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Numero 25
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Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
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Cultura
CASTEL MALNOME E LA
NECROPOLI DEI LAVORATORI
alle porte di Roma uno scavo interessante e relazionato al grande pubblico
Almalinda
Giacummo
La
ricerca archeologica sta finalmente prendendo un’altra via: dopo poco più di
un anno di lavoro la Soprintendenza Speciale per i Beni archeologici di Roma ha
presentato i primi risultati dello scavo di una necropoli di età imperiale (I-II
sec.d.C.) individuata grazie al lavoro investigativo della sezione di Fiumicino
della Guardia di Finanza. La necropoli si trovava sul pianoro di una collina
nella tenuta di Castel Malnome, vicino a Ponte Galeria (Rm): tutta la zona è
interessata da una formazione alluvionale entro la quale scorre il fiume Tevere
e dall’età del Ferro è nota la localizzazione di saline che dovevano
comunicare sia con l’entroterra veiente sia con l’Urbe. Oltre alla notevole
vicinanza con la zona portuale di Ostia e del Porto di Traiano.
Archeologicamente parlando si tratta di una necropoli "povera", con oltre 300
sepolture per lo più pertinenti a maschi di età adulta il cui scheletro
presentava le deformazioni tipiche di chi ha fatto lavori pesanti, ad esempio
trasporti, e sforzi di una certa entità e per un periodo prolungato, in una zona
umida. Gli antropologi coordinati dalla dott.ssa Catalano hanno poi osservato la
presenza specifica di patologie quali infiammazioni degli arti e dei tendini,
schiacciamenti vertebrali, patologie delle articolazioni inferiori, traumi vari,
ernie, spine osteofitiche...
Decisamente inferiore il numero delle donne e dei bambini tanto che gli esperti,
coordinati dalla dott.ssa Laura Cianfriglia responsabile della Soprintendenza
per il Municipio XV, hanno proposto un’identificazione del gruppo come
personale che prestava lavoro probabilmente in funzione delle saline suddette.
Facchinaggio, stivaggio, trasporto e lavorazione non dovevano essere mestieri
leggeri e forse questa era la necropoli delle persone che lavoravano
direttamente e non di un villaggio, altrimenti la presenza di donne e bambini
sarebbe stata certamente maggiore. Le sepolture erano molto semplici, per lo più
in fossa terragna, a volte con copertura alla cappuccina, quindi con tegoloni
disposti a tetto e coppi a chiuderne il punto di contatto, a volte con copertura
di sole tegole disposte di piatto a volte probabilmente solo legno, o nulla: in
due casi è stata documentata una sepoltura ad incinerazione. Solo lo scheletro
di una donna giaceva prono, gli altri erano supini, con evidenti segni di
compressione, dovuta alla sepoltura con sudario o con fasciature. Grazie alle
sabbie presenti, gli scheletri si sono conservati discretamente ed è quindi
stato possibile effettuare le osservazioni preliminari: oltre alle patologie
sopra riportate, è presente un caso di signazìa, malformazione che consiste
nell’ossificazione della mandibola al resto del cranio e che comporta
l’impossibilità di aprire la bocca e conseguentemente di mangiare. Ma lo
scheletro con questa particolarità appartiene ad un adulto: la comunità, alla
scoperta della malformazione, invece di lasciare perire il neonato di fame lo ha
alimentato con cibi morbidi e da grande, allo spuntare dei denti, ha provveduto
all’asportazione degli incisivi per permettere ugualmente il passaggio del
cibo. Forse la testimonianza della solidarietà all’interno di una comunità
povera per un suo membro ancora più disgraziato?
Che si trattasse di gente semplice che lavorava per la sopravvivenza più mera
è poi testimoniato dagli scarsi elementi di corredo rinvenuti, sia per quantità
sia per qualità: si tratta di poche monete, circa 70, usate come obolo a
Caronte, cioè il pedaggio dovuto al traghettatore delle anime nel mondo dei
morti, alcune lucerne, di cui una di grandi dimensioni, invetriata e con sul
disco una scena di vendemmia (età adrianeo-antonina), ed alcuni vasetti, boccali
ed ollette: gli unici reperti di maggior rilievo sono stati trovati in tre tombe
di bambini. Le prime contenevano orecchini d’oro, secondo una tradizione
attestata ampiamente nelle necropoli di età imperiale in tutto il suburbio,
mentre la terza conteneva una collana con pendenti in ambra, osso, faience e
conchiglie, dal significato apotropaico e che alla sopraggiunta morte prematura
del bimbo gli è stata lasciata per garantirne la protezione anche nel mondo dei
morti. Elementi in ferro erano invece pertinenti a letti funebri, a scarse
sostituzioni delle monete assenti, o a casse lignee, mentre piccole borchie sono
da riconnettere con calzari o piccoli oggetti di legno e vimini.
Notevole lo stato di conservazione di alcuni tubi in terracotta, usati per le
libagioni sulla tomba del defunto in occasioni di feste e ricorrenze. Secondo i
posizionamenti delle tombe riscontrabili dalle planimetrie, la presenza di
alcuni nuclei di tombe apparentemente in relazione fra loro potrebbe far pensare
a clan familiari o ad associazioni, ma bisognerà attendere lo studio completo
dei materiali per avere, forse, qualche informazione in più.
Per concludere: si tratta di una necropoli di persone dedite a lavori pesanti,
probabilmente da individuare con personale che gravitava sui porti di Roma.
Nel corso della presentazione, forse preso da entusiasmo, ho sentito qualcuno parlare
ingenuamente di musealizzare lo scavo. Associato al materiale presentato c’era
un video in cui erano state
riprese le varie fasi di scavo ed in cui era chiaro che scavare è anche
distruzione. Per aprire una tomba a volte si fanno piccoli danni come rompere una
tegola, mentre per studiare le ossa queste devono essere prima pulite,
documentate e quindi asportate per essere studiate in laboratorio.
La documentazione grafica e fotografica consente di ricostruire la sepoltura e
lo scheletro esattamente come è stato rinvenuto, ma per musealizzare ci
vogliono contesti che “ne valgano la pena”. La cronica
mancanza di fondi per i Beni culturali purtroppo non consente di fare tutto e
bisogna cercare di mediare il più possibile...
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