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Numero 5
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Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Cultura
"FIORI,
NATURA E SIMBOLO DAL SEICENTO A VAN GOGH"
mostra che ripropone la storia della pittura di fiori a Forlì, fino al 20
giugno
Maria
Bice BARBORINI
Un’insolita
ed originale mostra dal titolo “Fiori, natura e simbolo dal Seicento a Van
Gogh” rimarrà allestita a Forlì,
Museo San Domenico, sino al 20 giugno, con una esposizione di oltre cento
capolavori che dimostrano come
l’elemento floreale abbia assunto un ruolo determinante e non solo simbolico
nell’arte; seguendo un itinerario che ruota e si sviluppa attorno al tema dei fiori,
alla riscoperta di una produzione esclusiva e di qualità di grandi protagonisti
della pittura dal Romanticismo al Realismo. dall’Impressionismo al Simbolismo.
L’originalità di questa mostra, oltre che per il tema, nasce soprattutto
dalla scelta di seguire un percorso che si sviluppa, non esclusivamente
intorno a quello dei fiori, ma che origina da un’opera, “La
fiasca fiorita”, avvolta dal mistero della sua ricerca di autore; un
piccolo quadro che, oltre a fungere da “cuore della mostra”, rimane avvolto
nella storia dell’arte da un rebus in cerca di soluzione da parte di esperti e
critici dell’arte del suo autore.
Un fiasco impagliato dal quale spuntano fiori raccolti in un mazzo primaverile,
un piccolo capolavoro in cerca di paternità; una natura morta di un artista
divenuto famoso per altre opere dimenticato nell’angolo dell’atelier oppure
la prova di un maestro fiammingo olandese o italiano o comunque europeo?
Gli storici sembrano però concordi, pur non svelando totalmente il mistero, nel
ritenere che l’opera “La fiasca
fiorita”, sia nata dalla mano di Guido Cagnacci (1601-1681), della scuola
caravaggesca, solito rappresentare la parte più nobile della figura umana,
dell’arte sacra e di pittura sacra; d’altra parte, lo stesso Caravaggio, nel
1603, a conferma di tale tesi, così si era espresso: “Un quadro buono di
fiori esige altrettanta manifattura di
un quadro di figure”.
I capolavori di Caravaggio, Van Dyck, Cagnacci, Guercino, Gentileschi, Dolci,
sono solo alcuni tra i grandi pittori ed artisti esposti che hanno dipinto
quadri di fiori, e che verranno presi in esame, con lo stesso Rembrandt che
dipinse un ritratto di sua moglie dal titolo “Flora”,
non riuscendo comunque a risolvere il mistero dell’autore della Fiasca;
nella quale l’ignoto artista, partendo da uno scherzo prospettico, riesce a
fare uscire dal centro di una fessura un filo dell’impagliatura insieme a
poche gocce. Un’opera del Seicento, dotata di una tale forza dell’immagine
da essere posta al centro nelle sale del Museo di San Domenico di Forlì per
riproporre un approccio metodologico nuovo alla storia della pittura, tra il
naturalismo caravaggesco e la modernità di Vincent Van Gogh, il simbolismo,
fino alle soglie del Novecento, prima delle avanguardie storiche.
I capolavori esposti riusciranno a dimostrare come l’elemento floreale abbia
assunto un valore formale uguale, se non superiore a quelli di figura, per
l’intensità ed originalità estetica; superiore a quella convenzionalità
della pittura dei cosiddetti “fioranti”.
Dopo il periodo dell’Settecento, nel quale domina l’elemento prevalentemente
decorativo dei fiori, riducendo la produzione di quadri di fiori ad un aspetto
inevitabilmente commerciale, si passerà quindi all’Ottocento, con
protagonisti della pittura moderna, dal Romanticismo al Realismo,
dall’Impressionismo al Simbolismo.
Con un salto di oltre due secoli, dalla “Fiasca fiorita”, si passerà al
secondo capolavoro esposto nella mostra di Pelizza da Volpedo, “Ricordo di un dolore”; nel quale, su di un fondo bianco si scaglia
la figura di una donna, Santina Negri, adagiata su di una poltrona, con lo
sguardo perso, e nel cui grembo reca un foglio con dipinta una piccola pansé
gialla. In un quadro dominato essenzialmente dalla drammaticità di quello
sguardo di donna sola perso nel vuoto, l’attenzione viene attratta da quel
piccolo fiore che giganteggia perché poggiato sul suo cuore.
Sempre dell’Ottocento, altre opere, si distinguono per la pastosità del
colore, che si fa più intenso a seconda delle pennellate più dense o più
pervase dall’emozione che ti fa rivivere la memoria; non sono i celeberrimi
fiori di girasole, dalie o gli altrettanto famosi iris, ma sono quelli del vaso
di fiori di campo di Vincent Van Gogh del 1886; laddove accanto a fiori di più
modesta origine, spiccano due papaveri rossi che riempiono di intensità e di
energia tutte le varianti e sfumatura di quel colore brillante ed denso di
emozioni.
Con i capolavori dei fiori si riscopre il valore la forma, abbandonando forse
quello del contenuto, affidandosi alla magia dell’occhio, dell’osservazione
dell’artista che trasmette le sue impressioni della natura creando una nuova
realtà superiore; sarà l’epoca che si manifesterà anche in letteratura
all’insegna dell’opera di Baudelaire, Le fleurs du Mal.
Il visitatore della mostra riuscirà così ad apprezzare, partendo da un piccolo
capolavoro come “La fiasca
fiorita” del Seicento, come gli artisti dominati dall’emozione e
dall’approccio immediato possano giungere alla trasformazione delle forme in
un soggetto vero, utilizzando semplici gradazioni di colore; i fiori non saranno
più soltanto simbolo o decorazione, ma diverranno così un soggetto a pieno
titolo, sempre da rinnovare grazie ai giochi della luce del sole,
l’appoggiarsi sui petali dell’ombra, sempre rinnovando i soggetti che non
potranno mai sembrare banali illusioni.
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