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Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

Cultura

BAMIYAN E LE STATUE DI BUDDHA

Almalinda Giacummo

la statua del Piccolo BuddhaBamiyan è una lunga vallata, una volta ricca di coltivazioni: qui passava la Via della Seta che dalla Cina raggiungeva Bamiyan per proseguire poi verso sud ed ovest e sempre da est giunse il buddhismo. Bamiyan sorge sotto una parete di roccia alta un centinaio di metri, verticale e molto lunga: qui monaci buddhisti hanno aperto centinaia di fori e caverne, da usare anche come eremitaggi. Due sono, anzi erano, molto più di questo: caverne molto grandi ed in fondo, nella roccia, i buddhisti scolpirono due grandi statue del loro dio e ricoprirono le pareti con affreschi.
Una fatwa, l’editto islamico del mullah Mohammed Omar, ha decretato la distruzione di tutte le statue preislamiche: quindi non solo i Buddha di Bamiyan, ma anche tutti gli altri idoli pagani. Ma a Bamiyan si è resistito per anni: già dal 1997 i Taliban minacciavano e nel 1998 realizzarono all’interno delle statue una grande santabarbara, un immenso deposito di esplosivo pronto a far saltare le vestigia di una religione idolatra ed infedele. Ma qualcuno di loro, tal Wakil Muttawakkil, ha anche insinuato che se la religione preislamica dell’Afganistan fosse stato il Cristianesimo, probabilmente non sarebbe successo nulla, perché questa era la vera religione prima di Maometto.
Quindi i Buddha sono stati in pericolo fin dal 1997, quando i Taliban assediarono la cittadina degli Hazarà, considerati alla stregua di una sottoumanità: ma questi si sono dimostrati tenaci e feroci quanto gli altri. Essendo i Buddha la maggiore risorsa della zona per il turismo che richiamavano, al loro ingresso i Talibani hanno minato la faccia della statua più grande (53 m di altezza), deturpandola per sempre. Poi l’ONU ha incrementato l’embargo verso l’Afganistan ed allora la situazione, in un paese che cerca da anni il riconoscimento internazionale, è precipitata definitivamente.
Ma torniamo alla cultura vera e propria: la valle fu dal II al VII secolo d.C. luogo di incontro fra etnie diverse, la cui fusione diede origine ad uno stile locale definibile irano-buddhistico per le influenze dell’arte sasanide e dell’India gupta, che si innestarono su un filone di particolare: statua del Grande Buddha con la fiammata di un innesco tradizione greco-buddhistiche (cosiddetta arte del Gandhāra). A Bamiyan, oltre ai resti di numerosi piccoli monasteri, composti da un vasto salone di ricevimento di forma quadrangolare o ottagonale spesso con soffitti elaborati, magari composti con finte travi di quadrati sovrapposti o a volta a cupola d’ispirazione iranica, un santuario e qualche cella d’abitazione, erano quindi queste due gigantesche statue: la prima, detta del Piccolo Buddha, risaliva al III-IV secolo d.C. ed era la meglio conservata nonostante fosse priva del volto e delle mani. Scavata completamente nella roccia, in una nicchia profonda 8 metri ed a volta parabolica, era alta 35 metri ed era ricoperta da un miscuglio di paglia e di fango su cui era stato modellato il mantello: infine, era stata dipinta di blu. La posizione rigidamente frontale del corpo e la foggia del drappeggio rivelano l’influsso esercitato dall’arte del Gandhāra. Nella nicchia la decorazione dipinta rappresenta una divinità solare o lunare su un carro condotto da quattro cavalli alati: la divinità è circondata da una grande aureola bordata da brevi raggi. Si tratta forse della rappresentazione del dio solare sul suo carro di origine greca modificato dagli artisti greco-iranici, cui si riallaccerebbero le rappresentazioni del Sūria indiano.
la testa del Piccolo Buddha, una voltaLa seconda statua, detta del Grande Buddha, era alta 53 metri: risaliva al V-VI secolo d.C. Il drappeggio del mantello era stato ottenuto attraverso corde fissate alla statua con tasselli di legno, coperte con uno spesso strato di paglia e fango mescolati insieme e poi dipinti di rosso. Alla base di questa statua si aprivano dieci grotte risalenti al VII secolo, di cui una a forma ottagonale, decorata con altorilievi rappresentanti piccole statue di Buddha e maschere grottesche, ed un’altra di forma rettangolare con un soffitto a lanterna ornato all’interno con anitre e grifoni volanti. Entrambe le statue erano originariamente ricoperte d’oro: secondo le fonti, il bagliore che emettevano alla luce del sole era tale che le rendeva visibili a centinaia di chilometri di distanza, indicando ai viaggiatori la via fino a quel luogo manifestando, inoltre, la gloria del Buddha e della sua dottrina. Nella nicchia di questa gigantesca statua erano altre teste di Buddha scolpite in rilievo sotto due file sovrapposte di piccoli archi dipinti, poi il motivo delle acque sgorganti, maschere grottesche con baffi e sopracciglia a foglie, geni che volano verso Buddha per offrirgli fiori e ghirlande, un donatore con un vassoio di offerte che indossa una lunga tunica dal collo a risvolti, stivali alti e cintura a bandoliera con corto pugnale, tipicamente in uso in molte regioni a cominciare dall’Iran.
il Piccolo Buddha Ma tutta la valle era un santuario ed un museo: migliaia di grotte erano scavate nella città e nella valle e già i francesi negli anni ’20 videro decorazioni con sagome umane ed animali contornate da volute di foglie romane, figure femminili alate con capelli a forma di cono, bodhisattva con danzatori e musicanti, figure femminili con leggeri veli come vestiti. E poi il cavallo alato, la testa di cinghiale, i due uccelli addossati con la testa voltata ed una collana di perle nel becco, motivi questi di ispirazione certamente iranica, così come alcune teste in rilievo poste sui soffitti con barba ondulata ed acconciatura a forma di berretto conico.
Ma oggi quasi nulla resta di tutte queste meraviglie: anche i musei, in special modo quello di Kabul, sono stati depredati dei loro tesori. La speranza di tutti gli studiosi del mondo è che esista veramente quella statua di Buddha disteso che i pellegrini raccontano nelle loro storie, scolpito nella roccia e lunga più di 30 metri: certo, non sostituirà mai l’immenso patrimonio perduto, ma almeno rifocalizzerà l’attenzione su un paese crocevia di religioni, popoli e genti diverse.
La valle di Bamiyan si chiude poi con una strettoia: qui un gruppo di castelli e di torri domina dall’alto di un precipizio. Questo complesso si chiama la Città Rossa: era la roccaforte di difesa della valle e, secondo la tradizione, fu Gengis Khan a distruggerla dopo che questa tradì la sua fiducia. Uomini ed animali furono passati a fil di spada e per questo vi è l’attributo di Rossa, per il sangue che ancora colorerebbe i luoghi di quella strage. Poi Gengis decretò la morte perpetua di questo luogo, proibendo di viverci in quel momento ed in futuro. Mai desiderio fu realizzato dal destino in modo più crudele.