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Anno 13
Numero 5
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Costume
DELITTI
DI GENTE PERBENE: il caso Murri, da fatto di cronaca a delitto celebre
Marina
Marini
Il processo
Il 21 febbraio 1905, a Torino, inizia il processo che si comporrà di centosette
udienze e si concluderà l’11
agosto 1905.
Verranno ascoltati circa quattrocentoventi testimoni e in aula sono presenti
diciotto avvocati; le loro arringhe, una ventina, avranno una durata di almeno
due giorni l’una.
Per la prima volta nella storia processuale, compaiono anche le perizie
psichiatriche effettuate sugli imputati.
In aula viene portato anche un modellino del Palazzo Bisteghi; nonostante il
caldo la sala è sempre piena di curiosi e fuori stazionano, tutto il giorno,
numerosi gruppi di persone.
Il processo si rivela difficile, un minuto intreccio di indizi e poche prove.
Non è chiaro il movente del delitto, in quanto la semplice decisione di
Francesco Bonmartini di trasportare la residenza da Bologna a Padova non sembra
essere un elemento tale da giustificare il desiderio di volere la morte del
conte né il motivo per il quale tutte quelle persone si sono rese complici di
un omicidio che per loro aveva poco significato.
Inoltre, è Linda stessa a far vacillare la tesi difensiva del fratello Tullio
perché, con le sue dichiarazioni, diminuisce l’intensità e la portata dei
suoi scontri con il marito cosa che era stata accampata dalla difesa di Tullio
come causa principale del suo feroce risentimento contro le torture morali che
il conte Bonmartini procurava alla sorella.
Carlo Secchi ha abbandonato Linda Murri al suo destino, finendo anche lui con
l’accusarla per salvare se stesso.
Le sedute si svolgono comunque in un clima acceso, con battaglie tra la difesa e
l’accusa che si ripercuoteranno anche tra le fazioni del pubblico, quella
innocentista e quella colpevolista, che daranno origine a tafferugli fuori
dell’aula dispersi dalle cariche di cavalleria.
Gli imputati sono chiusi in una gabbia ed è proprio la contessa Bonmartini, il
suo mistero, quella che richiama maggiore curiosità tra il pubblico con le sue
eleganti gramaglie, il fazzolettino sempre pronto ad asciugare le lacrime che le
scorrono sotto la veletta calata a proteggere il volto dagli sguardi altrui.
Quando il processo prenderà una brutta piega per gli accusati, gli avvocati
tenteranno anche la strada dell’infermità mentale dei loro clienti che verrà
concessa solo nel caso di Rosina Bonetti.
Il verdetto, letto dal capo dei giurati con voce rotta e convulsa, le mani
tremanti a reggere le carte, è di condanna per tutti gli imputati.
L’avvocato Tullio Murri e il Dott. Pio Naldi avranno trent’anni di carcere e
dieci di vigilanza speciale; Rosina Bonetti sette anni e sei mesi; la contessa
Teodolinda Murri Bonmartini dieci anni di carcere e la privazione della patria
potestà; il Dr. Carlo Secchi dieci anni di carcere e l’interdizione perpetua
dai pubblici uffici.
Linda, che non rientrerà in aula ed avrà la lettura del verdetto dai suoi
avvocati, cadrà svenuta dopo aver gridato: “E’ impossibile! Impossibile!”
mentre suo fratello Tullio avrà un malore in aula che costringerà il
Presidente a farlo allontanare di peso. Rosina, che si slancia a seguire Tullio,
avrà una crisi isterica violenta accompagnata da urla altissime e tentativi di
morsi; si calmerà solo dopo alcune iniezioni di morfina.
Carlo Secchi rimarrà come inebetito, fermo al suo posto, mentre Pio Naldi
proclamerà la propria innocenza ancora una volta.
“L’avvenire” titolerà: “La campagna contro gli assassini di Bonmartini
è stata una campagna santa” mentre l’ “Avanti”
parlerà di: “Sentenza macello”.
La Cassazione confermerà le sentenze e le pene ma nell’opinione pubblica
rimarrà sempre il dubbio che qualcosa di importante fosse sfuggito alle
indagini e che la vera responsabilità del delitto non fosse di chi se era
attribuita la colpa.
Nonostante Linda Murri fosse stata condannata a scontare dieci anni di pena,
verrà graziata dal Re e
uscirà dal carcere l’anno seguente il processo e riavrà i suoi figli.
Tullio Murri sarà liberato dal carcere nel 1919, in seguito ad un appello di
intellettuali, tra i quali Pascoli e la Duse. Morirà nel 1930 dopo aver
pubblicato novelle, poesie e tragedie.
Anche Pio Naldi sarà scarcerato nel 1919. Scriverà un memoriale dove si
proclamerà innocente, condannato soltanto per essere stato fedele al piano di
difesa del clan Murri. Racconterà di essere stato soltanto il terzo uomo nel
delitto, ingaggiato solo per fare a pezzi il corpo del conte dopo il suo
assassinio, cosa che non riuscirà a fare a causa della ripulsa che gli causerà
la vista del cadavere.
Pio Naldi otterrà la condotta di S. Bartolomeo in Galdo dove, anche dopo la sua
morte che avverrà nel 1958, tutti continueranno a ricordarlo per la sua
generosità e bravura. Sempre nel
1919, morirà pazza Rosina Bonetti.
Senza aver mai confessato alcuna colpa, Carlo Secchi se ne andrà in silenzio
nel 1910, nel penitenziario di Conversano, dove stava scontando la sua condanna.
Una signora fin-de-siécle
Non
particolarmente bella, piccola e magrissima: così ci appare Linda Murri nelle
foto che la ritraggono ed è subito evidente che non ha l’aspetto della dark
lady.
Nonostante la Contessa Bonmartini non fosse una bellezza sconvolgente, con un
po’ di ironia, potremmo dire che questo non le ha impedito di diventare una
donna “fatale”.
Malgrado la scarsa avvenenza fisica, Teodolinda Murri era sicuramente una donna
affascinante: Guido Augusto Bianchi, nel suo libro “Autopsia di un delitto”
ce la descrive così: “Strano tipo di donna questo di Linda Murri…..
Ammalata, con un occhio quasi perduto, essa tuttavia esercita uno strano
fascino. Lo subisce il Secchi, lo subisce il fratello, lo subiscono quante
persone della migliore società bolognese essa avvicina. Lo subisce il padre
vecchio e glorioso, il cui occhio così acuto e indagatore non sa penetrare in
quel cuore; lo subiscono gli stessi intimi del Bonmartini.”
E la nipote Gianna Rosa: “…era provvista di un fascino che risultava
inesorabile sui maschi. E che a lei piaceva affascinare gli uomini, tutti gli
uomini senza eccezione. Come un serpente, capace di immobilizzare con lo sguardo
le sue prede, il quale immobilizzi anche le prede che non si curerà di
divorare.”
Prosegue raccontando che ogni uomo che l’aveva incontrata se ne era follemente
innamorato: dai discepoli di Augusto agli avvocati che al processo difendevano
lei e il fratello.
Tuttavia, questi due ritratti non possono bastare a fornirci un’immagine
completa della vera Linda.
Nella perizia psichiatrica che fu fatta dal Prof. Enrico Morselli per conto del
tribunale, all’epoca del processo, si legge: “…Linda è molto istruita, ma
non fa pompa della sua istruzione; noi diremo piuttosto che la stessa sua forza
di intelletto la imbarazzi. Dotata di non comuni capacità mentali, raggiunge
negli studi classici un grado molto superiore alla media delle donne della sua
casta: ma la sua indole, squisitamente muliebre, la portava lontano dalle
occupazioni virili, e nelle cure domestiche più modeste essa ha trovato il
naturale modo di spiegare la sua attività pratica.
Linda è una donna dal gusto fino a riguardo di tutte le manifestazioni della
mente umana.
…Il portamento di Linda è correttissimo, il suo contegno signorile; ella
esercita sui propri gesti, atteggiamenti ed atti un continuo governo, che le
proviene dalla finissima educazione e dall’ambiente in cui si è evoluta.”
Il fatto che Linda sia stata intellettualmente superiore alla media e che abbia
avuto la possibilità di accrescere con gli studi classici la sua cultura in
un’epoca nella quale l’istruzione era preclusa a quasi tutte le donne, non
la allontana molto dal destino delle altre esponenti del sesso femminile del suo
tempo.
La sua intelligenza, la sua cultura e il suo delicato sentire non avrebbero
potuto trovare alcuno sbocco pratico nella società borghese di fine ottocento,
ancora chiusa e impenetrabile per una donna.
E’ quindi costretta ad impiegare tutte le sue energie vitali nell’unico modo
che le è consentito, cioè nel coltivare quella che il Prof. Morselli ha
chiamato “indole squisitamente muliebre”.
I Murri saranno anche stati progressisti e laici, ma per la loro figlia faranno
scelte perfettamente in linea con la morale borghese di fine ottocento: le
daranno una buona educazione spartana, adeguatamente repressiva perché femmina
e la istruiranno su come diventare una perfetta padrona di casa, una moglie.
La madre la tratta duramente, senza darle affetto. Malata nel sistema nervoso,
Giannina Murri instaurerà in casa un clima di tensione e tristezza.
Il giudice istruttore stabilirà che “il dispotismo materno aveva insegnato ed
imposto ai figli l’infingimento”.
Linda non ha amicizie e cresce chiusa in famiglia, vestita “peggio che le
donne di servizio”. L’unico affetto che ha, il fratello Tullio, con il quale
ha condiviso l’asprezza e la solitudine derivanti dal metodo educativo
familiare, le verrà meno nel momento in cui questi andrà alle scuole
pubbliche.
Riverserà la sua sete d’amore sull’unico estraneo che frequenta la casa, il
Dr. Carlo Secchi, innamorandosene perdutamente.
I familiari interverranno immediatamente spezzando in modo crudele il suo primo
sogno di amore e indirizzandola, in seguito, verso un matrimonio più adatto
alla sua condizione sociale.
Lontana anni luce dal movimento di liberazione della donna, Linda avvertirà la
frustrazione che le deriva dall’essere donna ma non avrà strumenti per
reagire a questo stato di oppressione, se non quelli consentiti dalla stessa
società dove è cresciuta.
Linda, infatti, è (o diventa) maestra nell’applicazione incondizionata delle
uniche forme di espressione che allora venivano considerate come squisitamente
femminili: la debolezza fisica, il pianto e
la sofferenza.
E’ sempre il Prof. Morselli che scrive:
“….Linda
è misuratissima nella mimica, salvo in quella esprimente il dolore, in cui,
data la intensità della sua propensione alla sofferenza, essa è meno capace di
reprimersi..”
Attraverso la sofferenza tiene in pugno tutta la famiglia e soprattutto il padre
che arriva, addirittura, a considerarla una santa, un angelo, un essere capace
di elevarsi spiritualmente attraverso le sofferenze fisiche”.
Queste forme di espressione del suo animo oppresso erano vissute fino al limite
estremo consentito ad un essere umano: Linda era quasi completamente inappetente
(oggi potremmo dire anoressica), ed esprimeva il suo disagio di vivere
attraverso la malattia. In casa sua viene rinvenuto un arsenale di medicine.
Confesserà anche di aver seriamente pensato al suicidio e di aver praticato
alcuni espedienti per riuscire a farsi fuori senza destare sospetti in famiglia.
Neanche Augusto Murri, che l’adora, è capace di alleviare la sua sofferenza,
colpito doppiamente dalla malattia di Linda, come padre e come medico.
La psicologia insegna che la continua frustrazione e il cercare ossessivamente
di aderire ad un modello di perfezione (Linda offriva, al mondo esterno, la sua
immagine di moglie e madre perfetta), generano nevrosi e che queste possono
ripercuotersi sull’intero sistema nervoso e immunitario, sabotandolo; in
assenza di queste nozioni, all’epoca appena abbozzate, la ragione del
malessere di Linda viene cercata fuori di lei e individuata in un matrimonio
infelice, nella triste convivenza con un uomo grossolano, intellettualmente e
culturalmente inferiore, opprimente.
Linda si sfoga in famiglia, piange e racconta i soprusi che subisce dal marito e
la famiglia si fa più vicina, tenta di proteggerla. La contessa Bonmartini non
fa un passo senza prima consigliarsi con il padre.
Eppure, all’insaputa dei familiari, è proprio a questo punto che Linda Murri
Bonmartini, già legalmente separata dal marito, muove il primo passo verso la
realizzazione di se stessa e della propria felicità riconquistando il suo primo
amore, che proprio dalla famiglia le era stato negato.
Nella sua relazione con il Secchi, Linda si dimostrerà una signora molto
accorta, capace di pianificare e realizzare la propria vita intima
salvaguardando la sua immagine pubblica: prenderà in affitto, arredandolo
personalmente, un appartamentino confinante con la sua abitazione per farne il
luogo d’incontro con il suo amante, sfruttando la praticità di un doppio
ingresso non sorvegliato.
Al riparo dagli sguardi indiscreti, protetta dall’elegante facciata del suo
palazzo, vivrà la sua storia d’amore con Carlo Secchi nel “quartierino”
famoso, teatro di quelle che verranno chiamate, al processo, “orge fescennine”.
Il ritrovamento da parte delle autorità di alcuni libri chiusi in una étagère
del salottino privato di Linda (Casanova: Messaline e La libertine;
Dervel: L’ecole des caresses; Bois: Le Mystère et la Volupté; Mael:
Le Roman de Rose e Triomphe d’amour), ecciterà moltissimo l’opinione
pubblica dell’epoca e farà parlare delle letture sconce della contessa
durante i festini con l’amante che le offriva ostriche, champagne e
pasticcini.
Guido Augusto Bianchi scrive: “Un certo pervertimento erotico dev’essere in
lei: mentre nel fratello si manifesta fisicamente, in lei è cerebrale. Le si
sequestrano infatti dei libri, i quali dimostrano un gusto molto, anzi troppo
arrischiato per una signora.”
Delle poche lettere che rimangono della relazione con il Secchi (verranno tutte
distrutte dopo il delitto) ce ne sono alcune di lui che contengono termini
piccanti e che alludono ai loro rapporti intimi: all’epoca del loro
rinvenimento sono pubblicate, generando un grande scandalo.
Nonostante i giornali dell’epoca la ritraggano come una specie di essere
dedito ad ogni piacere proibito, sappiamo che è proprio durante l’adulterio
che le malattie di Linda si faranno più acute, forse per una sorta di
autopunizione per la trasgressione messa in atto.
La duplicità, le sfaccettature della femminilità di Linda ce la mostrano, in
alcuni casi, come una donna estremamente moderna, quasi anticonvenzionale
rispetto ai canoni del tempo; certo è capace di avvertire alcuni elementi
innovativi che si affacciano nella società del primo Novecento e che poi si
caratterizzeranno parecchi anni più avanti, ma non può essere ancora in grado
di interiorizzarli né di assorbirli interamente.
Nonostante sia in grado di percepire la meschinità di alcune convenzioni
sociali è però costretta ad accettarle per salvaguardare la sua dignità di
signora.
Quest’accettazione le dà una tinta ambigua, misteriosa, difficilmente
comprensibile; dal carcere, tramite una detenuta in uscita, tenta di inviare una
strana lettera d’amore a Carlo Secchi. La lettera, che le verrà sequestrata,
quasi rischia di incriminare il suo amante, non ancora accusato.
Al processo, dove è accusata di aver fatto uccidere il marito, si presenta
elegantemente vestita da vedova e chiede perdono per il suo unico delitto:
essere diventata un’adultera.
Piange, ritratta alcune dichiarazioni fatte sul suo matrimonio e sul marito
prima dell’assassinio, diminuisce la portata dei suoi scontri con il conte,
quasi dimentica la scenata durante la quale il Bonmartini voleva scagliarle
addosso una seggiola e per questo rischia di smontare la tesi difensiva del
fratello, quel fratello che solo qualche tempo prima appariva legato a lei anima
e corpo…
Nessuno riuscirà a penetrare veramente la sua anima, a decifrare i suoi
atteggiamenti: verrà perciò definita “la sfinge”, “la simulatrice”.
E’ così doppia, così ambigua che gli atti del processo, i carteggi
dell’istruttoria e perfino il suo memoriale ce la rendono perennemente in
bilico tra innocenza e colpevolezza.
Di sicuro è lei l’asse centrale sul quale sono ruotati gli avvenimenti:
tutto, infatti, tutto è stato fatto per amore di Linda.
Per lei l’incubo del
carcere avrà fine nel 1906, anno nel quale riceverà la grazia dal Re, al quale
Augusto Murri aveva salvata la figlia Mafalda.
In questa nuova fase della sua vita, Linda appare come una donna liberata che
finalmente può disporre di sé.
Non esistono più un marito e doveri coniugali, né un amante ed una vita di
inganni e finzioni.
E’ come un momento di sospensione nel tempo dove non c’è più un’immagine
da difendere, un’innocenza da proclamare né un ruolo da rivestire.
Il dramma vissuto ha sbriciolato l’immagine pubblica di Linda, gettato pesanti
ombre sui suoi rapporti familiari e minato tutti quelli con il mondo esterno, ma
ha anche definitivamente spezzato la catena di affetti e consuetudini che, fino
a quel momento, avevano regolato la sua vita.
Non resta che
scomparire, farsi dimenticare.
Non tornerà più a Bologna, se non per brevi visite ai genitori.
Riuscirà a riavere i suoi figli e con loro si rifugerà a Sant’Elpidio, nella
villa di famiglia, quasi sottraendosi volontariamente al clan familiare e alla
figura dominante del padre.
Augusto Murri, prima così innamorato di Linda, riverserà tutto il suo affetto
e la sua protezione sul figlio.
Durante la prigionia di Tullio recupererà il rapporto con lui, arrivando
persino a prendere una casa vicino al carcere per stargli più vicino e nominerà
erede universale del patrimonio Murri Gianna Rosa, figlia di Tullio, lasciando a
Linda soltanto la villa di Sant’Elpidio.
Anche i rapporti con il fratello subiranno una trasformazione, perdendo
quell’unione e quella complicità dalle quali erano stati caratterizzati prima
del delitto.
Linda e Tullio finiranno per diventare quasi indifferenti l’uno all’altra.
Lontana dalla famiglia, Linda si dedicherà a lunghe passeggiate in campagna,
allo studio dell’occultismo, ai figli e alle amicizie: “C’è sempre
qualcuno”, riferirà con tono polemico Augusto a Tullio, in una lettera,
parlando della villa di Sant’Elpidio dove Linda risiede.
Linda Murri vedova Bonmartini può finalmente esprimere la sua personalità e
attuare il suo proposito di realizzarsi individualmente.
Le sue scelte non saranno più discusse in famiglia.
Convivrà a lungo con il precettore dei suoi figli, il professor Francesco Egidi,
molto più giovane di lei, che sposerà nel 1926.
Con la nuova famiglia si trasferirà a Roma, abitando in un elegante palazzo
della Via Sistina.
Sotto lo pseudonimo di Anhelus, pubblicherà articoli e libri sulla metapsichica
ed un commento al vangelo.
Trascorrerà gli anni che le restano ad organizzare sedute spiritiche, spesso
evocando l’anima del marito, del “povero Cesco”, con il proposito di
sapere la verità sulla sua orrenda fine.
Nel 1950 Linda verrà colpita da paralisi e morirà
nel 1957, a 86 anni.
La sua scomparsa silenziosa assomiglia al finale del film di Bolognini e sembra
davvero di vederla, ancora vestita di nero, pallida e smunta, calare la veletta
del cappello per nascondere il volto e rimanere finalmente sola con il suo segreto.
Sesso,
sangue e mistero
Sesso e
sangue Mistero
Un
macabro ritrovamento I primi sospetti L’assassino
L’inchiesta
La campagna
antimurriana
Nuovi elementi: i veleni
I capi d’accusa
Scene da un matrimonio ovvero il movente del delitto
Un “modus vivendi”
Gli eventi incalzano
L’ultima
rivelazione sul delitto Murri
Fonti
bibliografiche
LINDA
MURRI una sconcertante eroina ottocentesca
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