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Anno
8
Numero
23

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

 

Cultura

 

PENSIERI OZIOSI sul delitto perfetto e i suoi “autori” 

Roberta Villini 

Il delitto perfetto non esiste. Chi l’ha detto? Ce l’hanno insegnato secoli - pochi, ma buoni - di letteratura gialla, noir, gotica o chiamiamola un po’ come ci pare, tanto la sostanza è quella: ogni delitto trova prima o poi il suo naturale sbocco in un arresto del colpevole da parte della “Giustizia”, impersonata da uno o più soggetti, dipende da chi scrive, o dalla vicenda reale che si va a raccontare.
Il primo delitto perfetto messo nero su bianco è stato l’assassinio di re Laio da parte del proprio figlio, il famoso Edipo: tutto avviene alla luce del sole, eppure nessuno si accorge di niente, tanto che Edipo viene fatto re - grazie alla sua abilità di enigmista che sa sfruttare a tempo e luogo giusti - e sposa la moglie del defunto Laio: SUA MADRE Giocasta. Anni - e figli nonché nipoti - dopo, Giocasta scoprirà la verità: finale tragico, ma il meccanismo del racconto noir vuole che alla fine tutti i nodi vengano al pettine. Nel bene e nel male.
Nel romanzo di Poe - giusto qualche secolo dopo - “Il gatto nero”, un marito uccide per disgrazia la moglie, mentre tenta di far fuori un gatto nero che gli sta sulle scatole: occulta il misfatto murandoli entrambi in cantina e si mette a recitare la parte del povero marito addolorato per la misteriosa scomparsa della consorte. Non ha testimoni, chi può smascherarlo? Tutto pare approntato perfettamente, se non che il gatto, murato in realtà ancora vivo, pensa bene di emettere lamentosi miagolii proprio mentre in cantina gironzolano rappresentanti della “Giustizia”. La quale, anche stavolta, trionfa.
Il signorile e cervellotico Sherlock Holmes, detective “figlio” di Sir Arthur Conan Doyle, in ogni storia si ritrova invischiato in omicidi, furti, rapimenti talmente ben congegnati da non risultare, per un comune mortale, risolvibili. Ma egli assomiglia di più ad un supereroe - certo, d’altri tempi - che, grazie ai suoi “superpoteri” - che altri non sono se non i cinque sensi, adoperati senza risparmio e con una super dose di cervello - scopre cose “evidenti” ma che a tutti, dico tutti, sfuggono e... voilà, il caso è risolto, il nostro “scienziato dell’indizio” arresta il od i colpevoli.
E che dire delle storie di Wallace? Sorta di romanzi giallo-rosa, in cui alla fine qualcuno si fidanza con qualcun altro; detective reali o casuali di ogni tipo, ma che hanno prima di tutto il fato dalla loro parte, un intuito e un coraggio fuori dal comune, che alla fine riescono a collegare pezzi “indiziari” sì da ricostruire il chi, il come, il perché ha commesso il delitto. Occhio: Conan Doyle e Wallace non sono del tutto onesti; dato che la cervelloticità è l’impalcatura che regge le loro storie, giocano necessariamente “sporco”: non tutti gli indizi vengono messi a disposizione del lettore, che, non avendo in mano pezzi importanti del puzzle, non può gareggiare con gli investigatori cartacei precedendoli nella soluzione. Sotto questo aspetto, si dimostra più onesta Agatha Christie: i pezzi li fornisce proprio tutti, e se – può capitare – manca qualcosa, non è per cattiveria, quanto piuttosto per distrazione (le donne sono un po’ più portate a divagare, il che procura deconcentrazione, si sa), quindi, con un po’ di attenzione, si può risolvere l’enigma ancor prima di Poirot, di Miss Marple, di Tommy e Tuppence o chi per loro. Un appunto: chi ha definito di serie B i gialli della Christie, tacciandoli di faciloneria, di assimilabilità ai romanzi rosa, non ha mai letto “Assassinio sull’Orient Express” o “L’assassinio di Roger Ackroyd”, o “È un problema”: beh, se queste trame sono sempliciotte... Tali potrebbero sembrare le storie che Chesterton incentra sulla figura di Padre Brown in qualità – è il caso di dirlo – di “Deus ex machina”; il nostro è un povero curato di campagna, candido e male in arnese a prima vista. In realtà, Padre Brown ha l’acume di un falco e una straordinaria conoscenza dell’animo umano, doti decisamente rare e indispensabili per risolvere i casi che gli si presentano: sfido chiunque ad arrivare alla soluzione prima di lui! Bene, questo breve excursus letterario dimostra l’assunto di partenza: ogni delitto, per quanto elaborato in modo geniale, viene infine scoperto e punito. E le storie televisive dei vari Colombo, Kojack, Derrick,…Jessica Fletcher (eh sì, tocca annoverare anche lei tra i “grandi investigatori di tutti i tempi”!), vagamente e variamente ispirate alla letteratura noir parrebbero confermare. Ma allora, com’è che tanti casi giudiziari – reali – sono stati archiviati insoluti? I colpevoli avevano studiato a puntino i classici del genere elaborando piani perfetti, ispirandosi alle strategie e perfezionandole sino ad eliminare gli errori? Ho dei dubbi in proposito: più semplicemente, credo che una ricetta per il delitto perfetto non esista, ma ciò non vuol dire che il delitto perfetto in sé non esista. Le cose più vicine alla perfezione sono le opere d’arte, di qualunque genere, e molti artisti sono, da sempre, autodidatti: hanno avuto un dono e l’hanno espresso attraverso l’arte. Beh, anche il delitto è un’arte, e quello perfetto è un capolavoro che riesce solo ai geni del crimine: e tali si nasce, non si può diventarlo “didatticamente”.
Per concludere, la “morale della favola” è duplice: per prima cosa, si vuole invitare alla riscoperta dei buoni, vecchi classici del giallo, a torto considerati letteratura di rango inferiore, ma solo per trarne puro piacere personale, non per trarre spunti utili alla preparazione di omicidi; in secondo luogo, volevo rivolgere un appello personale a qualche vero genio del crimine che si fosse “sintonizzato” su questo “canale”… mi piacerebbe tanto conoscerne uno, così, per sfizio!
Genio, se ci sei, batti un colpo!