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Numero 16
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Cultura
ASSADOUR, METECO DEL MONDO, Assisi e Longiano
espongono le sue opere in un’importante mostra
Michele De Luca
L’impegno di Assadour (Beirut, 1943), è stato da sempre orientato a
non irrigidirsi nelle strettoie di un formale accademismo, cui invece sembra
tendere, in generale, l’incisione di oggi; il suo progredire nella ricerca
iniziata sui banchi dell’Accademia Pietro Vannucci di Perugia e dell’Ecole
de Beaux-Artes di Parigi, dove vive dal 1964, frutto di una serie illimitata ed
instancabile di studi, esperimenti, citazioni e rimandi, correzioni e aggiunte,
offre nei suoi lavori una sorta di palcoscenico in cui si svolge uno spettacolo
nel quale ogni elemento concorre a creare, in un labirinto inestricabile, una
vera goduria per lo sguardo ed una forte emozione nell’anima. In una specie di
sintesi di tutte le espressioni artistiche, e delle indagini contemporanee, le
sue opere, proiettandosi fuori dei suoi materiali confini, allargano
all’infinito lo sguardo di chi vi si pone davanti e si lascia “rapire” in
una sorta di caleidoscopica fantasmagoria di segni e di luci, densa di una
inattesa e misteriosa malinconia.
A questo vero mago del colore, inventore e
dispensatore per il suo pubblico di “viaggi” affascinanti
e ricchi di suggestione, apprezzato in tutto il mondo per l’inesauribile
fantasia da cui nascono le sue opere (ha esposto in prestigiose sedi dislocate
nei più lontani angoli del pianeta, da Parigi a Osaka, da Bruixelles a Roma, da
Grenoble a Tokyo, da Matera a Lima, da Taipei a Spoleto, da Tolentino ad
Amsterdam, da Reggio Emilia a Lione), che ha partecipato alle più importanti
Biennali (Venezia, Cracovia, Buenos Aires, Toulon, Belgrado), ricevendo
tantissimi premi di prestigio, come, nell’ormai lontano 1984, il Grand Prix
des Artes de la Ville de Paris, la Fondazione Pericle Fazzini e la Fondazione
Tito Balestra dedicano un’importante mostra dislocata negli splendidi spazi
delle rispettive sedi, e cioè nel Museo Fazzini di Assisi e nel Museo Balestra
nel Castello Malatestiano di Longiano (Forlì Cesena), volendo con questa
iniziativa congiunta rendere omaggio ad un artista che fu amico apprezzatissimo
sia dal grande scultore marchigiano (al quale peraltro la Fondazione di Longiano
dedica una mostra di disegni e piccole sculture) che dal raffinato e colto poeta
romagnolo
La mostra di Assisi accoglie quarantasei opere
tra dipinti, acquarelli e incisioni datati 1995-2008; quella di Longiano, che fa
da corollario a un seminario sull’acquaforte, presenta quarantacinque opere
tra acquarelli, disegni e incisioni datati 1967-2008 e si inaugura il 30 aprile.
Per l’occasione, nella raffinata collana “Laboratorio” (giunta così
all’ottavo titolo) di De Luca Editori d’Arte, esce il catalogo curato, come
la mostra assisiate, da Fabrizio D’Amico, il quale, ricordando
l’apprezzamento che di lui ebbe Libero De Libero, che nelle sue prodigiose
acquetinte suggestivamente intuiva e scopriva “visioni tra il pieno e il vuoto
d’una solitudine”, tra l’altro, scrive: “Pensando ad Assadour, a questo
soteriologico, afrodisiaco induttore fuori generazione … non si può
immaginarlo altro che circonfuso di ‘se’:
di ipotesi, di interrogativi. Semmai destinati a non aver risposta. L’ha
spiegato molto bene, anni fa, Enzo Bilardello: che fra le fonti infinite
che servirebbe rammentare per lui, distese dal deserto al Mediterraneo alla sua
Parigi, dagli egizi ai romani agli
arabi fino ai due ‘contuberni Klee e Kandinsky’, la tentazione è di buttare
all’aria le carte, rimescolarle tutte e infine, in ottica critica, ‘alzare
bandiera bianca’. O forse si può fare l’inverso – continua D’Amico -:
dire di quel che – mi pare – si sia lasciato indietro, Assadour-le-Métèque,
libano-afgano-francese, nel corso degli anni, e in particolare in quest’ultimo
decennio, il cui fitto lavoro si raccoglie oggi ad Assisi – acquarelli e
tempere in serie prestigiosa, e le prodigiose acquaforti-acquatinte. Prima fra
tutte – fra quanto Assadour ha lasciato alle spalle – sta certamente quella
vocazione che è pur stata sua, e che molta esegesi su di lui ha confermato, a
ordinare le sue visioni all’interno d’una gabbia prospettica che scende da
Leon Battista Alberti, da Piero della Francesca, da Luca Pacioli.
Sull’adozione della quale, per certo, hanno inciso gli anni della formazione
italiana, spesi fruttuosamente all’Accademia Vannucci di Perugia. Ma che oggi
è interamente elusa, in favore di uno spazio tutto di superficie, che sulla
prima pelle del dipinto rigetta e
affastella tutti gli elementi della ‘storia’. È lì che si danno convegno,
gli ‘oggetti’ di Assadour: semiassi e rotelline, lune, lettere e numeri,
ingranaggi, machineries, sfere e
semisfere, cinghie rotanti, cupole rovesciate, nastri trasportatori (debitori
del futurismo, di dada, o di Chaplin?; o forse un po’ di tutto questo
insieme?), e adesso persino quei personaggi coloratissimi (che, ripensando le poupées di suoi anni lontani, sono fatti di quell’arcobaleno di
colori che stupiva un Melotti ammirato e voglioso) visti talvolta attraverso –
sembra – l’oblò di una lavatrice in modalità centrifugante. Lì, sul
piano. Specchiati sulla superficie dove, senz’ordine e disciplina, senza
nemmeno un grano residuo di gerarchia, convivono: dandosi semmai l’un
l’altro qualche spintarella per entrare nel cuore dell’immagine”.
E’ stata spesso evocata, riguardo ad Assadour,
l’ombra feconda del Pictor Optimus;
ma – come fa notare il curatore della mostra - l’artista di oggi, nelle sue
espressioni più mature di un’incontenibile ed insaziabile ricerca, appare
“troppo carico, rigoglioso, felice” per essere avvicinato all’attesa
carica d’ansia e alla malinconica metafisica dechirichiana. Può forse più
appropriatamente parlarsi per lui di un’eredità dada-surrealista, che lo
porta a sfiorare l’iperbole e l’azzardo inventivo, mentre sciorina, per la
gioia di chi ami davanti ai suoi lavori , come diceva Pessoa, “perdersi a
guardare”, tutto un repertorio di segni e folgori cromatiche che rimandano
inevitabilmente a Kandinsky.
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