Teresa d’Avila

TERESA D’AVILA una donna ribelle, una santa

Antonia Bonomi

Confesso che mi ha sempre affascinato la personalità di Santa Teresa d’Avila, o di Gesù, da quando lessi, molti anni fa e non ricordo neppure a quale proposito, in uno dei suoi motti: “Teresa da sola è una povera donna, Teresa con la grazia di Dio una forza, Teresa con la grazia di Dio e il denaro una potenza”.  Mi sembrava un discorso così poco adatto ad una mistica, direttore di anime, riformatrice di conventi. Nel tempo, e con altre letture, leggendo il suo quadro natale (perciò Dietro lo Specchio dell’Astrologia) la personalità di Teresa mi è apparsa più chiaramente e una volta di più mi sono confermata nell’idea che sono strane le vie della santità, ma l’antico fascino che suscitava in me si è trasformato in affetto, un grande affetto verso questa donna che aveva le sue paure, i suoi dubbi, le sue incertezze ma che, una volta presa una decisione, lungamente meditata, non si è lasciata sgomentare da niente, neppure dal rischio di incappare nell’Inquisizione e finire al rogo, che ha massacrato fisicamente  se stessa, ma è arrivata dove si era prefissa di arrivare.
Teresa Cepeda y Ahumada nasce ad Avila, nella Vecchia Castiglia, il 28 marzo del 1515. Il padre, don Alonso Sanchez, era un ebreo convertito che, dopo varie peripezie e l’aver mutato il cognome in Cepeda, era approdato ad Avila, città famosa per la sua tolleranza religiosa. Teresa è la prima femmina, dopo due maschi, del suo secondo matrimonio con Beatriz de Ahumeda, una cattolica molto pia sposatasi a soli tredici anni. Dal precedente matrimonio, don Alonso “esattore delle tasse”, aveva avuto altri due figli, Beatriz gliene partorirà ben nove prima di morire quando Teresa, la beniamina del padre, ha all’incirca dodici anni. Della madre, la santa parlerà come di una bella donna che viveva da reclusa, quieta, intelligente e “gravemente inferma”, indebolita com’era dalle gravidanze continue.
Teresa cresce in una famiglia numerosa in proprio e ulteriormente allargata poiché abita in una casa dove vivono un mucchio di parenti.
La sua è un’infanzia serena e piissima, ma lei è estroversa, piena di vita e femminilmente civetta. Legge molto, è la madre che si diletta con i romanzi cavallereschi e li passa alla figlia, ha una passione per lo scrivere e a quattro mani con il fratello maggiore Rodrigo  scrive un romanzo che, purtroppo, non è mai emerso. È adolescente quando tra lei e un cugino nasce un idillio. Per sua stessa ammissione, infatti si rifiuterà sempre di considerarla una sciocchezza, il padre e i fratelli “furono prossimi a dover difendere il loro onore, poiché lei fu sul punto di perderlo”. E il padre la mette in una scuola religiosa rigorosamente condotta. Per qualche tempo i due cugini si cambiano bigliettini, poi la cosa finisce e Teresa dichiara di sentirsi felice. Aveva amato la lusinga dell’ammirazione, l’intrigo, ora che la cosa è finita si sente sollevata. È in questo periodo che in lei prende corpo d’idea di farsi monaca, anche se non vuole prendere il velo. Secondo le sue parole, si sentiva divisa in due: “Pregavo Iddio perché si degnasse di non chiamarmi, ma avevo paura del matrimonio”. I suoi esegeti mettono in relazione questo timore con il fatto di aver osservato la madre spegnersi progressivamente a causa di tutte quelle gravidanze,. Ma possono esserci, dicono, altre ragioni e queste emergono  chiare dalla sua vita, dai suoi scritti e dall’astrologia: Teresa era ribelle, non amava avere padroni sopra la testa tanto che scherzava con le sue figlie spirituali facendo notare loro che l’aver rinunciato al matrimonio significava l’essere sfuggite alla  soggezione al marito, al dover ridere o piangere secondo gli stati d’animo di lui, e non ai propri, come era richiesto ad una buona moglie. Del resto, si trattava di una considerazione fatta molti secoli prima anche da Sant’Ambrogio che la usava per esortare le fanciulle a farsi monache! La paura delle gravidanze? Anche ma, forse, più il timore di dover dire che non le interessava assolutamente avere figli e, in caso di matrimonio, il non poterli evitare. Infatti, nel quadro di Teresa manca totalmente l’istinto materno: è un’ottima insegnante, una maestra nata con i suoi pianeti nei Gemelli e nel Sagittario, ma non una madre.
Dibattuta tra prendere o meno il velo, Teresa si ammala e torna a casa. Passano lunghi anni durante i quali aiuta il padre a crescere i fratelli, ha vent’anni quando decide di entrare in convento malgrado l’opposizione del genitore. Infatti, fugge e si racconta che mentre stava saltando sulla carrozza le si scoprirono le caviglie suscitando l’ammirazione di un gentiluomo di passaggio. Ridendo, Teresa gli raccomanda di guardarle bene, perché era l’ultima volta che ne aveva la possibilità. Entra come conversa, per dote ha solo la promessa che il fratello Rodrigo ha fatto, in forma di testamento, di lasciarle in caso di morte tutto l’oro che avesse trovato come conquistadores nel Nuovo Mondo. Il padre si rabbonisce e la dote arriva in soldoni e non in promesse. Per sua ammissione Teresa dichiara di essere entrata in convento per paura dell’inferno nel quale l’avrebbe precipitata la debolezza del suo carattere se fosse rimasta nel mondo. Ma è come cadere dalla padella nella brace. Il convento nel quale entra è molto “aperto”, le suore tengono salotto e lei ne è la regina. Allegra, parola facile e arguta, metafore piacevolissime è una perfetta padrona di casa e i visitatori si affollano, per lo più di sesso maschile. Voleva fuggire alle tentazioni, si trova in mezzo alle tentazioni e per di più monaca. Confusa e scoraggiata,  si ammala di nuovo e fa ritorno a casa. La mandano da un noto guaritore, fa una sosta presso la casa di uno zio e trova l’Abbecedario spirituale, un libro che insegna la preghiera mentale e comincia a sperimentarla. La sua malattia dura tre anni, entra  in coma, resta paralizzata a letto, si ristabilisce,  torna al convento e torna a tenere corte . Tra quanti frequentano il suo salotto c’è  un uomo in particolare (non bisogna dimenticare che Teresa era molto bella e, a detta di tutti, affascinante oltre che brillante), che le riserva molte attenzioni. Per sua stessa ammissione, fu un periodo molto tormentoso perché “non godevo di Dio, ma non gioivo del mondo, quando mi trovavo tra i piaceri mondani mi tormentavo pensando a Dio, quando pensavo a Dio mi mancavano i piaceri mondani”. Il tormento dura a lungo, Teresa dubita,  non sa più pregare, cambia continuamente confessore perché non si trova a suo agio, passano gli anni fino ad arrivare attorno ai quarant’anni o poco prima quando, a detta dei suoi biografi, ha un’altra conversione. Riprende la preghiera interiore, iniziano i rapimenti, le estasi, parla con Gesù. Incomincia a circolare il sospetto che sia indemoniata, le vengono consigliati scongiuri perché le visioni “diaboliche” spariscano, ma non c’è niente da fare, tutto continua fino alla visione del “dardo fiammeggiante” che il piccolo Gesù le conficca nel cuore procurandole un dolore che la faceva gemere, ma una dolcezza che non c’era da desiderarne la fine. In questo periodo avvengono anche le nozze mistiche: durante una visione Gesù le porge uno dei chiodi della croce dicendole che da quel momento in poi sarà sua sposa.
All’improvviso le estasi finiscono e, a chi le chiede notizie al riguardo, ridendo risponde di avere trovato un modo migliore per pregare, ma di essere grata di averle provate perché le hanno insegnato il distacco da ogni cosa, compreso l’affetto e l’ammirazione degli altri di cui aveva avuto sempre un disperato bisogno. Ora, la sicurezza e la gioia le troverà all’interno di se stessa. È l’insegnamento a ripiegarsi in sé che sarà uno dei cardini della sua dottrina.

estasi di santa Teresa d'Avila - Bernini- chiesa Di santa Maria della Vittoria Roma

Siamo attorno al 1560, quando è spinta dal suo sposo divino a riformare l’ordine delle carmelitane, si sente direttamente assecondata dal Signore che le ingiunge ciò che deve fare. Una vedova sua amica le procura i fondi necessari e nel 1562 fonda il primo monastero, quello di San Giuseppe.  Da quel momento fino alla sua morte sarà un continuo correre da un capo all’altro della regione per aprire conventi, quelli troppo lontani saranno aperti da altri. Ha molti nemici, i carmelitani vedono nelle sue regole un’implicita critica al loro modo di condurre i monasteri, dal nunzio Filippo Sega viene descritta come: “Femmina inquieta e vagabonda, disobbediente e contumace, che sotto colore di devozione inventa cattive dottrine uscendo di clausura contro i dettami del Concilio di Trento e insegna come maestra, in opposizione a quanto scritto da San Paolo che proibisce alle donne d’insegnare”. Ma Teresa è intelligente e usa tutte le armi in suo possesso, arrivando  a simulare d’essere meno abile di quanto sia, piuttosto scaltra che intelligente, donnetta e non donna di polso. E lo fa tanto bene da confondere l’Inquisizione, da conquistare i nemici, compreso il suddetto nunzio che arriva ad appoggiare presso il re la richiesta di riforma degli Scalzi.
Teresa può quasi essere considerata una femminista ante litteram, anche se è un termine riduttivo in quanto non ha mai rinunciato alle prerogative proprie del gentil sesso, ma ha sempre rifiutato le limitazioni che la società, da sempre, imponeva alle donne. Nel Cammino di perfezione, supplica Gesù di aprire il cervello agli uomini visto che, quando peregrinava quaggiù lui, Gesù, non aveva mai aborrito le donne. E si augurava venisse presto il giorno in cui non ci fosse più motivo, anche da parte della Chiesa, di sottovalutare il lavoro di animi forti e virtuosi per il solo fatto che appartengono a donne.
Nell’ottobre del 1582, mentre si trova a consolare un’amica, viene colta da emorragie e muore la sera del 14. Soffriva di cattiva digestione, reumatismi, aveva il cuore debole e un cancro alla gola (Giove e Marte in Gemelli, il segno dell’eloquenza, opposti a Saturno il pianeta delle prove).
Che dire? Il suo quadro ce la rimanda esattamente come descritta da chi l’ha conosciuta, da chi ha espresso giudizi su di lei, dai suoi stessi scritti: era intelligente, arguta, dotata di dono d’osservazione, eclettica, versatile, ribelle da brava Ariete, anche bastian contrario, ambiziosa, prepotente, autoritaria, arrogante, frivola, civetta ed esibizionista, indecisa e testarda, curiosa,  perennemente insoddisfatta, attaccata ciecamente alle proprie idee, formalista, dotata di senso della giustizia, vitalissima, non sempre sincera non fosse altro che per senso dell’opportunità, ipocondriaca e masochista (ecco le malattie che la coglievano provvidenziali quando non sapeva più che pesci prendere), alla ricerca perenne della felicita che, sestile Sole-Mercurio con Giove, avrebbe potuto trovare verso l’età media, cosa verificatasi con la seconda conversione attorno ai quarant’anni. Mescolando insieme tutti questi elementi disparati, anche con un po’ di violenza perché non mancava d’aggressività, ecco Teresa d’Avila, una gran donna che non avrebbe mai accettato di camminare un passo dietro un uomo mortale prima, e una gran santa poi.
Ultime pennellate curiose: aveva un’acutissima percezione della propria femminilità e della bellezza, la Luna era nella Bilancia. Quando, era attorno alla sessantina, un frate la ritrasse, alla vista della tela Teresa esclamò adirata: “Che dio ti perdoni, fra’ Juan, che dopo avermi annoiata a lungo, mi hai pure dipinta brutta e cisposa!”.
Al momento della morte stava recandosi presso un’amica perché costei voleva che assistesse alla nascita del nipotino. Lungo il viaggio fu raggiunta dalla notizia che il bambino era nato, e Teresa esclamò: “Dio sia lodato, non occorrerà loro la santa!”. Ma chi glielo aveva detto che l’avrebbero santificata?

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