prima paginaPrima pagina
editorialeEditoriale
attualita'Attualità
culturaCultura
costumeCostume
spettacoloSpettacolo
personaggiPersonaggi
turismoTurismo
medicinaSalute
sportSport
agendaAgenda
oroscopiOroscopi
curiosita'Curiosità
consulenteConsulente
giardinaggioGiardinaggio
cucina
Cucina
dentino avvelenatoDentino avvelenato

linkI nostri link
e-mailE-mail


Anno
10
Numero
29

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

 

Cultura

 

I 40 GIORNI DEL MUSSA DAGH 

Titolo originale Die vierzig Tage des Musa Dagh di Franz Werfel, è stato stampato per la prima volta a Berlino nel 1933 e tradotto per l’Italia nel 1963.
Austriaco di origine ebraica, Franz Werfel visse tra Berlino e Vienna, per sfuggire alle persecuzioni naziste nel 1938 riparò in Francia, internato in un campo di concentramento riuscì a scappare raggiungendo gli Stati Uniti dove morì nel 1945.
I 40 giorni del Mussa Dagh è l’opera più significativa di Franz Werfel che lo abbozzò nel marzo del 1929 durante un soggiorno a Damasco. La vista dei profughi armeni, soprattutto bambini, mutilati e affamati, che lavoravano nelle fabbriche di tappeti lo spinse a dissotterrare la memoria del genocidio degli armeni ad opera dei turchi, che ne sterminarono un milione e mezzo. 

L’azione del romanzo si svolge nei pressi di Antiochia nell’impero ottomano negli anni 1914-15, allo scoppio dalla prima guerra mondiale, e racconta la resistenza di un gruppo di armeni alle persecuzioni ad opera del partito dei Giovani Turchi che ne aveva pianificato lo sterminio. Gabriele Bagradian, il protagonista, è un armeno trapiantato a Parigi, uomo di mondo sposato con una francese dalla quale ha avuto un figlio. All’improvviso gli giunge la notizia che il fratello maggiore è gravemente ammalato ed ha abbandonato la casa e i beni di famiglia per curarsi in Libano, perciò la sua presenza è richiesta in patria. Parte con moglie e figlio, gli eventi lo bloccano nella casa paterna, tra la sua gente. Gli armeni sono una minoranza cristiana tollerata nell’impero ottomano, fino ad allora la convivenza era stata pacifica. Gabriele, da sempre estraneo ai problemi della comunità, pian piano ritrova le sue radici e, poiché la sua famiglia ha sempre avuto una posizione eminente nella società, davanti ai soprusi dei turchi prende in mano la situazione. La moglie si estranea, il figlio segue le orme paterne, nel gruppo entra Ikuhi, una ragazza accolta caritatevolmente  in casa. La situazione tra armeni e turchi si fa sempre più tesa, infine la comunità decide di asserragliarsi sul Mussa Dagh, il monte di Mosè, l’antica montagna dei padri, portando tutti i beni trasportabili e dopo aver chiesto aiuto alle potenze occidentali.
Il nocciolo del romanzo è il racconto di questa resistenza ostinata durata quaranta giorni, di ciò che accade al protagonista e agli altri, uomini, vecchi, donne e bambini. La moglie di Gabriele si innamora dell’unico occidentale presente nel gruppo, il greco Gonzague Maris, che le propone di fuggire, ma il marito sorprende la tresca, il figlio è ucciso durante una spedizione contro i turchi e lei si ammala. Il greco fugge da solo. Davanti al fallimento della sua vita, Gabriele riesce a mantenere l’equilibrio grazie all’affetto platonico che lo lega a Ikuhi e al senso della responsabilità nei confronti della sua gente. Il finale è agrodolce: i superstiti dell’assedio riescono ad imbarcarsi sulle navi francesi giunte in soccorso, Gabriele si sente svuotato, ormai non ha più scopi, torna per un ultimo saluto sulla montagna dei padri, due pallottole turche mettono fine alla sua vita mentre prega sulla tomba del figlio.
 

I 40 giorni del Mussa Dagh è un romanzo importante, forse certi passaggi sono verbosi, ridondanti per il gusto moderno, ma è un romanzo sincero, autentico che affascina.

Nel 1935 la Metro Goldwin Mayer acquistò i diritti, ma su pressione del governo turco l’idea di farne un film fu abbandonata. Nel 1981 una troupe armena girò il film che però non fu mai distribuito, ora sembra che voglia farlo Sylvester Stallone.

Nel 2006 i fratelli Taviani hanno girato La fattoria delle allodole, liberamente tratto dal libro di Antonia Arslan, nel quale l’autrice racconta la storia della sua famiglia massacrata in Anatolia nel 1915 durante quello che può essere considerato il primo genocidio del secolo scorso, l’antesignano di quello su più vasta scala posto in atto da Hitler. 

A tutt’oggi, siamo nel marzo 2007, la Turchia non ricorda quanto è accaduto, perseguita i turchi che parlano del massacro degli armeni, insomma non vogliono fare pace con gli errori del passato.