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Anno 10
Numero 13
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Cultura
LE
BACCANTI
Almalinda
Giacummo
E’
l’ultima tragedia composta dal poeta greco Euripide: fu rappresentata dopo il
406 a.C., postuma, a cura del figlio. Lo sfondo scenico può essere riconosciuto
nella terra di Macedonia, mentre il nucleo originario è la passione di Dioniso,
dio degli alberi, della vite e del vino: la sua religione viene accolta con
favore dal volgo rustico, contrariamente alle classi sociali più elevate dedite
a una religione più composta. Nasce quindi il mito di Pentéo, argomento delle
Baccanti. Dioniso è figlio di Zeus, padre degli dei, e di Semele, figlia di
Cadmo; a Tebe viene però negata la sua origine divina da parte delle sorelle
della madre, che sono spinte verso i monti da un grande bisogno di divertimenti
orgiastici: verso gli stessi monti si reca anche Dioniso in spoglie umane,
accompagnato dalle
Menadi Lidie che, nell’opera, compongono il coro. Ad opporsi a questi riti
orgiastici è il re di Tebe Pentéo: vede giustamente in queste forme di rito un
grave pericolo per la morale pubblica, in netto contrasto con il parere di Cadmo
e Tiresia, fra i più vecchi sostenitori di questo culto. Nel contrasto viene
catturato anche Dioniso che, per liberarsi, deve palesarsi quale dio: scatena un
forte terremoto e Pentéo è costretto a lasciare la sua reggia per recarsi in
salvo sul monte Citerone a spiare le orge. Ma viene scoperto a spiare dalla sua
stessa madre Agave che, invasata, lo sbrana insieme ad altre compagne: lei
stessa porta poi, in cima ad un tirso, la testa mozza del figlio, credendola però
la testa di un leone. Improvvisamente Agave rinsavisce e, resasi conto
dell’accaduto, accusa Dioniso di inaudita ferocia. Ma il dio le risponde che
la punizione è stata pari all’offesa e predice eventi futuri.
E’ difficile, secondo gli studiosi, stabilire se la tragedia sia una
ritrattazione di una versione precedente, e quindi un’adesione religiosa al
culto dionisiaco, o sia invece una critica al mito o infine una critica
dell’arte per l’arte. Si tratta, più probabilmente, del senso ultimo di un
mondo selvaggio ed elementare, la libertà. Il poeta sembra quasi sentire il
fascino della liberazione dal vincolo del corpo umano e scorge nell’ebbrezza
estatica la via per una “pazza sapienza”: l’uomo non capisce più nulla,
non coordina il suo corpo, ma pretende di continuare a comandare e dominare la
realtà. «Ciò che è bello, è caro sempre», il bello è il fascino di questo
dio, che sembra quasi prendere anche il cuore del greco Euripide.
Storicamente parlando, Plutarco racconta che Giasone di Tralle, in mezzo al
tripudio dei Parti, recitò alcuni
versi delle Baccanti sulla testa mozza del triumviro Crasso.
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