Filippo Neri

Un cuore grande, uno spirito profondo e una fantasia geniale

Antonia Bonomi

Scherza coi fanti e lascia stare i santi… me lo dico ogni volta che mi accingo ad osservare le personalità di un santo, o che si vuole tale; quando il soggetto mi lascia perplessa la scheda finisce nell’archivio in attesa di diventare un pezzo, questa volta non faccio nessuno sforzo ad essere intellettualmente onesta e a non attirarmi strali.

Filippo (Romolo) Neri nasce a Firenze, da un’ottima famiglia borghese e seguace del Savonarola, i cosiddetti “piagnoni”. È il secondogenito di Francesco notaio e Lucrezia, la primogenita si chiama Caterina e dopo di lui nasceranno due altri bambini. La madre muore quando Filippo ha solo cinque anni, il padre si risposa e la matrigna Alessandra si affeziona ai figlioli acquisiti.
La prima istruzione la riceve in casa, poi va presso il maestro Clemente e frequenta il Convento di San Marco Evagelista. È un appassionato degli scritti di Jacopone da Todi, che nel tempo farà musicare, legge le Facezie del Pievano Arlotto, un libro umoristico scritto da un sacerdote fiorentino. Il padre manda in malora la famiglia “facendo l’alchimista” e a diciotto anni lo invia a San Germano, l’odierna Cassino, presso uno zio mercante perché impari il mestiere. Filippo si reca spesso a pregare all’abbazia di San Benedetto, si crea una cappellina alla cosiddetta Montagna Spaccata presso Gaeta (è visibile anche ai nostri giorni), dove si raccoglie quotidianamente in preghiera. Lascia lo zio, che lo vorrebbe erede delle sue sostanze, e diciannovenne eccolo a Roma. È il 1534, la città si sta riprendendo dal sacco dei Lanzichenecchi, durato quasi un anno a partire dal 6 maggio 1527, Filippo alloggia presso il capo della Dogana pontificia, il fiorentino Galeotto Caccia, e diventa precettore dei suoi figlioli, intanto studia all’università, frequenta i corsi di teologia presso il convento di Sant’Agostino approfondendo la conoscenza dei Padri della Chiesa e di San Tommaso. Ma non gli basta, un bel giorno vende i libri, dona il ricavato ai poveri, una fonte specifica che il beneficiato è Guglielmo Sirletto, un ragazzo calabrese che diventerà cardinale. Alterna la preghiera all’assistenza ai malati, infatti presta la sua opera presso l’Ospedale San Giacomo, e in quegli anni conosce Ignazio di Loyola, Carlo Borromeo con il quale stringe una forte amicizia, Camillo de Lellis e con loro contribuisce alla riforma della Chiesa. Lascia la casa dell’amico fiorentino e incomincia a girovagare per le strade di Roma parlando e scherzando con poveri e ricchi, unendosi ai giovani sbandati, giocando con loro, conquistandoli con la sua ironia che gli permette di inserire brani del vangelo nei discorsi apparentemente frivoli e raccomandazioni tra le quali la famosa: “Fratelli, state allegri, ridete pure, scherzate finché volete, ma non fate peccato”, e dormendo dove capita. Filippo si reca spesso alle catacombe di San Sebastiano per trascorrervi la notte in preghiera e in contemplazione. E proprio in questa sede, nel giorno di Pentecoste, mentre è in preghiera estatica un globo di fuoco gli penetra nel petto dal lato del cuore spezzandogli due costole. Il cuore si dilata creando una protuberanza nel torace, secondo testimoni del tempo a volte lo si vedeva battere fortemente attraverso la tonaca e accostando la mano si sentiva uno strano calore. Alla sua morte i medici confermeranno che il cuore era insolitamente grande e due costole si erano rotte per consentire la dilatazione.

Su consiglio di Persiano Rosa, suo padre spirituale, nel 1548 fonda con altri laici la Confraternita della Trinità dei Pellegrini e dei Convalescenti, creata per accogliere e soccorrere pellegrini malati o in difficoltà, per i convalescenti dimessi dagli ospedali e ancora bisognosi di cure, per la povera gente delle borgate. E questa confraternita è il motore e il centro del Giubileo del 1550. Nel frattempo lancia la pratica delle Quarantore per incentivare il culto dell’Eucarestia. Filippo è laico, nel 1551 il suo confessore lo convince ed è ordinato sacerdote, va a vivere presso il convitto di San Girolamo della Carità, dove si possono visitare le stanze che ha occupato per circa trent’anni. Vorrebbe partire missionario, ma capisce che il suo missionariato lo può svolgere in quella città povera e corrotta che è Roma. Da sacerdote amministra in particolare il sacramento della confessione, per ore e ore ascolta i peccati altrui e capita che dia penitenze in linea con il suo carattere arguto. Ad una notoria pettegola ordina di camminare per strada spennando una gallina morta e poi tornare a raccogliere tutte le piume volate via. Secondo il suo pensiero, la figuraccia fatta è un buon deterrente per il peccatore e per chi ha modo di vedere la penitenza.

Per togliere dall’ozio e dai vizi quanta più gente è possibile, in un granaio sopra la chiesa si riuniscono quotidianamente i più svariati personaggi, sono presenti tutti i ceti sociali nobiltà compresa, arti e mestieri, professioni, per pregare e commentare libri di ascetica, storia della Chiesa o vite dei santi. Filippo pone quesiti e dubbi, si avviano discussioni intervallate da canti. Così nasce l’Oratorio e tra i frequentatori ci sono personaggi che diventeranno celebri per la loro santità. L’Oratorio è anche un laboratorio musicale perché le laudi si trasformano da monodiche a composizioni a più voci con l’accompagnamento di uno strumento musicale. Lo stesso Filippo crea sonetti che vengono musicati.
L’attività dei membri non è rivolta solo al perfezionamento spirituale, a turno tutti devono prestare servizio come infermieri nel vicino Ospedale di Santo Spirito aiutando i più bisognosi, assistendo fino all’ultimo respiro gli agonizzanti.
Nel 1564 nascono i preti discepoli di Filippo, chiamati Filippini o Oratoriani.
Filippo ama abitare in alto per poter contemplare il creato, essere più direttamente a contatto con Dio e le sue creature, ama stare all’aperto, spesso conduce i frequentatori dell’Oratorio in qualche giardino dove proseguono letture, dibattiti e canti. Nelle sue stanzette tiene una gatta, ci sono alcuni uccellini in una gabbia sempre aperta, e il cagnolino Capriccio, un bastardino bianco a chiazze rosse. Apparteneva al cardinale di Santa Fiora, ma un giorno ha incontrato Filippo, è stato conquistato dalle sue carezze e non ha più voluto saperne di tornare dal padrone. E Filippo se lo porta a spasso al guinzaglio per le strade di Roma. Nel 1575, papa Gregorio XIII concede a Filippo e alla sua comunità la chiesa di Santa Maria in Vallicella, poco più che un rudere, e che in capo a pochi anni viene completamente ricostruita. Filippo va ad abitarci nel 1588 e vi morirà il 26 maggio del 1595. Per il suo carattere gioviale, arguto più che ironico-sarcastico, è amato da tutti e questo gli attira le invidie di altri prelati, in particolare del cardinale Virgilio Rosari che gli proibisce persino di confessare. Sarà suo avversario per tutta la vita.
Intelligente e originale, in contrapposizione al giovedì grasso con i suoi eccessi carnevaleschi, nel 1552 Filippo idea il pellegrinaggio alle Sette Chiese. La sera del mercoledì si visita San Pietro, la mattina seguente è la volta di San Paolo fuori le mura, San Giovanni in Laterano, San Lorenzo, Santa Croce in Gerusalemme, dopo un lungo giro ecco San Sebastiano sull’Appia per tornare a Santa Maria Maggiore. Nel mezzo sosta a villa Celimontana per riposare le “stanche membra” dalla lunga camminata, conversare e fare merenda. Questo episodio è illustrato in un quadro del XVIII secolo, opera di un anonimo, conservato nella chiesa di Santa Maria in Vallicella dove si trovano altri dipinti, tra i quali quello di Guido Reni nel quale Filippo è ritratto con la Madonna, alla quale era particolarmente devoto, e tanti altri che illustrano la vita di questo straordinario personaggio che ha rifiutato la berretta cardinalizia perché si sentiva più a suo agio come semplice prete. La visita alle “Sette Chiese” è un pellegrinaggio ancora praticato, oltre ad essere diventato un modo di dire… per dire che si è fatta una grande e lunga fatica, in pratica il giro delle sette chiese, per ottenere qualcosa.

Gli ultimi anni di Filippo sono caratterizzati da gravi malattie, sembra sempre che stia per morire ma si riprende e ricomincia la solita vita: in perenne movimento, generoso e sorridente, tenero e discreto, pronto ad accorrere dove c’è qualcuno da aiutare fisicamente, psicologicamente, materialmente. Da una di queste malattie sembra sia stato guarito dalla Madonna che in vecchiaia si dice gli sia apparsa spesso. Filippo aveva estasi, durante le quali levitava e il suo cuore batteva così forte da far vibrare gli oggetti vicini, malgrado tentasse di nasconderli questi episodi accadevano anche mentre diceva la messa e lo lasciavano senza forze. Gli sono stati attribuiti miracoli anche in vita, tra i più citati c’è quello che riguarda il quattordicenne Paolo, figlio del principe Fabrizio Massimo. Il ragazzino muore in seguito ad una lunga malattia, Filippo avrebbe voluto assisterlo, ma arriva tardi e si raccoglie in preghiera. All’improvviso, tra lo stupore di tutti, il giovinetto si risveglia, fa il suo bisognino nel vasino e parla con Filippo. Questi gli chiede se sarebbe morto volentieri, il piccolo risponde di sì perché così si sarebbe ricongiunto in cielo con la mamma e la sorellina, Filippo gli dice di andare in pace e il ragazzo chiude definitivamente gli occhi, addormentandosi nel sonno eterno. È il 16 marzo del 1584, in quel giorno da quell’anno i principi Massimo aprono la loro casa ai visitatori per mostrare la camera del miracolo trasformata in cappella.
Filippo è consigliere spirituale di papa Clemente VIII, che convince a farsi prete nel 1580, è tale la sua autorità morale riconosciuta universalmente che è lui ad essere pregato dal re di Francia Enrico IV, ex ugonotto fattosi cattolico (Parigi val bene una messa!), perché interceda per lui presso il papa convincendolo della sincerità della sua conversione. Cosa fa Filippo? Ordina al cardinale Baronio, confessore del pontefice, di non assolverlo finché non capitolerà. Il papa lo farà alla morte di Filippo, avvenimento che lo sconvolge, e per riconoscenza Enrico vuole Filippo Neri tra i protettori della Francia.
L’insegnamento spirituale di Filippo si può riassumere in quattro punti: tenerezza verso il prossimo, prevalenza delle mortificazioni spirituali (soprattutto della vanità) su quelle corporali, la letizia per potenziare le energie positive dello spirito e della psiche (pensiero positivo ante litteram?), semplicità evangelica nello stile di vita, applicato in prima persona. Non bisogna lasciarsi confondere dall’apparente semplicità dei suoi precetti, che in realtà erano sostenuti da un’ascesi profonda non sbandierata. Consigliava di non fuggire mai la Croce che il signore mandava, perché se ne sarebbe trovata una più grave perciò meglio accoglierla con animo sereno. Pregava il Signore perché gli tenesse una mano sul capo perché… senza l’aiuto del cielo temeva di combinarne una delle sue. Alla fine della Messa, congedava i fedeli dicendo loro:”Orsù, la vostra ora di preghiera è finita, ma non è però finito il tempo di fare del bene”.

Proprio per la sua generosità verso tutti senza distinzione di censo era chiamato “Pippo bono”, per la sua allegria contagiosa era affettuosamente soprannominato “buffone di Dio”, ha avuto fama di santità anche in vita ed eccolo subito dopo la morte dichiarato Santo della gioia, Apostolo di Roma, infatti è considerato dalla Chiesa il Secondo apostolo di Roma essendo il primo San Pietro.
Tra le sue frasi celebri troviamo il famosissimo “State buoni se potete”, e la meno famosa ma molto efficace “Ma và a morì ammazzato… per la fede!”. A chi gli faceva notare l’allegria chiassosa dei suoi ragazzi rispondeva: “Purché non facciano peccato, volentierissimo sopporterei che mi spaccassero la legna sulla schiena”. Ho già detto che chiedeva l’elemosina per i più poveri e per i suoi ragazzi, un giorno un nobile infastidito dalle sue richieste gli molla uno schiaffo. Filippo non si scompone e sorridendo dice: “Questo è per me e vi ringrazio, ora datemi qualcosa per i miei ragazzi”.
Filippo Neri riposa nella chiesa di Santa Maria della Vallicella, in un cappella decorata con opere del Pomarancio. Nel 1610 è beatificato e nel 1622 canonizzato.
San Filippo Neri è invocato contro i reumatismi, i terremoti ed è naturalmente protettore dei giovani.

Com’è San Filippo Neri Dietro Lo Specchio Dell’Astrologia?
Trasparente e fresco come l’acqua di sorgente. Nella sua personalità non c’era traccia di fanatismo, era naturalmente buono, generoso, animato da un sincero e profondo senso della giustizia. L’appartenere al segno del Leone e la Luna nel Sagittario gli regalavano l’esuberanza, l’estroversione, l’amore per tutti e soprattutto per i giovani, per i più deboli. Possedeva una fantasia sfrenata, una creatività geniale e moderna, la superficialità non gli apparteneva in nessuna manifestazione, approfondiva tutto, imparava dall’esperienza e amava insegnare. Ha usato bene l’abilità nel tenere la scena, mescolandola alla semplicità che faceva parte della sua natura. Era un combattente, un rivoluzionario con la vocazione del bene, aveva ben chiari in mente gli scopi per i quali si muoveva ed era determinato a raggiungerli con tutte le sue forze, è stato sempre coerente con se stesso, con il desiderio di essere utile, di convincere usando armi incruente come la giovialità, l’eloquenza persuasiva, stimolante per gli altri. L’intuito gli faceva capire bene gli interlocutori, sapeva captare i loro stati d’animo e senza trucco e senza inganno li convinceva con la forza delle parole e dell’esempio che erano i suoi carismi. Era nato asceta, era religioso nel senso più alto, era un artista con un forte senso del ritmo, era un attore spontaneo, idealista e concreto, pratico perché levitava quando era in estasi ma aveva i piedi ben piantati a terra. I quattro punti del suo insegnamento sono in linea con la sua personalità: Dio non è solo sofferenza, accuse e penitenze, Dio è anche allegria. La sofferenza fa parte della vita, ma se la prendi con serenità e ci si aiuta a vicenda il fardello è più leggero.
Sia ben chiaro che anche Filippo Neri era un essere umano e aveva normali pulsioni sessuali, ma è ben evidenziata l’inclinazione a sacrificare il personale in nome di un progetto più grande, senza manifestazioni collaterali di isteria.
Che dire del cuore ingrossato? Senza voler negare il “miracolo”, Filippo apparteneva al Leone, nel segno c’è anche Marte, era predisposto a patologie cardiache.

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