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Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

 

Cultura

 

IL PROBLEMA DELLA LINGUA etrusca: mistero o no?

A forza di parlarne si sfaterà finalmente il mito del mistero della lingua etrusca! A sentire i profani, pare quasi che sia stata scritta su un altro pianeta, che i caratteri siano indecifrabili peggio dei geroglifici (ormai ben traducibili, del resto), e che gli etruschi fossero anch’essi degli extraterrestri. Ma non è così: l’etrusco si legge benissimo e dal momento dell’adozione del suo alfabeto nel 700 a.C. circa, guarda caso di origine greca, fino al momento in cui l’etrusco passò “di moda”, nell’età di Cesare, questa lingua si parlò e si scrisse tranquillamente. In tutto questo tempo, circa settecento anni, l’alfabeto originale si adattò alle diverse zone in cui fu utilizzato, creando quindi delle sfaccettature lessicali tipiche dei diversi distretti, grazie alle quali oggi possiamo scoprire ad esempio quale città dovette fondarne un’altra o di che origine era un personaggio. Il maggior numero di testi è compreso in un arco di tempo che va dal IV al II secolo: ma allora, qual è il problema, visto che l’etrusco, in fondo, lo capiamo? Il problema è che poco è rimasto dei documenti che pure dovevano esistere: uomini e divinità sono spesso rappresentati con tavolette e rotoli per scrivere ma a noi sono giunte per lo più iscrizioni funerarie, nomi e gentilizi, parole semplici come figlio, figlia, padre o madre. Insomma, è come leggere l’inglese senza essere troppo sicuri della pronuncia, perché nessuno di noi ha mai sentito parlare un etrusco, e senza conoscere il significato della maggior parte delle parole. Eppure esistevano scribi ufficiali, sacerdoti e storici: ma poco sappiamo ugualmente. Al periodo arcaico, per esempio, risalgono gli elogia latini trovati a Tarquinia sulla storia della famiglia degli Spurinna, mentre a pratiche religiose da svolgersi nel corso dell’anno si riferisce il testo ad inchiostro su supporto di lino, usato poi per bendare la mummia di una donna morta in Egitto durante l’età augustea e detta di Zagabria; è del V secolo la tegola di Capua, una tegola vera e propria, su cui è redatto un documento d’archivio di una comunità di sacerdoti con una serie di prescrizioni rituali: è composto in paragrafi con la data (mese e scadenza), il nome del dio interessato, il rito da compiere ed il modo in cui eseguirlo. Poi ci fu la scoperta che per un po' illuse gli etruscologi di poter finalmente capire di più, una scoperta molto simile alla stele di Rosetta per gli egittologi: le lamine di Pyrgi. Si tratta di tre laminette d’oro scritte sia in  etrusco sia in fenicio, istituivano da parte di Thefarie Velianas, re di Caere, il culto della dea Uni, usando formule fino ad allora sconosciute. Ma le due lingue usate non hanno affinità genealogiche e tendono a comporre le frasi diversamente, quindi le lamine non furono tradotte letteralmente. Alla fine, si è tutto sommato smesso di cercare per forza di tradurre tutto e si è cercato di capire le variazioni che nel tempo questa lingua ha subito. Si sono quindi individuati elementi propri di altre lingue italiche quali l’osco, l’umbro  ed il latino, che modificarono l’etrusco. Alla fine, secondo Mauro Cristofani altro grande etruscologo, l’etrusco può essere definito «un relitto di antiche parlate del Mediterraneo, precedenti le invasioni indoeuropee, privo di affinità con altre lingue del mondo antico, ma imparentato con l’idioma che veniva parlato su un’isola dell’Egeo settentrionale, Lemno, sulla quale storici greci collocavano genti di origine pelasgica. Oggi sappiamo che è una lingua strutturata in modo coerente e che si modifica secondo leggi precise: non conosciamo il significato di tutte le parole, ma sappiamo come funziona». Oggi un nuovo documento è entrato a buon diritto fra i più importanti documenti in lingua etrusca: si tratta della tabula di Cortona. Rocambolescamente rintracciata dalle forze dell’ordine, con tutti i problemi legali che ne sono poi scaturiti, si tratta di una lastra di bronzo incisa e scritta su ambedue le facce e databile fra la fine del III e la prima metà del II secolo a.C.: un documento di carattere giuridico che registra la transazione di alcuni terreni, probabilmente appartenenti ad uno stesso latifondo, per un totale di circa 40 righe fra le due facciate. La Tabula fu rotta intenzionalmente in otto parti già in epoca antica ed una di esse è andata perduta.
La scrittura venne inizialmente utilizzata dai capi per siglare il possesso ed in generale in accadimenti di carattere religioso, poi assunse un carattere più pubblico con dediche nei santuari, cippi confinali, iscrizioni funerarie. Oggi le moderne tecniche dello studio linguistico consentono di fare notevoli passi avanti, magari comparando parole di lingue diverse, ma la cosa migliore sarebbe riuscire a trovare un testo piuttosto lungo e di argomento non troppo ristretto, con un bel testo a fronte in lingua meglio nota con traduzione letterale. Illusione? Forse, ma resta il fatto che la lingua etrusca non è più un mistero.