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Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

 

Cultura

GLI ETRUSCHI: DAVVERO UN MISTERO?
La mostra di Palazzo Grassi ricorda che...

Almalinda Giacummo

Ancora in molti non sanno che gli etruschi, oltre a morire, vivevano anche. Ma come, è normale! Non tanto, se si pensa che fino a pochi anni fa gli unici scavi che venivano effettuati in merito alla cultura etrusca, riguardavano quasi esclusivamente le necropoli, queste incredibili città dei morti che con i loro tesori artistici facevano, e fanno tutt’oggi, sognare il mondo intero. In effetti, una necropoli è una zona di scavo che fornisce rinvenimenti ricchi di storia, ma trasmette un’immagine statica ed idealizzata, quella della morte e del cammino dell’”anima” nell’aldilà: un abitato, invece, frammentario, con una forte continuità di vita, sconvolto dall’incuria e dal tempo, crudele su terra e legno, è un arco ampio di vita dinamica. Tutti, o quasi, conoscono Tarquinia, Cerveteri, Populonia ed Orvieto, pochi Murlo o Acquarossa. Importantissimi i santuari, quelli scavati a Pyrgi (S. Severa, presso Roma), dedicati a Leukothea, divinità femminile della navigazione, a Eileithyia, divinità protettrice dei parti, e ad Apollo per i Greci, a Tinia, Uni (Hera), identificata in parte con la dea Astarte, e Thesan per gli Etruschi. E quello scavato a Gravisca, presso Tarquinia, dedicato da stranieri, per lo più mercanti greci ma anche tanti etruschi, a divinità femminili quali Hera, Afrodite, Demetra, ma anche Apollo. Ma se non sempre i templi lasciano tracce monumentali, monumentali sono le favisse, cioè le fosse votive in cui venivano raccolti i beni dedicati dai fedeli. Ceramiche, lucerne, ancora, da livelli di alto lusso fino ad oggetti di uso comune, a volte con il nome del dedicante. E poi città etrusche che divengono importanti città romane, come Roselle o Volterra, città minerarie come Populonia, regolate da norme precise sia per la loro realizzazione sia per le attività che in esse si dovevano svolgere.
Ma la nascita delle comunità urbane nel territorio etrusco, come avvenne? Secondo molti studiosi, intorno alla fine del IX sec. a.C. le popolazioni avrebbero sentito il bisogno di riunirsi in centri di maggiori dimensioni, in distretti organizzati in modo omogeneo ed utilizzanti risorse agricolo-pastorali e minerarie comuni. Si creano così centri come quelli rilevabili sulle colline prospicienti il mare, lungo il corso di alcuni fiumi principali, quali ad esempio il Tevere, il Mignone, il Marta, il Fiora e l’Albegna. Interlocutori per gli scambi commerciali sono prima le genti nuragiche e quelle dell’Italia interna, come gli Enotri, poi, con la colonizzazione greca, gli Euboici. E’ quest’ultimo un incontro che agli Etruschi porterà molti vantaggi: innanzi tutto la scrittura, una gerarchizzazione sociale testimoniata dai corredi presenti in alcune tombe, con elementi importati sia dalla Grecia sia dal vicino Oriente, tombe in posizioni dominanti rispetto alle altre. Sono le figure di “capi” con insegne militari ed armi. Nella metà del VII secolo, le capanne di frasche, ben testimoniate da urne cinerarie bronzee che ne ripetono fedelmente la forma ed il metodo di costruzione, lasciano il posto a costruzioni meno precarie, con tetti di terracotta spesso decorata, con un artigianato più specializzato in ogni campo ed un sistema agricolo perfezionato con colture intensive di vite ed olivo. Importante l’arte marinara, per quanto gli etruschi siano noti anche come pirati: ma la lingua non tradisce e sono note parole etrusche di origine greca per ognuno di questi campi. Greci, Etruschi e Romani sono poi uniti ancora più strettamente: il primo re etrusco, Lucio Tarquinio, era probabilmente figlio di Demarato, greco di Corinto che nella metà del VII secolo si sarebbe trasferito a Tarquinia. Questo re avrebbe introdotto molti cambiamenti liberamente ispirati alla Grecia, come l’individuazione di spazi pubblici, edifici in materiali durevoli. Poi Servio Tullio, noto in etrusco con il nome di Mastarna, compagno dei condottieri vulcenti Aulo e Celio Vibenna, sarebbe giunto a Roma impadronendosi del potere con la forza oppure sarebbe entrato per matrimonio nella linea dinastica dei Tarquini: importanti le sue innovazioni rivolte agli stranieri e, conseguentemente, ai commerci. Tutti elementi in comune con quanto già detto per gli Etruschi, senza dimenticare che ad un certo punto la divisione della popolazione per fasce di censo determinerà necropoli “cittadine” con tombe disposte ed arredate in modo molto simile alle villette a schiera moderne.
Nel IV secolo, quindi, gli Etruschi vengono etichettati da più parti come pirati: è il riscontro di un periodo di crisi interna, testimoniato dall’interruzione dei rapporti fra le popolazioni dell’Etruria propriamente detta e quelle della Campania, e dalle invasioni celtiche in pianura padana, con conseguente stallo economico. Ma la marineria era sempre stata presente: molti sono gli scali noti su tutto il territorio dell’Etruria costiera, sia per il piccolo cabotaggio sia per le navi a maggiore pescaggio, molti dei quali utilizzati poi in età romana, mentre anche l’arte ricorda continuamente questo amore-bisogno degli Etruschi per il mare. Ne sono chiara rappresentazione la tomba della Nave di Cerveteri (650-630 a.C.), le molte rappresentazioni su ceramiche di età arcaica ed i numerosi relitti che giacciono sul fondo del mare, con i loro storicamente preziosi carichi di anfore, unguentari e, a volte, armi. E poi per pirateria si può anche intendere quel processo di scambi commerciali, all’espansione politica ed alla guerra di corsa.
Da non dimenticare anche quel flusso migratorio interno alla Penisola, che portò alla creazione di città ben oltre l’appennino tosco-emiliano, quali Spina e Marzabotto, sorte intorno al 500 a.C., probabilmente colonie di Chiusi per le parentele strette fra i loro alfabeti. Queste ultime città mostrano un aspetto organizzato sotto il profilo urbanistico, realizzato in maniera direi “ortogonale”, mentre profondi mutamenti sono visibili nell’assetto di Felsina (Bologna), già esistente come abitato ma enucleato dagli Etruschi. Gli Etruschi cercano poi nuove vie anche verso sud, sia lungo il Tevere, da Chiusi verso Roma con Porsenna (509 assedio di Roma), sia lungo l’asse Liri-Garigliano, con una probabilissima “rifondazione” di città quali Capua, Calatia, Suessula, Nola, testimoni con numerose iscrizioni in lingua etrusca: quelle che prima erano terre di commercio ora diventano terre di conquista. Ma già nel secondo venticinquennio del V secolo la potenza etrusca era messa in seria discussione al sud da Ierone di Siracusa, a nord dai Celti: fu quindi breve il momento della grande espansione etrusca, sono quattro o cinque generazioni, ma fu sufficiente a lasciare una grande impronta in tutte le popolazioni che seguirono.
Poi l’inizio della conquista romana, con la presa di Veio (396 a.C.) e via via di tutte le più grandi città dell’Etruria propriamente detta, finché gli Etruschi non divennero Romani a tutti gli effetti, non sconfitti né ingoiati, ma semplicemente amalgamati e compresi all’interno dell’abbraccio dell’Urbe: Roma che da essi prese ciò che riteneva più adatto come le arti divinatorie, l’artigianato.
Chi comandava le singole città, perché non esistette mai la nazione etrusca? Le città erano governate da una specie di assemblea di esponenti dell’aristocrazia che controllava l’operato del “re”, meglio, dello “zilath”, magistrato supremo. Le varie città non andarono mai completamente d’accordo tra loro e la rovina nei confronti di Roma, come spesso accade, fu anche questa incomprensione di fondo che divideva una forza di per sé immensa. Poi c’erano i Galli che, avanzando da nord, distraevano una parte delle forze militari: la fondazione romana di Sutri e Nepi (Sutrium e Nepet, 383 e 373 a.C.) al confine, se non dentro il territorio etrusco, fu una chiara prova di forza ed in seguito Tarquinia si scontrò più volte con Roma. Solo dopo una tregua di quarant’anni gli Etruschi si decisero a formare una coalizione antiromana. Con Umbri, Sanniti e Galli affrontarono Roma a Sentino (295), ma persero, così come presso il lago Vadimone (283): la fine totale era arrivata, gli Etruschi furono inglobati nello stato romano e con la fine della guerra sociale ottennero a tutti gli effetti la cittadinanza romana.
Fin qui la storia, ma chi erano e da dove venivano gli Etruschi? Fino alla metà del ‘900 si era quasi del tutto convinti che gli Etruschi avessero un’origine per così dire orientale. Erodoto, nella seconda metà del V secolo, scriveva della loro origine lidia per mano del capo Tirreno, il quale ,invece, secondo Xanto era rimasto in Lidia fondando una città di nome Tyrria; Ellanico di Lesbo teorizzava un’origine dalla Tessaglia con il nome di Pelasgi poi tramutato in Etruschi. Per l’origine pelasgica, città quali Caere e Spina solevano ricordare questa loro nascita, forse per nobilitare i propri natali davanti agli scettici Greci in luoghi quali il santuario di Delfi, e la stessa cosa fecero in seguito molte altre città marinare, quali Vulci, Alsium, Pyrgi e Regisvilla: era anche la ricerca di un’origine certa, preferibilmente mitica. Curiosamente, anche un personaggio come Dionigi di Alicarnasso ed una città come Roma, fecero la stessa cosa. Infatti, Dionigi scrisse che i Romani avevano avuto origine da popolazioni quali i Pelasgi, gli Aborigeni e gli Arcadi, tutte popolazioni greche, mentre secondo la sua opinione gli Etruschi erano solo dei locali senza alcun lignaggio. In pratica, solo nel 1947 Massimo Pallottino, probabilmente uno dei più grandi etruscologi mai esistiti, spostò l’attenzione dalle “origini” della civiltà etrusca alla “formazione”, portando l’interesse verso la tesi dell’autoctonia, teoria per la quale gli Etruschi erano una e più popolazioni italiche che ebbero un certo tipo di sviluppo a partire dai protovillanoviani. Oggi le ricerche si stanno orientando verso la conoscenza delle città, dei modi di vita e dell’organizzazione interna, con scavi sul pianoro della città di Veio, di Cerveteri e con il proseguimento della ricerca alla Civita di Tarquinia.