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Numero 16
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Cultura
LA SINTESI ESPRESSIVA DI FAZZINI
Le piccole sculture del grande artista marchigiano in mostra a Longiano
Michele De Luca
Il Cristo risorto, realizzato da Pericle Fazzini (Grottammare 1913 -
Roma 1987), è la scultura universalmente conosciuta del maestro marchigiano, se
non altro per la sua prestigiosa collocazione nella Sala Paolo VI in Vaticano,
dove fa da sfondo alle udienze papali;
l’opera, realizzata tra il 1972 e il 1977, si colloca nella fase più matura
della sua produzione artistica e riassume pertanto i suoi “gandi amori”, e
cioè “il senso fisico di pelle sulle ossa” che già negli anni ’30 lo
avvicina al barocco e a Rodin, il furor
che lo porta a scavare nelle superfici intricate e contorte della natura,
l’esplosione di una spiritualità panteistica e, infine, il “mestiere”,
che lo spinge ogni volta a ricercare nuove soluzioni tecniche. E’ insomma un
capolavoro che ci “invita”, ogni volta che lo ammiriamo, a volgere lo
sguardo indietro nell’esperienza umana e artistica di Fazzini, a ripercorrere
il suo iter creativo, illuminandone la
“lettura” e ad apprtezzarne le successive tappe in cui si è svolto per
circa sette decenni, e si pone quindi come risultato sommo di un’impresa artistica che ha
avuto il grande merito di riscattare la pesantezza in cui era sprofondata la
scultura monumentale tradizionale, in quanto rivaluta e attualizza quegli
elementi del linguaggio secentesco, da cui fu affascinato fin da adolescente,
quali l’immediatezza dell’ immagine, la metamorfosi della natura, l’uso di
elementi vivi come l’acqua e il vento. Come termine di un viaggio poetico ed
estetico, cioè, iniziato addirittura da bambino, insieme ai suoi numerosi
fratelli, nella grande falegnameria del padre Vittorio, esperto intagliatore ed
ebanista e, nei momenti liberi, anche scultore.
L’artista, com’è noto, ha ottenuto nella
sua vita successi e riconoscimenti, come poi, nel ventennio che ha seguito la
sua scomparsa, diverse rivisitazioni in importanti mostre, tra cui ricordiamo in
particolare la mostra nel 1995 alle
chiese rupestri di Matera e la grande antologica, giusto dieci anni dopo, nello
scenario incomparabile di Villa d’Este a Tivoli; inoltre, nel 2006, è stato
creato nel rinnovato Palazzo del Capitano del Perdono ad Assisi, il Museo
Pericle Fazzini, che accoglie in via permanente i suoi capolavori, diventando,
anche con la realizzazione di mostre temporanee tese a rievocare la sua figura e
il suo “mondo”, un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia
accostarsi alla sua opera, oltre che un nuovo motivo di interesse culturale per
la città di San Francesco.
In questo intelligente lavoro di riproposizione
continua e sempre ricca di nuovi stimoli si colloca
anche un’attività del Museo che tende a coinvolgere altre istituzioni
culturali e prestigiose sedi espositive; com’è il caso ora della Fondazione
Tito Balestra di Longiano (Forlì Cesena), che ospita nelle splendide sale del
Castello Malatestiano, sede della stessa Fondazione, una raffinata selezione di
circa sessanta sculture di piccolo formato in cera, bronzo, oro e argento,
datate 1946 – 1986 (e quindi tali da farci ripercorrere un bel pezzo di strada
dell’esperienza artistica fazziniana), insieme a venti disegni che rivelano un
altro avvincente aspetto del suo lavoro.
La mostra, curata da Giuseppe Appella, ripropone
dunque un aspetto particolare della produzione di Fazzini, a cui l’artista
teneva tantissimo, e così ne parlava nel 1984: “Queste piccole sculture sono
state molto importanti per me. Durante la guerra e subito dopo mi aiutarono a
sopravvivere, le vendevo agli americani anche per cinquantamila lire. Oggi mi ci
dedico costantemente, tornando spesso su figure che ho fatto molti anni fa’,
perché il mio lavoro è un continuo tornare alle radici. Non sono meno
importanti per le dimensioni. Vi lavoro cercando di risolvere ogni volta un
problema nuovo, e lo spazio che vedo a poco a poco diventa infinito”.
Sperimentare, cercare, tornare alle radici: sono parole ribadite di continuo nei
suoi discorsi sul suo lavoro, che, senza cedere a qualsiasi sirena, seguitava ad
esprimersi attraverso la figura umana, riconoscendo poi al disegno, praticato
quotidianamente, un’importanza fondamentale, verificabile sull’istante nelle
sculture realizzate, soprattutto nei piccoli bronzi, di altezza non superiore ai
venti centimetri.
Fazzini si trasferisce a Roma, dalla natia
Grottammare, nel 1930; frequenta i corsi della Scuola Libera del Nudo
all’Accademia e già due anni dopo partecipa al Concorso per il Pensionato
Artistico Nazionale e lo vince; lo stesso anno è presente alla Triennale di
Milano, dando inizio ad una lunga ed intensa carriera costellata di mostre di
rilievo internazionale, di partecipazioni alle Quadriennali romane e alle
Biennali di Venezia. Nel 1950 realizza il complesso scultoreo della cappella
dedicata a Santa Francesca Cabrini nella Chiesa di Sant’Eugenio a Roma e, nel
1964, realizza la porta principale della Chiesa di San Giovanni Battista
sull’Autostrada del Sole. Anche nelle “piccole” sculture che si possono
ammirare nella mostra di Longiano, c’è tutto Fazzini: quel getto movimentato
e prepotente delle masse che, come ben vide Ungaretti, rimarranno radicate nel
sentimento e nella fantasia, simili al “favoloso furore del vento, furia della
danza”, riflesso di una “classicità” maestosa e al tempo stesso attuale,
concentrata nei gesti delle figure, attualissime, che sembrano però
rispecchiarsi nella lezione di Donatello e di Michelangelo; in particolare i
suoi nudi, che con la loro tensione tradiscono un moto interiore, una
concentrazione di energie contrastanti, con esiti di forte drammaticità ed
autentica religiosità. Ci dice Appella: “Non la verosimiglianza, è il suo
problema, ma il significato di un gesto”, in uno stile che “cerca di
emancipare la forma rendendola sempre più sintetica, con la spiritualità
penetrante del poeta, il tedio doloroso, gli smarrimenti intellettuali di chi ha
pensato e vissuto con il cuore il tempo della sua vita”.
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