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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Costume
DELITTI
DI GENTE PERBENE: il caso Murri, da fatto di cronaca a delitto celebre
Marina
Marini
Il
processo più famoso del novecento: il caso Murri, che si svolse a Torino nel
1905, per il misterioso omicidio avvenuto a Bologna nel 1902 del conte Francesco
Bonmartini. Protagonisti del macabro fatto, esponenti del bel mondo bolognese:
ad assassinare il conte è stato il cognato, l’avvocato Tullio Murri, figlio
del più autorevole medico del momento e rappresentante di spicco dei
socialisti.
La mandante del delitto, forse, è stata la moglie di Francesco, Linda Murri,
che ha un amante e probabilmente relazioni incestuose con il fratello.
Da fatto di cronaca a delitto celebre
Sesso,
sangue e mistero.
Così titolava,
nel 1974, la locandina del film “Fatti di gente perbene” che Bolognini aveva
diretto ispirandosi al delitto Murri, avvenuto a Bologna nel 1902 e che
condensava, in sole tre parole, i motivi per i quali un dramma familiare, e
quindi privato, era invece diventato un fatto di cronaca capace di eccitare la
curiosità popolare fino ad assumere caratteristiche di vero e proprio
“fenomeno morboso”, superando i confini nazionali ed essere
paragonato al caso Dreyfus.
Come scrive Renzo Renzi nel suo libro “Il processo Murri”: “Il processo fu
un grande fatto spettacolare: un autentico “théatre verité” si potrebbe
dire, fondato sopra una storia vera, col suo delitto conclusivo, dove il
pubblico cercò di capire la società in cui viveva, scorgendone il volto dietro
certe facciate, con una immediatezza che andava decisamente al passo con le
ricostruzioni di una tragedia greca o elisabettiana”.
Le indagini e il processo furono minuziosamente seguiti dalla stampa, con
giornali che triplicarono le tirature, come il cattolicissimo l’Avvenire
d’Italia, protagonista di una vera e propria crociata contro i Murri,
colpevoli, prima ancora di essere giudicati, di rappresentare la borghesia
progressista, laica, positivista e socialista dell’epoca.
Fango anche sull’austera figura del Prof. Augusto Murri, scienziato di fama
internazionale, il più autorevole clinico dell’epoca, titolare della cattedra
di Clinica Medica all’Università di Bologna, padre dei due protagonisti del
delitto: il giudice istruttore Stanzani tentò di accusarlo di complicità,
nonostante la sua completa estraneità all’omicidio fosse evidente, cercando
di volgere le indagini alla
dimostrazione dell’esistenza di un complotto di famiglia.
Il giudice Stanzani era un cattolico osservante, uno che faceva la comunione
tutte le mattine: Augusto Murri si era battuto per togliere l’insegnamento
della religione dalle scuole.
Le vite private dei protagonisti della vicenda (personaggi noti, esponenti di
spicco del bel mondo bolognese), furono sezionate dai giornali di stampo
clericale e date in pasto all’opinione pubblica, generando una battaglia con
la stampa socialista che denunciava la falsità delle affermazioni, pubblicate
al solo scopo di colpire i Murri per ragioni politiche.
Rivelazioni sensazionali poi smentite in sordina, lettere anonime, colpi di
scena, fascicoli giudiziari pubblicati dai giornali ancora prima di essere
esaminati dalle autorità (cosa che provocò la meraviglia della stampa
inglese), la battaglia politica, contribuirono a creare un clima infuocato che
influenzò non poco lo svolgimento delle indagini e che provocarono la decisione
di spostare la sede del processo da Bologna a Torino, per
legittima suspicione.
Sesso e sangue
L’opinione pubblica provò una grande eccitazione in questa vicenda, che fu
quasi la mise en scene di un romanzo romantico e decadente al tempo stesso,
ricco di tutti gli elementi necessari a catturare l’attenzione del pubblico,
ad appassionarlo alle vicende della protagonista, vittima di un matrimonio
disgraziato, che ritrova il suo primo amore di bambina e consuma il suo peccato
di donna nella garçonniere di fianco all’uscio di casa, lasciandosi
coinvolgere dall’amante in festini a base di ostriche e champagne mentre, tra
veleni e pugnali, complotti, messaggi in codice e false identità, il romanzo si
trasforma in tragedia mettendo in scena l’atto conclusivo: il delitto, il
sangue.
Attraverso l’inchiesta l’opinione pubblica poté penetrare nella vita
privata della Contessa Teodolinda Murri Bonmartini e di spiare le sue abitudini
fino a toglierle la maschera di madre e moglie modello svelandone il volto
nascosto: sotto l’apparenza della signora gentile, colta e raffinata forse si
nascondeva una donna corrotta, avida soltanto di piaceri proibiti, capace di
spingersi oltre fino ad avere rapporti incestuosi con il fratello mentre
intratteneva torbide relazioni con
l’amante di lui e così fredda e capace da riuscire ad indurlo ad
insanguinarsi le mani per liberarla da un marito ormai divenuto ingombrante.
Mistero
Le indagini, orientate più
al coinvolgimento di tutti i Murri che a fare vera luce sul delitto, e il
processo, che si svolse in un clima acceso, con le cariche della cavalleria a
disperdere i tafferugli che si creavano fuori del tribunale tra innocentisti e
colpevolisti, non riuscirono, tuttavia, a dipanare l’intricata matassa e a
fare luce sul movente, né sul vero esecutore (o gli esecutori), del delitto,
malgrado Tullio Murri se ne assumesse la completa responsabilità a gola
spiegata.
Ad alimentare l’aura di mistero che ha sempre avvolto il fatto, arrivarono
presto a circolare le voci della completa innocenza di Tullio Murri, sacrificato
dalla famiglia in favore della sorella.
La tesi dell’innocenza di Tullio iniziò a diffondersi subito dopo il
processo, sostenuta da diversi giornalisti e incoraggiata dalla notizia che il
Murri stava completando un memoriale, “Fuor del pelago”, dove
imputava la responsabilità dell’omicidio ad un terzo complice: il
“biondino”, un facchino della stazione scomparso subito dopo l’omicidio e
visto da alcuni testimoni in sua compagnia durante la fuga dopo il delitto.
Il memoriale con le prove della sua estraneità all’assassinio del Bonmartini
rimarrà, tuttavia, inedito.
Sarà la figlia Gianna Rosa Murri a renderlo noto, in parte, su un opuscolo
stampato a proprie spese nella metà degli anni ’70 (prontamente smentita da
Roiss ne’ “L’innocenza di Tullio Murri”), mentre pubblicherà, nel 2003,
un libro dal titolo emblematico: “La verità sulla mia famiglia e sul delitto
Murri”.
Contrariamente alle aspettative generate dal titolo, neanche questo libro riesce
a sciogliere i dubbi: infatti, altro non è che un racconto liberatorio, dove le
prove non vengono prodotte e documentate, ma soltanto raccontate.
Ancora non trovano risposta le domande che, da oltre cento anni, aspettano la
rivelazione: chi fu ad uccidere, e per quale motivo, il conte Francesco
Bonmartini nel suo appartamento di Via Mazzini, a Bologna, la notte del 28
agosto 1902?
Un macabro
ritrovamento I primi sospetti
L’assassino L’inchiesta
La campagna
antimurriana Nuovi elementi: i veleni
I capi d’accusa
Scene da un matrimonio ovvero il movente del delitto
Un “modus vivendi”
Gli eventi incalzano
Il processo
Una signora fin-de-siécle
L’ultima
rivelazione sul delitto Murri
Fonti
bibliografiche
LINDA MURRI una
sconcertante eroina ottocentesca |