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Anno 8
Numero 37
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Cultura
MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DELLA BASILICATA
“Dinu Adamesteanu”
Gerardo Giacummo Antonia
Geninazza
Il nuovissimo Museo
Archeologico Nazionale della Basilicata ha trovato degna collocazione
nel palazzo Loffredo, una delle poche testimonianze di edilizia nobiliare della
città sopravvissuto ai terremoti. Costruito tra la fine del XV e
l’inizio del XVI secolo dai Guevara, feudatari della città, con il matrimonio
tra Beatrice Guevara ed Enrico Loffredo passò a questi ultimi. All’inizio
dell’Ottocento fu sede dell’Intendenza di Basilicata e attorno al 1825 del
Real Collegio istituito da Luigi Bonaparte per l’istruzione superiore dei
giovani della Provincia della Basilicata. Nel 1850 un decreto di Ferdinando II
affidò il collegio ai Gesuiti. Dopo l’Unità d’Italia ospitò il Real Liceo e in seguito il Conservatorio di Musica
Gesualdo da Venosa.
Nei primi anni ’50 l’ho conosciuto come Liceo Classico di Potenza, ho
collaborato con altri studenti al trasferimento della biblioteca alla nuova sede
di via Vaccaro. Ricordavo un vecchio palazzo con muri scrostati, l’ho
ritrovato in
tutto il suo splendore, prestigiosa sede del Museo Archeologico Nazionale della
Basilicata e per di più dedicato a Dinu Adamesteanu. Perché “per di più”?
Perché Dinu Adamesteanu l’ho conosciuto negli anni ’60, quando giunse a
Potenza come soprintendente archeologico in una “terra di frontiera” come
era solito dire. Ero appassionato di archeologia, la passione era nata in me da
quando ero ragazzino e avevo visto a Piano della Civita, vicino alla Madonna di
Fonti, le mura che costeggiavano la Nazionale e una colonna che un contadino
aveva adagiato vicino alla capanna degli attrezzi. Nel suo studio avevo potuto
ammirare il candelabro etrusco rinvenuto a Melfi, trafugato e in seguito
recuperato dai Carabinieri. Adamesteanu era un tipo simpaticamente burbero, gli
appellativi con i quali gratificava noi studenti erano “scarafone” e
“morto di fame”, ci faceva trottare, con lui ho seguito un corso della
Fondazione Lerici a Tarquinia e, i casi della vita, dopo quarant’anni è
proprio qui che mi sono stabilito.
Nel nuovissimo museo, in sale elegantemente sobrie, spaziose e ariose, trovano
la miglior collocazione possibile i risultati degli importanti scavi condotti
negli ultimi anni nella Basilicata centro-settentrionale. Il Museo è articolato
su due piani collegati da uno scenografico scalone (ci sono anche gli
ascensori), secondo un criterio cronologico e territoriale che offre al
visitatore un quadro generale dell’archeologia dell’intera regione, quanto
mai vasta e complessa trattandosi di un territorio che è stato luogo
d’incontro tra genti di stirpi e culture diverse, e l’approfondimento sugli
eccezionali ritrovamenti nel territorio del capoluogo per la prima volta esposti
in una sede permanente.
Oltre al materiale esposto, chiari pannelli esplicativi, anche in inglese,
consentono al visitatore di avere un’idea delle località dove sono avvenuti i
ritrovamenti, sullo stato degli scavi, sulla storia del luogo.
Il percorso museale inizia dalla precolonizzazione con ritrovamenti
della prima età del
Ferro provenienti dall’Incoronata-San Teodoro e da Santa Maria d’Anglona,
quando tra il IX e l’VIII secolo a.C. popolazioni indigene, gli Enotri,
occuparono le pianure della costa ionica della regione.
Si prosegue con le colonie greche dove si può ammirare un reperto importante
proveniente da Metaponto, per la prima volta esposto al pubblico. Si tratta del
raffinato copricapo cilindrico, polos, di una sacerdotessa. In argento dorato,
è una straordinaria opera di oreficeria.
A seguire l’Enotria con il materiale, per fare un esempio l’ambra, che
testimonia contatti, certamente mediati, con popolazioni del Mar Baltico, oltre
a relazioni con i greci e gli etruschi.
Nel settore dedicato al Materano, territorio occupato dagli apuli, si trova
materiale che testimonia
gli scambi con i greci di Metaponto. Il tenore di vita dell’aristocrazia è
testimoniato dalla ricchezza dei corredi funebri.
I Peuketiantes sono popolazioni affini agli apuli, residenti nelle aree montuose
interne della Basilicata. Una di queste tombe ha restituito parti di
un’armatura greca, la bardatura da parata di due cavalli e un servizio di vasi
attici a figure nere, unico nel mondo indigeno della regione. Si possono
ammirare anche vasi in bronzo di produzione greca ed etrusco-campana. Dalle
tombe provengono anche armi, gioielli tra i quali i più
preziosi sono stati rinvenuti nella tomba detta “della principessa”, che
racchiudeva una bambina di circa sei-sette anni. Del corredo fanno parte un
diadema in oro, fibule d’argento, collane con vaghi
e pendagli d’ambra.
Nel settore dedicato ai Lucani, oltre ai reperti dell’epoca, nel museo è
ricostruita l’ambientazione del santuario di Rossano di Vaglio, luogo sacro
“federale” frequentato da tutte le genti lucane a partire dal IV secolo
a.C., dedicato alla dea Mefite e collocato in prossimità di una sorgente.
Un altro settore è dedicato ai romani che alla fine del IV secolo a.C.
conquistano gran parte della Lucania. Sorgono ville, residenze di senatori e
proprietari terrieri, nel museo è stato ricostruito un ninfeo con pavimento a
mosaico proveniente da Cugno dei Vari, Nova Siri.
Il Museo Archeologico Nazionale della Basilicata arricchisce i già esistenti
musei di Matera, Metaponto, Policoro, Grumentum, Melfi, Venosa e Muro Lucano.
Per informazioni: 0971.21719
archeopz@arti.beniculturali.it
www.archeobasi.it
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