Sandro Pertini & Antonia Bonomi

SANDRO PERTINI & ANTONIA BONOMI, il Presidente ed io

Antonia Bonomi

Sì, è vero, per tutta la durata in carica del Presidente della Repubblica Sandro Pertini sono stata il suo consulente. Astrologico? Forse, ma non proprio e solo, piuttosto consulente di bon ton, diplomazia con particolare riferimento ai periodi astrologicamente caldi, cioè quando avrebbe rischiato di dirne una di troppo, o troppo chiara. Andiamo con ordine, procedendo sul filo della memoria.

Sandro Pertini

Nel 1978, quando Pertini successe a Leone, io ero già al Gr2 da due anni abbondanti. Non lo conoscevo, ma lui conosceva me perché mi ascoltava tutte le mattine, e chiese a Gustavo Selva, allora direttore del giornale, di farmi fare il suo oroscopo. Selva faceva cadere la cosa dal cielo, come mi disse Pertini, il quale un bel giorno mi mandò un motociclista con la sua richiesta e l’invito a recarmi al Quirinale il tal giorno alla tal ora per la consegna. Naturalmente si trattava di tempi brevissimi, praticamente neppure ventiquattr’ore. Se Pertini era schietto io non baro quando si tratta di illustrare una personalità, e il suo quadro lo feci senza tanti giri di parole, elencando papale papale virtù e difetti. Lesse attentamente le cartelle tenendole a due centimetri dall’occhio, era cecato come una talpa, e sobbalzò sulla poltrona quando arrivò ad “arrogante”. Partì in una filippica irosa alla quale posi termine alzando una mano e dicendogli: “Presidente, anche questa è una manifestazione di arroganza”. Si zittì di colpo, mi fece terminare il pensiero e naturalmente gli dissi che andava bene essere schietti, ma ci voleva un minimo di autocontrollo e quello, lui, purtroppo rischiava di perderlo spesso. Da quel momento non mi mollò più, con una raccomandazione: “Dimmi sempre onestamente quando rischio di sbagliare, ma non tagliarmi troppo le unghie. Sono arrivato alla mia età e voglio dire quello che penso”. Tutti i giorni la segretaria mi telefonava e la battuta era sempre quella: “Signora Antonia, il Presidente la prega di portargli l’oroscopo di domani con cortese sollecitudine… entro le cinque di questa sera”. E la sottoscritta entro le cinque di sera arrivava al Quirinale. Se c’era il Presidente andavo da lui, altrimenti lasciavo la busta all’entrata. Ma non era solo questo: poiché durante la prima chiacchierata aveva saputo che avevo figlie piccole, capitava anche che la segretaria, la cortesissima Diana, mi telefonasse all’improvviso: “Signora Antonia, il Presidente ha avuto una giornata pesante, potrebbe venire con le bambine?”, il tempo di cambiarci, rapidi mi raccomando, e l’Antonia e le bambine arrivavano al Quirinale: il Presidente giocava un po’ con le piccole, offriva loro un’aranciata, e dopo una mezz’ora, un’ora, ce ne tornavamo a casa. Una volta ha fatto aspettare l’ambasciatore spagnolo! Alle bambine chiese di chiamarlo nonno, ma la terza lo guardò con aria decisa e gli disse: ”Non ti conviene, il papà della mamma l’hanno ammazzato, il nonno Franz (patrigno) è appena morto, meglio se ti fai chiamare zio o in qualche altro modo”, e Pertini optò per Sandro e così lo chiamavano.
Ma se mi ascoltava quando si trattava della sua funzione istituzionale per capire come avrebbe potuto figurare meglio, era terribilmente e teneramente vanitoso, non riuscivo a tenerlo buono quando si trattava di me. Per quanto gli ripetessi a chiare note che non m’interessava la pubblicità, spesso e volentieri telefonava alla redazione del Gr2 chiedendo cosa avesse detto quel giorno l’Antonia per la Bilancia. Questo mi procurava una serie di problemi antipatici poiché quando arrivavo in redazione c’era sempre l’imbecille di turno che scattava sull’attenti portando la mano ad una immaginaria visiera, qualcuno canticchiava l’inno nazionale americano fingendo di essere sulla tolda di una nave e sventolandosi la gamba dei pantaloni, in più mi chiamavano la nipotina. Lo pregavo di non farlo, perché non volevo suscitare l’invidia di nessuno, e magari anche qualcosa di più antipatico, come infatti accadde. Un bel giorno mi chiamò il direttore e mi disse che “dall’alto gli avevano detto di pilotare Pertini e, poiché si sapeva del suo debole per il mio oroscopo, io avrei dovuto dire quello che mi avrebbero messo in bocca”. La risposta fu un no secco, che ho scontato negli anni, per motivi precisi: primo perché non la ritenevo un’azione pulita, secondo non ero una cialtrona e non potevo spacciare un oroscopo generale, indirizzato a tutte le Bilancia, con uno mirato ad una persona particolare, terzo portavo l’oroscopo dettagliato a lui direttamente, con largo anticipo, le telefonate mattutine del Presidente in redazione erano una manfrina che faceva lui “perché voleva che si sapesse”. A Pertini non andava giù che la notizia di questa nostra chiamiamola intesa non comparisse sui giornali, che le sue foto le facessi dedicare alle mie figlie e non a me (come quella pubblicata), finché un bel giorno mi stancai e gli strillai “Senta, non sempre riesco a tenerla a freno, vedi la storia di Vermicino (il bambino caduto nel pozzo, per il quale mi ero battuta perché non andasse e che, vista la tragica conclusione, gli aveva guadagnato la fama di menagramo), se lei mi fa un’altra cappellata, poiché non tutti i giornalisti sono amici, quanto ci scommette che usciranno titoli del tipo “Il Presidente rincoglionito e la strega”? Se a lei sta bene il rincoglionito, a me non va bene la parte della strega burattinaia”. Non ebbe il coraggio di replicare.

Però, un giorno mi telefonò tutto allegro dicendomi: “Ti ho fregata, ti ho fregata”. Che cosa aveva fatto? L’aveva detto in un’intervista a Fulvio Damiani ed era comparso su Selezione. Meno male, era un danno circoscritto.
Un altro episodio simpatico fu in occasione dei mondiali del 1982. In maggio, dall’Ansa mi avevano chiesto le previsioni, dandomi alcune date indicative del calendario delle partite, date che si concludevano in giugno. Telefonai a Gambalonga e gli chiesi quale fosse la reale durata dei mondiali e lui mi rispose di non preoccuparmi, di fare le previsioni fino a fine giugno perché, tanto, ci avrebbero rimandati a casa a “calci nel sedere”. Gli annunciai che si sbagliava, che avevano la possibilità di vincere, anzi che avremmo vinto grazie a san Paolo Rossi. Gambalonga si mise a gridare che non era possibile, che “quell’ectoplasma” non avrebbe combinato niente, che non poteva pubblicare certe previsioni perché mi avrebbero “sputtanata”. Gli feci notare che la firma era la mia, che me ne assumevo tutte le responsabilità. Il giorno dopo i giornali di tutto il mondo riportavano le previsioni di Antonia Bonomi: l’Italia vincerà i mondiali grazie a Paolo Rossi. Arriviamo all’inizio di luglio ed ecco che Pertini mi telefona. “Allora, questi mondiali li vinciamo?”, “Certo, Presidente”, “Sei proprio sicura? Re Juan Carlos mi ha invitato per la finale, se non sei sicurissima dimmelo, perché mi faccio venire una malattia diplomatica e non vado. Ricordi come mi chiamano, vero?”, “Certo Presidente: menagramo, ma io le previsioni le ho fatte due mesi fa, eravamo favoriti, non sono cambiate”, e mandai il Presidente a Madrid, anche se ammetto onestamente, è mia la battuta che nessuno è stato a scuola dal Padreterno, che la “variabile Pertini” l’avevo un po’ come tarlo in fondo al cervello. La partita finale l’ho “sentita” mentre ero in Tunisia ospite di un villaggio Valtur, ho sofferto e tremato, alla vittoria ho esultato con la lacrimetta all’occhio.
È chiaro che ad ogni spostamento e visita ufficiale, il Presidente aveva il suo quadretto con indicati i passaggi significativi. Quando si trattò del viaggio in America, piuttosto lungo e impegnativo, il Presidente si fece fare tutto lo schema, ricordandomi che bisognava tenere presente il cambiamento di fuso orario, risposi che lo sapevo e che lo avevo considerato. “Bene, aggiunse, guarda il Tg1, quando il giornalista della Rai dirà che sono stato diplomatico, è il messaggio per te, per farti sapere che ho seguito alla lettera le tue indicazioni”. La cosa buffa è che Angelini, il giornalista che lo seguiva, per tutta la durata del viaggio nei sui servizi diceva: “Oggi il presidente è stato “insolitamente” diplomatico”!
Pertini era tirchio da morire e un bel giorno, mentre sul calendario dei suoi impegni discutevamo le sue previsioni (ogni giorno era distanziato dagli altri e nello spazio vuoto prendeva appunti come uno scolaretto), mi fece notare che erano anni che ci conoscevamo e non gli avevo mai regalato una pipa. Con un bel sorriso gli feci notare che erano anni che ci conoscevamo, che con una frequenza quotidiana mi recavo al Quirinale e quando non c’era mio marito ad accompagnarmi il taxi me lo pagavo io! Non ha avuto niente da eccepire: se lui era tirchio, io avevo una nonna ligure!
Quando il Presidente “andava fuori dai gangheri” e s’intestardiva, c’era un politico tuttora sulla breccia e famoso per un lodo, che mi chiamava senza ora fissa, giorno o notte non importa, per raccomandarmi di rabbonirlo e io, buona buona, aiutavo il Presidente a dire quello che voleva, ma usando altri termini. Insomma, gli facevo da dizionario dei sinonimi e abbiamo salvato qualche discorso di fine anno!
Un’estate, prima di andare in vacanza, mi telefonò per chiedermi conto del periodo, risposi che era tranquillo in linea di massima, tutt’al più qualche leggero contrattempo. Bene, ci fu un tentativo di far cadere il governo! Mi telefonò fuori di sé e gli dissi che avevo già davanti tutti i quadri dei politici per capire a chi giovasse, glielo indicai, tornò a Roma e la cosa rientrò subito. Insomma, c’era stato un contrattempo.
Chi non amava il Presidente Pertini? Era una bella linguaccia e tra chi non godeva delle sue simpatie c’erano Craxi e la Carrà. A proposito di quest’ultima, involontariamente è stata causa di guai per me. Nel 1984 aveva ottenuto un contratto fantastico con la Rai, sei miliardi in tre anni, e a Pertini non andava proprio giù. Un giorno, eravamo verso la fine dell’84 inizio ’85, parlando di questo “sconcio” secondo lui, mi guardò e mi chiese come fossi messa personalmente con la Rai. Io non gli avevo mai parlato dei fatti miei né gli avevo chiesto favori, gli dissi come stavano le cose e s’arrabbiò come un picchio. “Ci penso io” tuonò, mise nero su bianco inviandomi un biglietto nel quale mi faceva presente che avrebbe chiesto spiegazioni, non so cosa fece né lo voglio sapere, so solo che ormai era nel semestre bianco e contava quanto il due di coppe, tutto andò come prima ma… come Cossiga divenne Presidente ecco che in Rai mi fu offerta l’assunzione a patto che prendessi la tessera del Partito Socialista. Risposi di no perché mi avevano presa senza tessera e così volevo restare, inoltre Craxi non godeva delle mie simpatie umane oltre che politiche, mi risposero che allora non mi avrebbero assunta, il resto è storia.
Tra i “guai” procuratimi dalla simpatia non sollecitata da parte di un personaggio importante, c’è anche i l fatto che per anni ho avuto il telefono sotto controllo. Me lo disse il Presidente quando una volta, per una questione sua famigliare, mi telefonò “da fuori, perché al Quirinale ho il telefono sotto controllo…”, si fece una risata omerica aggiungendo ”… che stupido, anche il tuo telefono è controllato!”.
Chi sa di questo legame, e tra i giornalisti sono molti, mi rimprovera di non aver saputo “sfruttare la situazione”, personalmente non ho rimpianti e mi attribuisco un piccolo merito: è anche grazie alle mie previsioni e mediazioni che il Presidente Pertini è ricordato come il più amato dagli italiani.

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