazza Cavour. I due monumenti, oltre ad essere espressione del nuovo stato di cose, servivano anche da contrapposizione ai grandi monumenti della Roma papale, quali la Basilica di S. Pietro e Castel Sant’Angelo: la basilica del primo pontefice contrapposta a quella del primo re e la sede del papalino potere autoritario ed assoluto contrapposta al simbolo dell’equità e giustizia del nuovo Stato. Inoltre, la grande serie di colonne della facciata copriva la vista della vicina chiesa dell’Ara Coeli.
Alla morte di V. Emanuele, avvenuta il 9 gennaio 1878, lo Stato si mise in moto ed il 16 maggio il ministro Giuseppe Zanardelli promulgò la legge tanto attesa per la costruzione. Nel 1882 fu indetto un concorso nazionale ed a vincerlo fu Giuseppe Sacconi. Il progetto si ispirava ai grandi monumenti antichi: l’altare di Pergamo e il tempio di Palestrina, qualche ingerenza superiore dovette comunque esserci, perché ad esempio venne utilizzato il botticino di Brescia e non il travertino del progetto iniziale. Guarda caso, il materiale proveniva dalla zona d’origine dello stesso Zanardelli. I lavori durarono parecchi anni in quanto  la piazza andava ridisegnata in funzione del nuovo monumento: il palazzo di S. Marco fu arretrato, mentre il Torlonia direttamente abbattuto. L’inaugurazione avvenne nel 1911, proprio in occasione dei primi 50 anni di Roma Capitale. Si trattava, e si tratta ancora oggi, di un grande sfoggio di arte scultorea in bronzo ed in marmo, mentre i temi scelti, mitologici e non storico-evocativi del Risorgimento come voleva lo Stato, riportano alla celebrazione di tutta l’Italia, sempre ricordando i temi trattati nel museo interno al monumento.
La scala frontale è larga alla base 41 m, ha 243 gradini, mentre l’altezza totale del monumento è di 63 m circa: salendo la scalinata si incontrano due bei leoni alati, opera del Tonnini, poi due Vittorie su prore rostrate. Sul primo ripiano sorge l’Altare della Patria: nella nicchia centrale è la statua della dea Roma, opera dello Zanelli, dentro l’altare è sepolto dal 1921 il Milite Ignoto, cioè la salma di uno sconosciuto soldato caduto, simbolo dell’eroismo ignoto dei combattenti della Prima Guerra Mondiale. Si salgono le scale laterali e, dopo un’apparente calma nella decorazione, con  pilastri lisci sormontati da una testa muliebre, ecco le grandi colonne con il loro architrave decorato da un fregio continuo di festoni di quercia con gigli e cimieri, sopra cui è posto il gruppo equestre di V. Emanuele, opera del Chiaradia ma rifinito dal Gallori. L’idea iniziale del Sacconi, però, non vedeva il re a cavallo, ma in apoteosi, con gli indumenti regali “coronato dal Genio di una Vittoria primo re d’Italia in Campidoglio”. La statua è alta 12 m: è frutto della fusione di 50 tonnellate di bronzo e, aneddoticamente parlando, prima della chiusura della pancia del cavallo, all’interno poterono sedere attorno ad un tavolo circa 20 persone. Quindi le 16 colonne del portico alte 15 m e quelle dei Propilei: all’interno, al coperto, sono i mosaici allegorici del Bargellini e del Rizzi, le statue della Pittura e della Scultura del Gangeri: mirabolante il panorama che si gode da quassù.
Le allegorie nei frontoni dei Propilei alludono al trionfo dell’Italia libera ed unita, con il Tirreno e l’Adriatico, rappresentate nelle due grandi fontane laterali, la nazione è rappresentata nella sua fisicità dalla sedici regioni dell’attico (Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia, Calabria e Sardegna), mentre la figura equestre di Vittorio Emanuele II, padre della Patria, domina la scena dal basamento sorretto dalle quattordici città principali (Urbino, Ferrara, Genova, Milano, Bologna, Ravenna, Pisa, Amalfi, Napoli, Firenze, Torino, Venezia, Palermo e Mantova), ed in special modo dalla dea Roma, verso cui convergono i cortei delle virtù che rendono forti una nazione: il lavoro e l’amor patrio. Sui parapetti delle terrazze inferiori sono i gruppi scultorei della Forza, opera di Augusto Rivalta, della Concordia, di Ludovico Pogliaghi, del Sacrificio, di Leonardo Bistolfi, e del Diritto, di Ettore Ximenes. E poi le Vittorie di Eugenio Maccagnani, i fregi di aquile, la lupa, la Rivoluzione di Ferrari e la Guerra del Maccagnani.
Le critiche che ha sempre suscitato questo monumento sono dovute più che altro alla confusione che ispira con le sue masse fin troppo articolate e le tante decorazioni, forse dovute più all’impeto celebrativo che ad un piano artistico preciso e “di moda”. Ma la gente lo guarda, attratta da tutto quel bianco e ai turisti piace perché maestoso, perché incuriosisce e perché ogni volta, affacciandosi dalle sue futuristiche terrazze, renderà Roma scena di paesaggi suggestivi e sempre nuovi.