Ombre di guerra

Al Museo dell’Ara Pacis di Roma novanta fotografie dai principali conflitti nel mondo, per dire basta al dramma della guerra

Una fotografia non può costringere.
Non può svolgere il lavoro morale al posto nostro.
Ma ci può mettere sulla buona strada
(Susan Sontag)

Il soldato che stringe il fucile, traumatizzato dalle bombe in Vietnam, nello scatto di Don McCullin; la veglia funebre in Kosovo di Merillon; la bandiera americana piantata su Iwo Jima nella Seconda Guerra Mondiale; il miliziano ripreso da Robert Capa colpito a morte nella guerra civile spagnola, le fosse comuni della Bosnia nelle foto di Gilles Press, la guerra nel Libano di Paolo Pellegrin. Sono solo alcune delle immagini della mostra Ombre di guerra ospitata al Museo dell’Ara Pacis fino al 5 febbraio 2012, vere icone del nostro tempo che raccontano, una dopo l’altra, le guerre più recenti, dalla Spagna del 1936 al Libano del 2007: settanta anni di storia dell’iconografia del dolore. Novanta grandi immagini di altrettanti grandi fotografi; ognuna di loro è una proposta per meditare sul senso della nostra tradizione visiva e sociale, sul significato e la follia di una pratica insensata e dolorosa come la guerra.

La mostra propone una serie di icone della fotografia per offrire al pubblico una meditazione ragionata sul significato e il potere simbolico delle immagini. Un percorso visivo doloroso, capace però di stimolare reazioni e richiamare l’attenzione sulla follia della guerra.
Ombre di guerra è un progetto Contrasto che nasce su proposta dalla Fondazione Veronesi nell’ambito delle iniziative legate alla terza Conferenza internazionale Science for Peace (Milano, 18-19 novembre 2011), oggi alla sua terza edizione, e che si propone come obiettivi la diffusione di una cultura di pace e la progressiva riduzione degli ordigni nucleari e delle spese militari a favore di maggiori investimenti in ricerca e sviluppo. “Queste fotografie vogliono essere un invito alla riflessione e poi al dibattito su come dire basta alla violenza. Per questo la mostra fa parte delle iniziative promosse da Science for Peace, il progetto che ho voluto creare per promuovere la cultura della non violenza e della tolleranza” afferma il Prof. Umberto Veronesi.
Alessandra Mauro e Denis Curti, che hanno selezionato le immagini, scrivono: “Abbiamo scelto un gruppo significativo di 90 fotografie per mettere in mostra il dramma della guerra e offrire una lettura critica a partire proprio dalle immagini che hanno costruito, nel tempo, una vera e propria estetica della guerra.
Gli scatti sono presi ad esempio per il valore simbolico acquisito negli anni e vengono riproposti oggi con una chiave che mira ad aumentare il grado di consapevolezza dell’osservatore. Ogni immagine è accompagnata da un testo che racconta la storia stessa dell’immagine, ne ricostruisce il contesto e ne enfatizza il valore simbolico acquisito negli anni.
Davanti a fotografie che mostrano il dolore, la sofferenza e l’orrore della guerra, alcuni critici scambiano l’urgenza di raccontare e di creare consapevolezza con pornografia visiva, indifferenza o ipocrisia. Come se la disponibilità e l’abbondanza d’immagini orribili anestetizzassero chi le guarda, rispetto all’orrore. Queste accuse verso la fotografia documentaria, in realtà, rivelano qualcosa di semplice e al tempo stesso pericoloso: un desiderio di non guardare il mondo.
La forza dei fotografi di guerra, invece, risiede proprio nel fatto che non si girano dall’altra parte – al contrario, si impegnano nel mostrare situazioni che devono essere corrette. Il senso del loro lavoro si rintraccia nella necessità di partecipazione diretta alle vicende che raccontano (come Robert Capa, che sosteneva che “se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino”), nella volontà di andare in fondo a un fatto giornalistico, nella scelta consapevole di scattare, di mostrare, di raccontare, di denunciare.”

La fotografia di guerra diventa così un modo per parlare consapevolmente di civiltà attraverso la sua negazione. Mostrandoci un mondo inospitale, i fotografi ci costringono a immaginare come potrebbe essere un mondo migliore, o per lo meno un mondo meno peggiore e le fotografie rappresentano un punto di partenza per una riflessione di tipo etico.
Come ha scritto Cornell Capa: “le immagini, al loro massimo di passione e verità, possiedono lo stesso potere delle parole. Se non possono apportare cambiamenti possono, almeno, fornire uno specchio non distorto delle azioni umane e quindi dare una forma alla consapevolezza umana e risvegliare le coscienze”.
Dice il sindaco di Roma Gianni Alemanno: “Le immagini di questa mostra sono capaci di una forza evocativa superiore alla parola scritta nel dire basta al dramma della guerra. Sono testimonianze che, infrangendo il muro dell’indifferenza, ci restituiscono il senso di una realtà, quella che gli operatori di pace e i medici, in particolare, conoscono e affrontano nel loro impegno quotidiano per salvare uomini e donne dalla distruzione generata da altri esseri umani, dalla povertà che nasce dalle malattie e dalla mancanza di libertà, dall’abbandono che deriva dagli eccessi del libero mercato e dalla carestia che è figlia dello sfruttamento delle risorse naturali e di stili di vita dettati da un consumismo devastante. Per questo è un onore per Roma Capitale ospitare l’esposizione “ombre di guerra”, che ha già avuto un successo europeo e ha richiamato l’attenzione del pubblico internazionale sull’impegno degli scienziati in nome della pace e sulla missione di prevenzione e ricerca portata avanti dalla Fondazione Veronesi, creata e guidata dall’eminente oncologo Umberto Veronesi.
Con affetto e vicinanza Roma accoglie dunque “ombre di guerra”, in un luogo importante e simbolico come l’Ara Pacis, dedicato alla promozione del dialogo interreligioso e alla promozione della concordia tra i popoli.
Spero che immagini come queste possano suscitare, specialmente nei giovani, interrogativi decisivi per le loro vite, che potranno guidarli nel percorso a una rinnovata consapevolezza: il male esiste e ogni volta che si troveranno davanti a situazioni di razzismo o di pregiudizio, di distruzione e guerra, dovranno reagire e scegliere da che parte stare.
Così Umberto Veronesi: “Ci sono tanti modi per arrivare al pensiero dell’uomo: attraverso il ragionamento ma anche attraverso l’emozione, il sentimento, i sensi. Per questo scienza, musica e arte in ogni sua espressione, possono metaforicamente parlare la stessa lingua, quando il messaggio che vogliono portare è un messaggio di pace.
Pace in senso tolstoiano: non come periodo fra due guerre, ma come condizione dell’umanità. Tutti vogliamo la pace perché l’uomo è un animale pacifico: le istruzioni del nostro Dna, come quello di tutti gli esseri viventi, sono di conservarsi, riprodursi e morire. Uccidere, prevaricare, violentare, non sono necessità biologiche, ma meccanismi primitivi di difesa nell’ambito di una condizione di insicurezza o di paura. Rappresentano quindi una deviazione dalla natura umana. Infatti è stato scoperto che quando le persone mettono in atto comportamenti altruistici, nel loro cervello aumenta il flusso di sangue in quelle aree che vengono attivate dalle cose più gradevoli, come una bella donna o un bell’uomo, una prelibatezza o un oggetto affascinante. Recentemente gli psicologi hanno dimostrato che anche i principi morali, che ciascuno sente di rispettare, non ci vengono solo inculcati dall’educazione che riceviamo, ma sono anche innati nel nostro cervello ed hanno basi neurologiche.
Ma se l’uomo tende naturalmente alla non violenza, perché esiste ancora la guerra? “Quelle connerie la guerre”, diceva Jacques Prévert, che fesseria, che assurdità. Proprio questa assurdità esprime la splendida raccolta “ombre di Guerra”. Fotografie che sollevano il velo, come solo questa forma artistica sa fare, fermando per sempre un attimo di follia. Fotografare la guerra è un modo per mostrarne l’orrore e soprattutto un modo straordinario per arrivare, appunto, dal cuore al pensiero. Le 90 fotografie della mostra, scattate da alcuni fra i più grandi fotografi di guerra, sono accompagnate da testi inediti, che raccontano la genesi e i segreti delle loro immagini. Un invito alla riflessione e al dibattito su come dire basta alla violenza, che ha raccolto un vasto consenso: a Milano hanno visitato la mostra 11 mila persone, a Parigi oltre 52 mila.
La mostra fa parte delle iniziative promosse da Science for Peace, il movimento che ho voluto creare per promuovere la cultura della non violenza, della tolleranza, della risoluzione pacifica delle conflittualità. Per far questo non bisogna mai smettere di parlare di pace in ogni ambito del pensiero. “Ombre di Guerra”: la parola alla fotografia.
Infine, l’assessore Broccoli: “Che cosa prova un uomo di fronte alla morte? Anzi di fronte alla propria esecuzione. Pensieri insondabili che solo i più grandi sono riusciti ad esprimere.
“Attaccate un soldato alla bocca di un cannone, e accostatevi con la miccia: chi sa! Penserà il disgraziato, tutto è possibile… Ma leggetegli la sentenza di morte, e lo vedrete piangere o impazzire. Chi ha mai detto che la natura umana può sopportare un tal colpo senza perdere la ragione? A che dunque questa pena mostruosa e inutile? Un solo uomo potrebbe chiarire il punto; un uomo cui abbiamo letto la sentenza di morte, e poi detto:”Va’, ti è fatta la grazia!”.
Dostoevskij, incanutito improvvisamente di fronte al plotone d’esecuzione, fa del tema della pena di morte e della tortura il suo refrain letterario.
Nessuno dovrebbe mai avvertire un orrore simile. Nessuno dovrebbe essere costretto a fare i conti con i suoi ultimi minuti, prima del tempo.
Così, i pensieri del suo condannato nell’Idiota sono simili a quelli che devono aver attraversato la mente del Viet Cong giustiziato dal generale loan a Saigon o del prigioniero inerme sotto il tiro del Fronte nazionale in liberia. Pensieri impronunciabili, pensieri impensabili. Pensieri che forse solo uno scatto fotografico può tradurre. È il senso di queste foto: dire l’indicibile.
Solo i grandi ci riescono. E i grandi sono: Robert Capa, Henri Cartier Bresson, Joe Rosenthal, Sebastião Salgado. Raccontare sdoganando anche il pudore. E infatti, nella realtà, vedere uomini piangere non è usuale. Un uomo che piange tradisce debolezza. Questa è la lezione. Invece nelle foto in esposizione i soldati americani in Iraq mostrano le lacrime, e il violoncellista di Sarajevo trasmette disperazione, le donne in Kosovo soffrono e gridano. Non c’è pudore di fronte ad un cadavere trasportato nella giungla o a brandelli umani rimasti sul terreno. Sdoganate sono le donne iraniane, velate e armate, e sdoganate le torture inflitte dall’esercito Usa ai prigionieri di Abu Ghraib.
Non c’è pudore dove non c’è logica.
È questo il linguaggio di “Ombre di Guerra”. Foto raccolte nel corso del tempo in ogni latitudine per rendere testimonianza. Alcune famose e memorabili come la battaglia di Iwo Jima, altre meno note come la fossa comune in Bosnia o i giovani soldati del Biafra.
Tutte evidentemente eloquenti. Di quello che è l’uomo quando dimentica se stesso, quando insegue la propria soddisfazione a scapito di quella altrui

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