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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Costume
DELITTI
DI GENTE PERBENE: il caso Murri, da fatto di cronaca a delitto celebre
Marina Marini
La campagna antimurriana
In prima linea nella conduzione della crociata antimurriana si distingue
l’“Avvenire d’Italia”, giornale cattolico e conservatore, diretto da
Cesare Algranati sotto lo pseudonimo di Rocca d’Adria.
Il giornale, dopo aver avuto la fortuna di pubblicare per primo la notizia della
scoperta dell’appartamentino di Linda Murri, riesce a mettere in piedi una
vera e propria istruttoria pubblica, eccitando i lettori con la pubblicazione di
notizie esagerate e distorte con il chiaro intento di colpire i socialisti
servendosi del caso Murri.
Mira a mettere in risalto come un’educazione “libera da freni religiosi”,
vale a dire socialista come quella che il Prof. Murri ha impartito ai propri
figli, non possa non portare ad aberrazione dell’animo umano: allo scopo,
scriverà che il vero movente del delitto andava ricercato in una gravidanza di
Linda originata dai rapporti incestuosi con il fratello. Il clamore suscitato
dalla notizia impone la pubblicazione del bollettino medico dal carcere nel
quale Linda era reclusa, con la registrazione dei cicli mestruali della contessa
Bonmartini.
Dopo aver adombrato un sospetto di rapporti incestuosi anche tra Linda ed il
padre, il giornale pubblicherà la notizia del ritrovamento, sul corpo di Rosina
Bonetti, dell’impronte lasciate dai denti dalla contessa durante alcuni
“giochetti” praticati dalla
signora con la sua guardarobiera.
Sarà proprio questo genere di notizie a dare origine alla battaglia
giornalistica e politica prima del processo.
Da
“Il Socialismo”: “……..Un giornale pornografico - cattolico di Bologna,
prendendo occasione da un tragico delitto che ha commosso l’Italia tutta e
basando il suo atto di accusa sopra la educazione antireligiosa dell’omicida o
dei presunti omicidi – spalleggiato da un altro giornale nero di Roma e
aizzato da tutta la setta – ha dedicato una intiera campagna – più o meno
gesuitica – alla dimostrazione di queste tesi: -Voi non avete religione,
quindi siete immorali e delinquenti.
E su questa tesi i pretesi moralisti hanno ricamato: hanno esposto, in linee e
linguaggio che dimostrano i loro gusti per il postribolo, le inversioni
sessuali, le pratiche saffiche, hanno descritto e inventato le ferite lesbiche,
hanno creato la menzogna dell’incesto e hanno ripetuto la loro affermazione:
-Voi non avete religione – voi non siete cattolici, quindi siete osceni,
lesbici, incestuosi e assassini.
Questo è il teorema cattolico che fu bandito e dimostrato quotidianamente, con
linguaggio e compiacenza volgare dalle colonne della stampa……senza che il
Regio Procuratore, così sofferente del minimo solletico socialista o
socialistoide, aggrottasse il ciglio alle inverecondie di quei pretesi banditori
della castità e della moralità”
Anche l’ambiente medico ostile ad Augusto Murri ne approfitta per voltare le
spalle all’insigne professore mettendo in circolazione voci sulla sua presunta
avarizia e venalità.
Con i suoi metodi d'insegnamento scientifici e la sua dignitosa condotta, il
Prof. Murri si era conquistato l’invidia ed il rancore di quei medici che
cercavano, con ogni mezzo, di trarre il massimo beneficio dalla loro posizione.
Nuovi elementi: i veleni
Il 20 giugno 1903, dopo insistenti richieste, viene di nuovo interrogato il Dr.
Pio Naldi.
Modifica parzialmente il suo alibi e racconta che Tullio, al momento di
introdursi nell’appartamento, portava con sé, oltre il bastone a stocco, il
coltello ed il pugnale, anche un sacchetto di pallini da caccia, una siringa per
iniezioni e una fiala di curaro. In un’altra boccetta, morfina frammista ad
atropina.
Il piano consisteva nello stordire il Bonmartini e praticargli l’iniezione di
curaro (e Naldi, essendo medico, serviva allo scopo). Gli effetti del veleno non
sarebbero stati rilevati dall’autopsia, lasciando credere che il conte fosse
morto di un colpo apoplettico.
La sua uscita dall’appartamento prima che la vittima vi mettesse piede, gli
impediva di sapere come fossero andate le cose, né chi avesse preparato la
messa in scena di delitto a scopo di rapina.
In seguito alle dichiarazioni di Naldi viene riaperta l’istruttoria già
chiusa qualche giorno prima. Compiuto un nuovo sopralluogo nell’appartamento
di Via Mazzini, viene rinvenuto, nel baule dell’anticamera, un sacchetto di
pallini da caccia e un biglietto di Linda al fratello, chiuso, affrancato e non
spedito, in cui era scritto “nulla so più di S.” e di ignorare “se la
medicina avesse fatto effetto”.
Tullio e Linda, interrogati, non sanno fornire spiegazioni attendibili sul
significato del biglietto né sulla presenza, in casa Bonmartini, del sacchetto
di pallini.
Il 23 giugno 1903 il Dr. Pio Naldi tenta il suicidio in carcere, tagliandosi le
vene dei polsi con un pezzo di bottiglia.
Ai soccorritori confessa di avere un grande rimorso ed esclama: “e dire che io
non ho mai fatto male ad alcuno!”
Durante la notte lo sentono gridare che sarebbe tornato a tentare il suicidio a
causa del terribile rimorso che gli pesa sulla coscienza, per aver fatto la spia
ed aver confessato.
Il giorno dopo chiede al giudice di considerare le sue ultime dichiarazioni
“come il parto di una fantasia ammalata”, ma in seguito alla nuova fase
dell’istruttoria originata dalle sue dichiarazioni, il Dr. Secchi era già
stato arrestato.
Carlo Secchi, prima dell’omicidio, ha fatto avere a Tullio, tramite Tisa
Borghi, una siringa ed una boccetta contente una soluzione di curaro.
La notte dell’11 agosto gli aveva mostrato gli effetti del veleno con un
esperimento su un agnello.
E' accusato di far parte del piano di soppressione del Bonmartini ideato dai
Murri e progettato, inizialmente, con l’aiuto del veleno.
Oltre al curaro, ha procurato a Tullio, per mezzo di Linda, una grossa somma in
lire per liberarlo dai suoi debiti di gioco, ma si ipotizza che i soldi
potessero essere serviti per pagare un sicario.
E’ anche colpevole di aver visto e curato la ferita al braccio di Tullio, i
primi giorni di settembre; addirittura tornando dalla sua vacanza, richiamato da
un telegramma del Murri.
Si difenderà raccontando di aver creduto alla versione di Tullio che aveva
giustificato la ferita come un colpo di forbici vibratogli dalla Bonetti durante
una scenata di gelosia.
L’infermiera di Carlo Secchi, Tisa Borghi, nel tentativo di salvare il medico
parlerà di lui come di una vittima della brutalità di Tullio e delle arti di
Linda.
Tisa,
dopo essere stata la confidente e l’amica di Linda sarà la sua principale
accusatrice (“io ti trattavo come una sorella!” sbotterà Linda durante un
faccia a faccia con la Borghi) e la
indicherà come mandante di un omicidio freddamente premeditato.
Racconterà di ripetuti tentativi d'avvelenamento perpetrati ai danni del conte
da parte della contessa e di Rosina Bonetti, introdotta in casa Bonmartini sotto
falso nome per facilitare il piano di eliminazione di Francesco.
Secondo Tisa Borghi. i veleni che dovevano servire per eliminare il Bonmartini
(soprattutto morfina e cocaina), erano depositati nell’appartamentino;
venivano mischiati da Linda agli alimenti e alle bevande a lui destinati.
Si saprà che il Bonmartini aveva avuto dei malori e che sospettava di essere
stato avvelenato dalla moglie: queste accuse non troveranno comunque riscontro
se non negli articoli dei giornali.
La testimonianza del Dr. Panichi, che aveva curato il Bonmartini in occasione di
uno di questi malori, sarà determinante: si trattava, in realtà, di orchite
bilaterale, contratta dal conte durante uno dei suoi incontri occasionali con
cocottes.
Tisa
Borghi, però, parlerà anche di un piano andato a vuoto per “curarizzare”
il Bonmartini durante una gita a
Venezia: Tullio avrebbe dovuto atterrare il cognato con la scusa di una prova di
forza e Linda o Rosina praticare l’iniezione fatale.
Il 2 luglio 1903 è arrestato Ernesto Dalla con l’imputazione di
favoreggiamento, accusa estesa anche al fratello Severo. Si erano occupati della
distruzione della corrispondenza di Linda con Carlo Secchi. Saranno rilasciati
poco dopo.
I capi d’accusa
Dopo
aver esaminato le prove raccolte, il giudice istruttore conclude inquadrando
l’omicidio come premeditato, nonostante Tullio Murri si fosse dichiarato
sempre unico esecutore del delitto, eseguito senza premeditazione e complicità.
Veniva così a cadere il tentativo di imputare l’azione omicida alla
provocazione ricevuta da Francesco Bonmartini e all’eccesso di difesa:
trattandosi di un omicidio in cui Tullio ebbe dei complici, il movente andava
ricercato al di fuori del temperamento di un solo individuo alle prese con una
reazione esagerata generata dal suo carattere impulsivo.
Le ammissioni di Pio Naldi e la sua difesa si basavano su una tesi decisamente
contrapposta a quella di Tullio Murri ed il ritrovamento delle tracce lasciate
dagli assassini nella casa Bonmartini deponevano a sfavore di Tullio.
Inoltre, i due non avevano trovato un solo testimone che li avesse visti o
incontrati la notte del 27 agosto né Naldi era stato visto prendere il treno.
Era stato scandagliato l’ambiente psicologico, un complesso di malvagità
impressionante, nel quale il delitto era stato pensato e preparato e dal quale
sarebbe scaturita l’azione di Tullio.
Se la colpevolezza di Tullio Murri e Pio Naldi era fuori discussione, la
partecipazione morale e materiale di Linda era ancora oggetto di indagini.
Stabilita la premeditazione del delitto serviva trovare un movente che
giustificasse la ferocia di tale atto; all’epoca Linda era legata da quattro
anni a Carlo Secchi ma doveva sopportare un marito ingombrante che la rendeva la
vita impossibile e che aveva predisposto per il settembre 1902, ad insaputa
della moglie, il trasloco di tutta la famiglia da Bologna a Padova.
La contessa Cavazza, amica intima di Linda, il 22 agosto si era incontrata con
lei durante una sosta a Bologna e l’aveva trovata pallida e tremante,
disperata a causa delle intenzioni del marito e senza sapere cosa fare né dove
andare: nello stesso giorno Linda aveva incontrato anche il fratello
accompagnato da Rosina e sicuramente aveva riversato su di loro tutte le
amarezze del suo animo.
Tullio non avrebbe fatto nessuna cosa senza la convinzione di giovare alla
sorella, di meritarne l’approvazione; Pio Naldi aveva anche dichiarato che
Murri la notte prima dell’omicidio sembrava un invasato e che ai ripetuti
tentativi di dissuaderlo dal portare a termine un atto così terribile, aveva
risposto che un giorno di più voleva dire la morte della sorella.
Se questo era lo stato d’animo di Tullio era anche vero che i rapporti tra i
due Murri erano così intimi che Linda non poteva ignorare alcun pensiero del
fratello. Inoltre, il Dr. Secchi aveva deposto che era stato molto preoccupato
per i discorsi ed il comportamento Tullio durante l’estate 1902, al punto di
aver consigliato la contessa di tenere d’occhio il fratello perché non
commettesse una sciocchezza.
Inquadrati in questo modo i fatti, la condotta di Linda Murri prima e dopo
l’assassinio dimostrerebbe che era partecipe e che collaborò anche
materialmente spingendo il marito per ben due volte nella trappola preparata per
lui a Bologna, convincendolo a tornare in città con la scusa dell’affitto da
pagare quando i propositi del conte erano di recarsi a Milano.
La presenza del conte nell’appartamento di Via Mazzini era segnalata da Linda
a Rosina, e da quest’ultima a Tullio, da telegrammi in codice. Rosina Bonetti
avrebbe anche ricevuto dalla contessa Bonmartini le chiavi dell’appartamento
che le sarebbero servite per chiuderci dentro Murri e Naldi la notte del 27
agosto e le avrebbe rispedite a Linda il 31, servendosi del nome Ettore Vacchi,
tramite un pacco postale con la scritta “medicinali”. Rosina ha per Linda,
“la sua signora”, una dedizione illimitata, difficile a spiegarsi.
Inoltre, i soldi forniti da Linda a suo fratello (quelli avuti da Carlo Secchi
ed il libretto di risparmio del figlio Ninetto) sarebbero serviti a Tullio per
procurarsi un sicario e per preparargli la fuga ed un alibi dopo il delitto che
doveva essere compiuto con l’aiuto del curaro fornito da Carlo Secchi. Gli
effetti del veleno erano stati mostrati dal medico a Tullio Murri con un
esperimento su un agnello: il biglietto di Linda al fratello trovato in casa
Bonmartini con il quale chiede se la medicina avesse fatto effetto testimonia
che la contessa seguiva da lontano i piani di soppressione violenta del marito.
L’autorità giudiziaria non riesce a dimostrare che anche la famiglia Murri
sia stata partecipe di quello che andava maturando.
Se la prima istruttoria era servita a stabilire gli elementi diretti che
spinsero Tullio Murri e Pio Naldi a colpire il Bonmartini, la seconda stabiliva
l’ambiente dal quale questi elementi diretti erano derivati.
Al termine dell’istruttoria, questi gli imputati ed i capi d’accusa:
Tullio Murri, Pio Naldi e Rosa Bonetti accusati di concorso in omicidio
volontario.
Murri e Naldi come esecutori materiali del delitto premeditato e la Bonetti come
cooperatrice immediata.
Sono imputati anche di furto per aver tolto al cadavere del Bonmartini tutto ciò
che possedeva: la catena d’oro, il denaro, la rivoltella, documenti e scritti.
Teodolinda Murri e Carlo Secchi di concorso nel delitto di omicidio volontario
per avere, con premeditazione, indotto altri a commettere l’assassinio del
Bonmartini.
Ernesto e Severo Dalla per favoreggiamento. Abbiamo già detto che l’accusa,
per i fratelli Dalla, non verrà mantenuta.
Tisa Borghi rimane soltanto una testimone, nonostante le sue dichiarazioni
avessero dimostrato che essa stessa aveva partecipato all’ambiente nel quale
era maturato il delitto perché, se le lettere e i telegrammi avevano il
significato che il giudice istruttore Stanzani aveva attribuito loro, è pur
vero che questo era potuto succedere soltanto in base alle deposizioni della
Borghi. Per il solo fatto di essere la principale accusatrice dei Murri, ed in
particolare di Linda (“E’ lei che ci ha tirati in un tranello” urlerà
durante un faccia a faccia con la contessa), meriterà un trattamento di favore
da parte del giudice istruttore ed il carcere, per lei, non si schiuderà.
Scene
da un matrimonio
Il
movente del delitto
Francesco Bonmartini e Linda Murri si sposano nel 1892, dopo solo tre mesi di
fidanzamento, e vanno a stabilirsi a Padova nella casa di lui.
Il matrimonio tra i due ragazzi è stato incoraggiato da Teresa Crovato, una
parente di Bonmartini amica dei Murri, e appoggiato dalla signora Murri,
lusingata dal titolo nobiliare di Francesco.
Linda, al momento dell’incontro con il Bonmartini, non ne è particolarmente
colpita: sta ancora scontando la sua pena d’amore per Carlo Secchi, il medico
del quale si è innamorata per la prima volta nella sua vita.
Carlo Secchi pupillo del Professor Murri, frequentava abitualmente la casa e
Linda, ancora bambina, coltivava per lui un amore segreto. Aveva vent’anni più
di lei.
Augusto e la moglie Giannina, non appena si accorsero del segreto della ragazza,
e preoccupati dalla certezza che il Secchi alimentava il sentimento di Linda
(non visto, le donò un fiore consigliandola di tenerlo come cosa molto amata),
lo misero immediatamente alla porta, inventando una scusa crudele per una Linda
sgomenta che continuava a chiedere perché il Dr. Secchi non andasse più a
trovarli.
Le raccontarono che Carlo Secchi l’aveva messa in ridicolo davanti a tutta la
città, facendosi beffe con tutti del suo sentimento e parlando di lei come di
una civetta.
Di temperamento malinconico, facile al pianto e convinta di non essere amata
dalla madre, Linda rimarrà drammaticamente segnata da questo episodio.
Con il tempo, anche grazie alle premure della Crovato, Linda si accorse di amare
Francesco Bonmartini e si decise ad accettare la sua proposta di matrimonio.
Linda e Francesco avranno due figli, Ninetto e Maria, ma la loro sarà
un’unione infelice, densa di dissapori.
Lui è un nobile veneto appartenente all’aristocrazia terriera, clericale e
reazionario; lei proviene da una famiglia di repubblicani, con idee
progressiste.
Linda, abituata fin da piccola dal padre a coltivare la propria intelligenza,
colta e sensibile, mal si adatterà alla vita in comune con Cesco (come era
chiamato il Bonmartini in famiglia), di idee così diverse dalle sue, così
grossolano. Lo scontro tra i due è, quindi, continuo ed inevitabile.
Francesco rimprovera spesso Linda di essere troppo colta, suggerendole di
occuparsi soltanto della sua biancheria e di far la calza, come qualsiasi altra
brava moglie.
Si rifiuta di vedere per ben quattro giorni la bambina che Linda partorisce come
primogenita, irritato dal fatto che sia femmina.
Alla seconda gravidanza della moglie, le raccomanda di mettere al mondo un
maschio, altrimenti avrebbe preso la neonata e l’avrebbe gettata nel letamaio.
Ha un comportamento irritante, una mentalità quasi feudale: a Padova lo
chiamano “trombon” a causa delle sue vanterie ma anche “dottore” perché,
da quando frequenta l’ambiente medico, fa sfoggio di termini clinici.
Francesco, che non ha compiuto studi regolari, ad un certo punto manifesta la
volontà di iscriversi all’Università per potersi laureare in medicina e
chiede l’appoggio del suocero per superare l’ostacolo causato dalla sua
mancanza di licenza liceale.
Il Prof. Murri, che non vuole mischiarsi in quello che sembra essere un impiccio
e per non essere accusato di nepotismo, gli manda a dire di conseguire un
diploma e di pensare poi alla laurea.
Il Bonmartini riuscirà lo stesso ad iscriversi all’Università di Camerino
(non può farlo a Padova dove è già chiamato Dottore), falsificando i
documenti con l’aiuto di politici compiacenti. La sua iscrizione irregolare
sarà poi denunciata e il conte, fischiato dagli studenti, sarà costretto a
trasferirsi a Firenze e successivamente a Bologna e Roma.
I coniugi Bonmartini trasporteranno la loro residenza da Padova a Bologna perché
Francesco è sempre all’Università e perché Linda ha appena partorito il suo
secondo figlio, Ninetto, che è gracile e malato.
Linda si trasferirà, in un primo tempo, presso i genitori per apprendere dal
padre come allevare un bambino così delicato e poi in un palazzo di Via Zamboni,
che sarà la nuova residenza della famiglia Bonmartini.
Tutta assorbita dalle cure per il figlio, rifiuta la balia e pretende di
allattarlo lei, malgrado sia rimasta debilitata dal parto: con questa scusa
riesce a dormire separata dal marito, quando questi la viene a trovare.
Francesco, a Camerino, si concede avventure galanti, informandone la moglie: il
matrimonio è già in crisi.
Linda inizia a deperire fisicamente, rifiutando il cibo: è malinconica,
abbattuta e sofferente.
Tullio le tiene compagnia, le racconta storielle divertenti e cerca di
sollevarle il morale aggiornandola sulle sue scorribande sessuali.
E’ uno “scapigliato”: gioca, si concede amori facili, quasi sempre con
donne di servizio (viene chiamato “il sultano delle serve”), sperpera
allegramente i pochi soldi che riceve dal padre. A causa del suo temperamento
irascibile, è spesso coinvolto in risse.
A volte la sorella deve intercedere a suo favore presso il padre: Augusto Murri,
che conduce una vita severa e senza sfarzi, non approva il comportamento del
figlio.
Nonostante questo, Tullio verrà eletto consigliere provinciale nella lista
popolare, addirittura superando di 1081 voti Giosuè Carducci. Assume la
direzione del giornale “La Squilla”, organo di stampa della federazione
socialista di Bologna. E’ laureato in giurisprudenza e lettere; scrive drammi,
romanzi e poesie.
Linda e Tullio hanno un modo di stare insieme che è decisamente
anticonvenzionale per l’epoca: sarà proprio questa forma inusuale di affetto
fraterno che attirerà su di loro il sospetto di relazioni incestuose.
Il Prof. Murri, che ha un amore sviscerato per la figlia, preoccupato per le sue
cattive condizioni fisiche, le sta vicino e la esorta a viaggiare per recuperare
uno stato di salute soddisfacente.
Intanto la crisi coniugale si fa più grave: il Bonmartini è irritato dal
comportamento del suocero, che non lo ha favorito e non perde occasione per
denigrare i parenti della moglie, sottoponendo Linda ad una vera tortura morale.
La vita matrimoniale diventa ogni giorno di più un inferno.
Linda, che ha sempre avuto una vera repulsione per il sesso fin dai primi giorni
del matrimonio (come scriverà anche Cesco nel suo diario segreto), ora in piena
crisi coniugale, non riesce neanche più a sopportare l’idea di essere
sfiorata dal marito: riesce quindi a stabilire con lui un patto di serena
convivenza dal quale sono esclusi i rapporti sessuali.
Non appena il Bonmartini tenterà di infrangere il patto, reclamando quello che
giudica un suo diritto, Linda, incapace di sopportare oltre, inizierà a parlare
di separazione. “Se non si va d’accordo ci si separa!” è il giudizio di
Augusto Murri sul matrimonio della figlia.
Il Tribunale di Padova, il 26 ottobre 1899, pronuncerà la separazione legale di
Linda Murri e Francesco Bonmartini.
Nel frattempo Linda ha ritrovato in casa della Marchesa Paolina Rusconi, sua
amica, il Dr. Carlo Secchi.
Inizieranno a frequentarsi poco a poco e si scopriranno di nuovo innamorati.
Daranno inizio alla relazione tra il febbraio e il marzo del 1900. Nello stesso
periodo, Linda si trasferisce con i figli al primo piano del Palazzo Bisteghi,
in Via Mazzini (“palazzo fatale!” scriverà nelle sue memorie), che sarà
poi teatro del delitto.
Nell’estate, i due amanti soggiornano insieme a San Marcello Pistoiese, dove
il Secchi è presentato come Ing. Borghi e alloggia in una villetta poco
distante da quella di Linda, presa in affitto da Tisa Borghi. Una seconda
vacanza a S. Marcello Linda e Carlo la vivranno l’anno seguente, soggiornando
sotto lo stesso tetto: verranno sorpresi dall’istitutrice di Ninetto e Maria
mentre si scambiano carezze erotiche.
Al ritorno delle vacanze, Linda è costretta a letto, malata di nefrite. E’ già
sofferente di una grave forma di anemia, enterite cronica e disturbi
ginecologici. Ha appena subito un delicato intervento all’occhio che è stato
colpito da un granello di carbone durante un viaggio in treno: per questo è
costretta a portare una benda, rischiando di perdere l’occhio.
I suoi atroci dolori sono curati con la morfina che la stordisce e la sua
completa inappetenza, aggravata dalle malattie, la riduce al peso di 40 kg.
Nel 1901 prende in affitto un appartamentino sullo stesso pianerottolo della sua
abitazione per potersi incontrare più agevolmente con il Dr. Secchi.
Il palazzo Bisteghi, dove risiede, possiede due ingressi indipendenti;
l’ingresso laterale di Via Pusterla non è sorvegliato e da questo si può
uscire ed entrare senza essere visti.
Un “modus vivendi”
Nello stesso anno il Bonmartini, che si è appena laureato, riesce ad ottenere
la riconciliazione con Linda ricattandola: ha con sé i figli e minaccia di non
rimandarli se la sua proposta di riconciliazione non sarà presa sul serio e se
il suocero non lo assumerà come assistente nella sua clinica; arriva
addirittura a minacciare di far cacciare dai carabinieri la moglie dal letto del
figlio durante una malattia del bambino. Augusto Murri si dimostra contrario ad
una riappacificazione che giudica nociva per la salute di Linda.
Nonostante il parere negativo del professore, Francesco riuscirà, attraverso
ricatti, a convincere Linda a stracciare l’atto di separazione.
I riconciliati coniugi Bonmartini firmeranno, davanti al Cardinale Svampa, una
convenzione che sostituirà quella di separazione.
Si tratta di trovare “un modus vivendi” che non faccia apparire in pubblico
la loro disunione e la nasconda ai figli. Abiteranno due quartieri distinti
nello stesso appartamento e condurranno vite separate. I rapporti sessuali sono
esclusi dalla convenzione.
Come scrive Roiss nel libro “Il delitto Murri”: “Evviva l’ipocrisia!
Salvi la faccia chi può! Per strada, sotto il portico, fino all’uscio di
casa, una apparenza di accordo e rispetto reciproco. In casa, un nido di vipere.
Il canovaccio per un dramma della gente perbene è stato scritto. Alla chiusura
del sipario cinque dei protagonisti saranno incarcerati per aver consumato e
favorito un delitto.”
Tra il nuovo personale di servizio dei conti Bonmartini, Linda assume come
guardarobiera Rosina Bonetti, amante del fratello, imponendole il falso nome di
Maria Pirazzotti, per evitare che qualcuno la riconosca.
Cesco redige puntualmente un diario segreto, dove annota minuziosamente i
mutamenti del carattere di Linda ed ogni piccolo fatto di vita quotidiana
(compresi gli svuotamenti dei vasi da notte!), forse con lo scopo di servirsene
contro la moglie in una eventuale causa di separazione. Attribuisce la causa del
cattivo carattere di Linda, della sua “nevrastenia”, ai gravi problemi
intestinali che la affliggono fin da quando è bambina.
Immediatamente dopo la riconciliazione, Francesco torna subito alla carica con
il suocero per il posto di assistentato, pretendendo addirittura che il
professore lo presenti ai suoi colleghi tessendo le sue lodi.
Nel tentativo di essere assunto al fianco del suocero come assistente indirizza
la richiesta al rettore dell’Università. Quest’ultimo è costretto a
chiedere il parere di Agusto Murri: al suo comprensibile rifiuto il Bonmartini
inizierà a ricattare la famiglia infliggendo torture morali alla già sfinita
Linda, conoscendo l’amore profondo che il professore nutre per la figlia.
La minaccerà di privarla dei figli e di chiuderli in collegio. Ogni giorno
inveisce contro i Murri, chiama la suocera “la signora Pidocchietti” e
impedisce che i due bambini vadano a trovare i nonni.
Gli eventi incalzano
In luglio, i bambini Bonmartini partono per le vacanze con il padre.
Linda e Carlo invece per la Svizzera, protetti, in questa loro vacanza
d’amore, da Tisa Borghi.
Durante questa vacanza il Secchi, accompagnato da Linda, si recherà a Darmstadt
per commissionare alcuni medicinali alla ditta farmaceutica Merck.
Tra questi medicinali c’è anche il curaro.
Intanto, arriva ai Murri l’ultimatum del Bonmartini: o il posto di
assistentato in clinica, o il trasferimento di tutta la famiglia a Padova.
Finita la vacanza con il Secchi, Linda Murri parte per Venezia, dove si
ricongiungerà con il marito ed i figli.
La notte dell’11 agosto Tullio Murri e Carlo Secchi compiono un esperimento
con il curaro su un agnello e, il giorno dopo, la Borghi consegna a Tullio, da
parte del Secchi, una siringa e un vasetto con una soluzione del veleno.
Il 13 agosto Tullio e Rosina sono a Venezia: progettano di atterrare il
Bonmartini con il pretesto di una gara di forza e di praticargli una iniezione
letale. Il progetto non si realizzerà.
Intanto, Francesco ha informato Linda della sua decisione di trasportare la
famiglia a Padova.
Durante una lite, fa l’atto di scagliarle addosso una sedia. Linda scrive alla
famiglia lettere disperate, raccontando quello che deve subire dal Bonmartini.
Augusto Murri le risponde: “Ma che vuoi che me ne faccia del vivere se devo
vedere te come sei….”.
Il 17 agosto Linda lascia Venezia diretta a Rimini, dove i Murri sono in
villeggiatura. Invece si ferma due giorni a Bologna, in casa di Tisa Borghi.
Il 19 agosto riparte per Rimini, dove si ferma fino al 21.
A Rimini si tiene un consiglio di famiglia per decidere la convenienza di
promuovere una causa di separazione per colpa del marito, perché i figli
rimangano affidati alla madre. Al consiglio è presente anche lo zio Riccardo.
Tullio Murri, che è sempre stato molto vicino alla sorella, sostiene che con
Cesco bisogna soltanto usare le maniere forti.
Il 22 agosto Linda è di nuovo a Bologna. Riceve Tullio e Rosina in casa sua.
Riparte per Venezia la sera stessa: alla stazione, Linda e Tullio sono
visti parlare concitatamente.
Il 23 agosto Francesco parte per Padova, informando Linda che sarà a Bologna il
giorno dopo.
In assenza del Bonmartini, Linda è informata dal cameriere Ferdinando Pichi che
il conte ha già dato ordine di sgombrare la casa durante il viaggio della
famiglia Bonmartini in Svizzera, previsto per settembre, e di trasferire tutto a
Padova.
Manda un telegramma alla Bonetti chiedendole di recarsi da Francesco il 24
agosto per ritirare un vestito da fare accomodare. Altre lettere ed un espresso,
indirizzate a Tullio, non saranno mai ritrovate.
Il 24 agosto Francesco Bonmartini è a Bologna. Tullio Murri si trova a Rimini.
Utilizzando nomi falsi ( C.ssa Borghi e Maria Pirazzotti) Tullio indirizza a
Linda due telegrammi.
Il 26 agosto Rosina Bonetti arriva alle sei della mattina a casa di Linda a
Venezia per avvisarla che Tullio la attende ai giardini per parlarle. Nessuno
conoscerà mai l’argomento di quella conversazione: Tullio dirà di essere
uscito da quel colloquio con l’animo amareggiato e Linda racconterà che si
fecero dei discorsi indifferenti .
Durante questa visita Rosina ruba a Linda (oppure ottiene da lei) le chiavi
dell’appartamento di Via Mazzini che le serviranno, di lì a poche ore, per
chiuderci dentro Tullio e Naldi. Intanto, Bonmartini rientra a Venezia.
Il 28 agosto Francesco Bonmartini parte per Bologna per pagare l’affitto al
padrone di casa.
E’ il giorno del suo trentatreesimo compleanno. Ha pranzato con la famiglia,
un pranzo più sontuoso del solito, in occasione della sua festa e ricevuto dai
suoi bambini un portamonete nuovo: quello stesso che, poche ore dopo, sarà
perquisito dagli assassini.
La portinaia del palazzo Bisteghi vede arrivare dalla stazione Francesco
Bonmartini con la valigia e l’ombrello e lo guarda salire verso il suo
appartamento. Sono le18.30 del 28 agosto 1902.
Sesso,
sangue e mistero Sesso e
sangue Mistero
Un
macabro ritrovamento I primi sospetti
L’assassino L’inchiesta
Il
processo
Una signora fin-de-siécle
L’ultima
rivelazione sul delitto Murri
Fonti
bibliografiche
LINDA
MURRI una sconcertante eroina ottocentesca
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