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Anno
11
Numero
53

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

Cultura

Intervista alla dottoressa GIULIANA CAVALIERI MANASSE, curatrice dello studio più aggiornato sul Campidoglio della piccola Roma del nord 

Almalinda Giacummo

Abbiamo intervistato la dottoressa Giuliana Cavalieri Manasse: il suo studio nella sede provvisoria, ormai tale da molti anni, nella città di Verona è ingombro di ogni sorta di carta, da quelle inerenti le pratiche lavorative, permessi, vincoli, progetti da vagliare, a volumi di materia archeologica, necessari per gli studi cui comunque la dottoressa si dedica, per far sì che le scoperte che via via avvengono in città siano valutate e pubblicate, magari utilizzando il poco tempo libero a disposizione, magari di notte…
d. Buongiorno dottoressa, grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande. Fin dagli anni trenta del secolo scorso il Capitolium di Verona era stato localizzato dal Frothingam negli edifici individuati lungo il lato ovest di quella che oggi è piazza Erbe, precisamente in piazzetta Tirabosco: oggi sappiamo che non è così. Cosa vi ha fatto dubitare di questa collocazione originale?
r.
Soprattutto il fatto che gli edifici in questione non prospettino sulla piazza del Foro romano ma su una strada secondaria. Anche se, in effetti, la precedente localizzazione non convinceva ma era data praticamente per assodata.
d. Quindi, quando e perché avete deciso di spostare l’attenzione su altre zone, specificatamente sul lato Nord?
r.
In modo molto fortuito. Nel 1975 pare che una ditta di costruzioni abbia fatto una segnalazione a questo ufficio: raccontavano di aver trovato delle strutture murarie L'area del Capitolium di Verona probabilmente di epoca romana durante lo scavo in alcune cantine dello storico palazzo Maffei. E palazzo Maffei oggi è la quinta architettonica che chiude piazza Erbe verso Nord. Allo stesso tempo, però, c’erano dei problemi tecnici e quindi il cantiere doveva essere sospeso, rinviando perciò le indagini archeologiche ad un momento successivo. Questo momento arrivò solo nel 1983: allora io ero diventata responsabile dell’ufficio, mentre nel 1975 no, e non sapevo nulla di questa segnalazione. Né credo che vi sia qualcosa di scritto. Comunque la ditta si rifece viva: si cominciarono i lavori e vennero alla luce i resti di questi enormi dadi in mattoni sesquipedali, cui però nessuno sapeva dare una paternità.  Nessuna equazione dadi=Capitolium venne fatta. I saggi oltretutto erano limitati alle aree sottostanti alcune cantine, ad eccezione di uno, effettuato in un ala del cortile dello stesso palazzo, dove invece dei dadi si rinvenne un massetto, interpretato come la preparazione per il lastricato della piazza del Foro. Bisogna tener conto del fatto che allora tante cose non si sapevano: ad esempio la via Postumia si sapeva che passava nella piazza del foro, ma non che ne costituisse il limite nord, poteva anche essere in un punto a metà, per esempio. In contemporanea la Cassa di Risparmio di Verona decise di ristrutturare il Monte dei Pegni, che sorge nelle immediate vicinanze di palazzo Maffei: con accordo reciproco, ottenni che si effettuassero dei sondaggi il più possibile in accordo”planimetrico” con le strutture che erano già state individuate.
d. Tutto questo è avvenuto nel corso di alcuni anni. Intanto effettuavate studi a tavolino.
r.
Una delle prime cose che cercammo di fare fu di calcolare l’asse longitudinale della piazza del foro, di cui conoscevamo la larghezza. In seguito ai dati ottenuti dai saggi A e B di palazzo Maffei, stabilimmo che l’asse del foro, prolungato, era anche l’asse dell’edificio che avevamo individuato. La simmetria della planimetria, e il conseguente ribaltamento delle strutture individuate, ci fece venire qualche sospetto: la struttura individuata si presentava imponente, con una serie di dadi per il sostegno di un sistema di colonne e tre celle lungo il lato nord. Ci mancava solo la sua lunghezza, l’estensione verso nord: ma le possibilità non erano molte, anzi, solo una. Il Capitolium. Inoltre, anche i reperti avevano fornito informazioni preziose, come una base marmorea dedicata dai Decurioni a Giove Ottimo Massimo.
d. L’intuizione del criptoportico?
r.
Non fu tanto intuizione. In fondo al saggio C, sempre di palazzo Maffei fu trovato un frammento di iscrizione che citava un tal Marcus Magius “criptam f”, che aveva fatto una cripta: siamo allora andati a cercarla. Una volta individuata siamo andati avanti circa 2 o 3 anni con i soldi dell’amministrazione statale, ma in attesa di tempi migliori abbiamo dovuto sospendere, lasciano un “buchino” lì.  Quindi quella che poi era diventata la Fondazione Cariverona, e che aveva sede nell’edificio dell’ex Monte dei Pegni, stufa di avere i lavori interrotti, ha finanziato il prosieguo delle indagini. Che hanno portato allo scavo integrale dell’area sottostante Corte Sgarzarie, della strada che la divide dalle strutture templari, fino ad arrivare al muro della terrazza del tempio, con le bocche di lupo da cui il Criptoportico prendeva luce. Al centro erano presenti delle colonne che facevano del criptoportico una doppia passeggiata coperta, mentre verso ovest, oltre il muro di limite del criptoportico stesso è stata individuata una strada basolata pedonale, larga appena 3 m una sorta di strada di servizio. Così come di servizio dovevano ugualmente essere quelle trovate lungo gli altri due lati, anche se con una carreggiata pedonale di 6 m. Nello stesso contesto fu anche individuato il muro perimetrale di un altro edificio altrimenti sconosciuto, sempre di epoca romana.
d. Lo scavo dell’area sottostante Corte Sgarzarie è terminato nel 2004, quindi è stato dato il via ad un progetto di riqualificazione e musealizzazione dell’area archeologica. A che punto è la situazione?
r.
La palla è stata passata al Comune ma i soldi dovrebbero essere stanziati ugualmente dalla Fondazione, ed è una delle tante richieste che fa il Comune alla stessa Fondazione. Tutto è stato restaurato e ripulito, ma la zona resta interdetta alla visita. Ci sono anche problemi relativi alle barriere architettoniche che rendono spinosa la questione.
d. I ritrovamenti effettuati al di sotto di Palazzo Malaspina ?
r.
Riguardano il lato nord del criptoportico che quindi girava su tre lati, Ovest, Nord ed Est, al di sotto della porticus triplex che si doveva trovare invece sulla terrazza rialzata su cui era anche il tempio capitolino. Si trova all’interno di una proprietà privata: è stato completamente restaurato con le sue arcate centrali, i piani pavimentali e gli intonaci parietali.
d. Ricapitoliamo. Un edificio templare imponente, rialzato rispetto al piano stradale costituito dalla via Postumia, con tre celle ed un criptoportico costruito parzialmente all’interno della stessa terrazza.
r.
E una porticus triplex che doveva necessariamente esistere a chiudere la terrazza sui tre lati che non erano la fronte dell’edificio templare. La testimonianza più attendibile della sua esistenza è data dal rinvenimento di parti delle colonne sia della fronte sia della spina interna della porticus.
d. L’aspetto del complesso per chi si fosse trovato nella piazza del Foro.
r.
La piazza si trovava ad un livello inferiore rispetto al piano stradale della Postumia, quindi una scalinata non altissima, 1,40 m, doveva portare fino alla terrazza del tempio, quindi la scala d’ingresso all’edificio vero e proprio. Questo doveva misurare circa 35 x 42 metri, con un alto podio, prostilo, esastilo e periptero sine postico, quindi con 6 colonne su tre ordini sulla fronte, per un totale di 18 colonne, ed una fila sui due lati lunghi. Tutto sommato, alla fine non poi tanto alto, all’incirca 23 m dal piano della terrazza.
d. Il sistema decorativo. La planimetria è di un tipo molto antico rispetto all’ipotetica costruzione del tempio, all’incirca alla metà del I secolo a.C.: si tratta del tipo cosiddetto etrusco italico, noto per edifici come il Capitolium di Roma. E la sua struttura, a cominciare dall’interasse delle colonne, di ampiezza variabile fra 4,50 e 6,20 metri, non può che far pensare ad alzati lignei con decorazioni in terracotta. Le colonne avevano basi in calcare della Valpolicella e rocchi in tufo di Avesa rivestiti di stucco bianco.
r.
Abbiamo alcuni frammenti pertinenti a lastre di coronamento, di cui una quasi integra trovata collassata all’interno degli strati di innalzamento della terrazza, quindi Verona - L'area del Capitolium probabilmente persa durante il montaggio, con pelte e meandro, traforata e con ancora tracce di pittura; è stata poi trovata parte di una sima, baccellata con due tori e ancora con tracce di pittura, dal riempimento del criptoportico datato stratigraficamente al VII-VIII secolo d.C.,  alcuni frammenti pertinenti ai due rampanti, tutti di buona qualità, mentre per quel che riguarda il fregio la qualità era decisamente inferiore, piuttosto assimilabile alla qualità di un mattone, per spessore ed argilla, che a quella di una decorazione architettonica: con un motivo di difficile riconoscimento. Il coronamento terminale era di qualità migliore, forse quello originale, meglio conservato ma soprattutto testimonianza del fatto che l’edificio doveva essere ancora in piedi in queste parti fino al VII –VIII secolo, momento in cui venne distrutto, o si distrusse, il tetto. Mentre il fregio dovette essere restaurato, o meglio, rifatto in un momento in cui non “se ne capiva più nulla”, non si usavano più determinate tecniche. In generale, si può pensare che il frontone triangolare fosse aperto, forse rivestiti solo i terminali dei tre assi principali del tetto.
d. Ad un certo punto il complesso viene distrutto.
r.
Bisogna innanzitutto ricordare che Costanzo II (317 -361 d.c. n.d.r) aveva promulgato molte leggi contro il paganesimo, quindi molti edifici erano stati chiusi al culto: probabilmente il triportico dovette conservate per qualche tempo la sua funzione di archivio ma secondo i dati che abbiamo venne distrutti tra la fine del IV e l’inizio del V secolo a.C. In età teodoriciana (seconda metà V secolo) si dovette procedere allo spoglio sistematico dell’edificio, soprattutto osservando che molti frammenti della decorazione in terracotta presentano chiari segni di rotture intenzionali causate da mazze e seghe, forse per un riutilizzo di un qualche tipo, così come l’intenzionale spoliazione praticamente completa dei dadi in mattoni sesquipedali delle fondazioni. Ed i riutilizzi potrebbero essere stati molteplici: il coronamento merlato delle mura cittadine, il Palatium, un edificio termale…
d. Una planimetria di chiaro rimando in un’epoca in cui l’architettura aveva optato per soluzioni estremamente più “ricche”.
r.
L’intento doveva essere chiaramente politico: questa architettura imponeva soluzioni obbligate, una planimetria assolutamente condizionante del tipo di alzato. Probabilmente era un volersi richiamare alla più antica tradizione, forse per ragioni di immagine, forse per legami piuttosto stretti fra qualche notabile locale e una qualche parte della romanità Cittadina. Difficile sarà comunque avere delle risposte più precise perché le fonti tacciono completamente.
d. Dall’inizio dell’avventura Capitolium sono alla fine passati 25 anni. Perché così tanto tempo per vedere pubblicati gli studi?
r.
Innanzitutto gli scavi sono terminati solo nel 2004. Poi i contributi sono gratuiti: molti importanti studiosi hanno dedicato il loro tempo e le loro conoscenze a questo edificio. Ogni nuova campagna ha quindi portato delle novità cui si doveva comunque prestare attenzione, nonostante il contributo, o parte di esso, fosse già stato scritto. E nonostante tutto la bibliografia, per fare un esempio, si ferma per quasi tutti gli interventi, al solo 2007. Mai pensavo prima degli scavi che il triportico fosse stato distrutto così precocemente: mi aspettavo un decadimento più lento, una sorta di oblio terminato in età teodoriciana con uno spoglio più sistematico. Ma i dati hanno restituito un’ipotesi diversa cui bisogna prestare attenzione. E poi le lungaggini burocratiche e tecniche… 

Abbiamo lasciato la dottoressa alle prese con le solite polemiche inerenti queste ”borboniche” strutture pubbliche che sono le Soprintendenze, ma sappiamo già che la sua attenzione è sempre calamitata dal bene comune, dalla ricerca storica, dall’attenzione per ogni dettaglio, sia esso di tipo cantieristico o di progresso.

L’AREA  DEL CAPITOLIUM DI VERONA: ricerche storiche e archeologiche