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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Cultura
LE
DOMUS DEL CELIO riaperte dopo il restauro
Almalinda
Giacummo
Riaprono
finalmente le domus romane sul Celio: e la Roma archeologica si arricchisce di
un antiquarium finalmente degno di essere visto. Dopo tre anni di restauri e tre
miliardi di spese, pagate dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e
dal Ministero dell’Interno, l’inaugurazione porta al grande pubblico questo
spaccato della Roma romana e alto medievale del Celio, lungo il Clivo di Scauro,
importante asse stradale antico mantenutosi pressoché inalterato nel corso dei
secoli, di fronte alla biblioteca di Agapito, in realtà sala di ricevimento di
una ricca famiglia romana (gli Anicii?), contrapposto all’arco di Silano e
Dolabella e all’acquedotto celimontano, affianco al tempio del Divo Claudio e,
non ultimo, esattamente al di sotto della chiesa dei Santi Giovanni e Paolo.
Quindi, una zona di enorme interesse archeologico ed urbanistico. Ma passiamo a
questo monumento in particolare: si tratta dei resti di edifici costruiti a
partire dal II secolo d.C. Il nucleo più antico è costituito da una grande
domus a più piani, attualmente al di sotto della navata destra della basilica,
e da altri due edifici poco conosciuti.
All’inizio del III secolo la zona prospiciente il Clivo di Scauro viene
occupata da un portico con botteghe a livello strada ed abitazioni al piano
superiore: attualmente si trovano al di sotto della navata centrale e di quella
sinistra della basilica e la facciata sul clivo si vede ancora perfettamente
inglobata nelle costruzioni più recenti con 13 finestre al primo piano e 12 al
secondo. Le botteghe avevano ciascuna due vani: uno anteriore, il negozio vero e
proprio, ed uno posteriore usato come retrobottega con uscita secondaria su un
cortile. Alla fine del III secolo-inizi IV fu probabilmente di un unico
proprietario che ristrutturò l’intero complesso in una grande casa signorile:
le botteghe del lato ovest divennero vani di rappresentanza decorati con
affreschi e pavimentati con tarsie marmoree, quelli del lato est ebbero mansioni
di servizio; il porticato fu chiuso e suddiviso con tramezzi. Alcuni ambienti
pertinenti alle strutture precedenti vennero invece interrati. Fulcro della
nuova casa divenne quindi il cortile-vicolo: lungo alcune delle sue pareti
furono realizzati splendidi affreschi a soggetto marino come sfondo per un
ninfeo. Nella seconda metà del IV secolo dovettero essere traslate delle
reliquie, o dei corpi venerati, all’interno di alcuni ambienti: forse i corpi
di S. Giovani e S. Paolo e dei santi Crispo, Crispino e Benedetta: si realizza
quindi il piccolo ambiente definito Confessio, comunque una cappelletta dedicata al culto privato del
proprietario, cristiano, tradizionalmente indicato nel senatore Bizante, padre
di Pammachio. All’inizio del V secolo dovette essere edificata sopra la casa,
dallo stesso Pammachio,
la Chiesa titolare: la costruzione, però, comportò la realizzazione di grandi
fondazioni con la parziale distruzione degli ambienti sottostanti. Oggi la
visita degli ambienti risulta complessa: infatti, originariamente, alcuni erano
di dimensioni maggiori e furono poi tagliati dai grandi muri rivestiti di
sostruzione della chiesa. Alcuni erano comunque in uso, per lo più come
ambienti di lavoro e stoccaggio, raggiungibili con botole e scale, sicuramente
fino al VII secolo d.C. come dimostrano le anfore ivi rinvenute. Il percorso
migliore per visitare questo interessantissimo complesso, prevede il nuovo
ingresso dal Clivo di Scauro, quindi dall’antico porticato, fino alla sala dei
Geni: questa prende il nome dalle immagini degli affreschi, originariamente
estesi su tutta la volta, rappresentanti i Geni della stagione estiva attorniati
da piante e fiori, e degli Eroti vendemmianti, rappresentanti l’autunno. Si
tratta di un repertorio di bottega, con schemi e modelli fissi, senza alcuna
personalizzazione della figura umana, senza molto movimento, senza prospettiva e
senza ombre che diano l’idea della fisicità dei soggetti. Tuttavia il
restauro ha riconsegnato al visitatore il calore di colori vivi e la scoperta
della precisione in cui sono stati rappresentati piante ed animali, per quanto a
volte piazzati lì, quasi a caso, senza alcun contatto con la figura umana, come
se si trovassero su pareti diverse e non sulla stessa. La decorazione si data
alla metà del IV secolo. Si passa poi nella sala decorata con un affresco
rappresentante il finto marmo, quindi nella sala del Bue Api e delle Saltatrices,
seguita da quella dell’Orante: in spartizioni geometriche, la prima sala
presenta l’immagine di questo bue, interpretato come il dio Api, e di Menadi
danzanti, quindi temi puramente pagani, mentre la sala successiva alterna
festoni floreali, mostri marini, maschere teatrali e capri ad immagini di
filosofi e dell’orante, che dà il nome alla sala stessa. Secondo gli studiosi
è la conferma del fatto che il proprietario di fine III-inizi IV secolo non
doveva essere necessariamente un cristiano o un pagano, ma che semplicemente
abbia affidato la decorazione ad una bottega con cartoni fissi, probabilmente
“alla moda”, o che comunque si sia attenuto ad un gusto personale, non
dettato da particolari credenze religiose. Un piccolo vano di servizio è quindi
decorato con un affresco rappresentante un’opera isodoma; la visita procede
attraverso la cella vinaria, l’unica zona dove siano stati fatti dei saggi
archeologici in questa occasione, per poi procede fino alla Confessio.
Si tratta di una piccola nicchia rettangolare lungo la parete di fondo di uno
stretto pianerottolo: secondo alcuni era una fenestrella
confessionis o un armadio per reliquie, confermando la tradizione per cui in
questi ambienti sarebbero vissuti, morti e sarebbero poi stati sepolti Giovanni
e Paolo durante la persecuzione di Giuliano l’Apostata; nello stesso ambito
sarebbero poi stati martirizzati e sepolti anche Crispo, Crispiano e Benedetta,
rei di devozione al culto dei due Santi. Gli affreschi hanno quindi un carattere
cristiano: in basso a sinistra è un personaggio maschile, con sopra l’arresto
dei tre fedeli da parte di due soldati, mentre a destra sono due personaggi
femminili con al di sopra il martirio della decapitazione dei tre. Sul fondo, in
alto ai lati della fenestrella, due figure maschili con pallio letterato, in
basso un personaggio orante e due figure inginocchiate davanti ad essa:
datazione fine IV secolo. Si passa poi al Ninfeo cosiddetto di Proserpina: si
tratta di una fontana sulla cui parete di fondo si staglia lo splendido affresco
raffigurante un personaggio femminile, variamente interpretato come Proserpina
con alla sua destra Cerere o Venere con Peito (la Persuasione), ancora la dea
del mare Tetide, che porge un calice a Dioniso il quale lo riempie con un
liquido biancastro. Il tutto immerso in un paesaggio acquatico con piccole
imbarcazioni ed Eroti che lavorano, sullo sfondo un porticciolo in muratura.
Rinvenuta nel 1909 al di sotto di un’altro strato di intonaco, o di una
scialbatura che comunque ne impediva la visione, forse perché troppo pagano,
presenta una qualità pittorica molto superiore rispetto al resto delle
decorazioni, rimandando quasi alla grande pittura di età classica: si data alla
fine del II-inizi III secolo d.C. La presenza di alcune strutture in muratura,
fra cui una specie di bancone oggi interpretato come un pozzo, però privo di
pedarole, lo ha anche fatto definire termopolium. Subito a destra dell’entrata si trova l’Oratorio
Medievale: per quanto confuso dall’insieme di murature diverse, conserva
affreschi importantissimi da un punto di vista storico artistico. Databili al IX
secolo, sono di fattura piuttosto scadente, il che ne ha pregiudicato
notevolmente la conservazione: rappresentavano originariamente episodi della
vita di Cristo. Oggi rimangono la scena della Crocifissione, con il Cristo
vestito, cosiddetto alla siriaca, il cui unico altro esempio noto si trova nella
chiesa di S. Maria Antiqua al Foro Romano, e della spartizione delle vesti,
dotata a suo tempo di una didascalia tratta dal Vangelo. La visita termina con
l’Antiquarium, che ospita i reperti della collezione pertinente a queste
strutture: non si tratta di reperti di immenso valore venale, ma sicuramente di
grande valore scientifico, nonché didattico visto che si ripropone ad esempio
la realizzazione di pavimenti e rivestimenti marmorei in opus sectile con l’aiuto di tarsie qui recuperate. Non si tratta
di tipi di pavimenti che dovettero necessariamente essere usati per queste domus,
ma di modelli che erano contemporanei alle case in oggetto. I reperti sono ben
visibili, forse troppo a portata di mano, le spiegazioni molto esaurienti e
bilingui, per quanto in alcuni casi un pò alte, i supporti e gli specchi
adeguati: finalmente una bella esposizione, in cui architetti e studiosi sono
riusciti a coniugare esigenze espositive e condizioni di conservazione ottimali
senza sacrificare il visitatore, finalmente considerato.
Da vedere? Certamente sì, lo consiglio vivamente, è un’esperienza
affascinante per il tuffo nel passato, per quanto una guida sia necessaria, per
evitare di perdersi fra i muri, le sale e le decorazioni di epoche diverse a
volte sovrapposte bizzarramente.
La visita deve necessariamente essere prenotata, sia che si voglia una guida sia
che si voglia interpretarla singolarmente: il numero telefonico-fax è
06/7216601, dalle 9.30 alle 13.30; via internet: spazioservizi@libero.it.
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