Sora
PALAZZI DI SORA
PALAZZO DUCALE E LA PORTA DI CORTE
Gianluca Gabrielli
Un estratto di questo paragrafo è stato pubblicato dal periodico di cultura e tradizioni popolari “Paese mio”, Anno II, n. 5 (maggio 2010), p. 3
Secondo le fonti, l’ampio “Palazzo Ducale” fu eretto, come altri palazzi storici, saccheggiando i resti di un antico tempio dedicato a Serapide(1) . A lato dell’edificio, in stretta connessione con esso e con il ponte sul fiume, detto allora “di Annonj” ed oggi “di Napoli”(2) , venne eretta la cosiddetta “Porta di Corte”(3) .
Per quanto attiene la cartografia, sulla pianta di fine XVIII sec. (Biblioteca Nazionale di Napoli), all’interno dell’isolato è scritto: “Palazzo Ducale”. Sul registro legato al catastale del 1878 (Archivio di Stato di Frosinone) si legge: “Fabbricato rurale (sic!) di are 10,62 – Proprietari: “Annonj Giuseppe, Filippo e Vincenzo fu Nicola”.
Costruito nel XVII secolo(4) secondo alcuni studiosi, doveva in realtà essere già esistente(5), almeno in parte, dal momento che viene definito “molto antico”(6), nel 1579, quando fu redatta la Descritione dello stato di Sora e dei suoi confini in vista dell’acquisto del Ducato da parte di Giacomo I Boncompagni(7) . Edificato, dunque, dai Della Rovere, passò con il Ducato ai Boncompagni, poi dei Piombino ed infine della ricca famiglia sorana degli Annonj(8), che ne doveva essere proprietaria già nel 1847, dato che il torrione prossimo al palazzo ed il ponte vengono detti “di Annonj”(9) in quella data. La sua torre è sicuramente identificabile nel quadro di Francesco Vanni, dipinto agli inizi del Seicento(10). La pianta del Pacichelli, ce lo mostra agli inizi del XVIII secolo(11), addossato al ponte tanto da ridimensionarne la rampa di accesso in riva destra(12).

Ma è un disegno di Virginio Vespignani, datato 3 maggio 1831 e conservato al Sir John Soane’s Museum a Londra che ci consente la ricostruzione della sua architettura(13). Esso si sviluppava su tre piani ed era concluso da un fregio non decorato, delimitato superiormente da una modanatura e da un cornicione sorretto da mensole che riproducevano l’orditura del tetto soprastante. Nella facciata principale, forse costruita secondo i dettami dell’opera quadrata, si aprivano due severe finestre al primo piano, una finestra con ringhiera a losanghe e sormontata da un timpano a lunetta al secondo piano, una semplice apertura al terzo.

Il lato corto che affacciava sul ponte al secondo piano presentava una finestra a tutto sesto sormontata da un timpano a lunetta mentre al terzo l’apertura appare dotata di un balconcino protetto da una ringhiera decorata con quadrati concentrici solcati da diagonali. Lo spigolo tra le due facciate, con l’eccezione del plinto di base, era sottolineato da una classica ammorsatura a denti di lupo(14). Il palazzo fu “spaccato e sconquassato” dal sisma del 1915 e “rovinò completamente” esattamente 24 ore dopo la scossa(15). Dunque l’edificio, gravemente danneggiato dal terremoto, fu demolito durante la successiva ricostruzione e le sue macerie vennero completamente rimosse(16), in attuazione del piano regolatore approvato con regio decreto il 18/10/1927, per creare una piazza a forma di esedra nella quale sfociasse il Corso dei Volsci, rettificato nel suo tratto finale(17).
La porta di Corte, impiantata direttamente sul ponte romano(18) a tre arcate (a botte, di m 6, intercalate da piloni della lunghezza di oltre m 4) e con piano carrabile pressoché orizzontale(19), era strettamente connessa al palazzo e fu costruita nel 1723 dal Duca Antonio Boncompagni(20), servendosi del materiale lapideo ricavato dall’antico tempio di Serapide(21), affinché la città potesse godere di un ingresso monumentale(22).

Oltre metà della lunghezza del ponte romano fu occupata da un lungo portico con due diversi piani di calpestio: il primo al livello del suolo ed il secondo al livello del secondo piano del palazzo. Tale portico aveva origine dal lato corto del Palazzo Boncompagni, prospiciente il fiume, e terminava con la struttura della Porta e, osservandone il prospetto meridionale, si distinguono tre tratti. Il primo (compreso tra l’edificio ducale e la spalla di destra dell’arcata ovest del ponte) ha inizio ai lati del portone d’ingresso del palazzo e la sua cortina esterna sembra realizzata con l’impiego di scaglie di pietra, di forma più o meno allungata, ed abbondante malta cementizia; un ampio arco a tutto sesto, coperto a crociera, interrompe la struttura consentendo il passaggio alla via Riviera, che costeggiava il corso del Liri. Un’ammorsatura in blocchi squadrati chiude questo segmento e dà inizio al secondo, compreso tra questa e la spalla di destra della luce centrale, realizzato in muratura a scaglie di pietra disposte approssimativamente in orizzontale e caratterizzato dalla presenza di un’ampia finestra a tutto sesto (per garantire aria e luce al passaggio) e da tre aperture più piccole: due rettangolari (di cui una con piccola piattabanda) ed una triangolare in prossimità dell’ammorsatura che chiude il tratto ed inizia il successivo(23). Quest’ultimo, il cui paramento è identico ai segmenti precedenti, termina in corrispondenza del pilone est con la medesima ammorsatura a grossi blocchi, ed è un vero e proprio ponte coperto sul cui attico è impostato un piccolo ambiente rettangolare con copertura a due falde sottolineata da due timpani triangolari sui lati corti e sostenuta da una movimentata serie di cornici: una veranda sul lato Sud consentiva l’accesso ad un balcone con ringhiera a rombi concentrici corrente su tre lati del torrino(24).

La rampa d’accesso alla porta, in sinistra idraulica del ponte, doveva raccordarsi alla strada antica con un’unica pendenza, più accentuata di quella odierna in quanto scorreva a quota inferiore rispetto all’attuale piano di Via D. Alighieri(25). Un disegno di artisti francesi al seguito delle truppe napoleoniche ne fissa il pittoresco aspetto di abbandono nel 1798, quando il Ducato era passato dai Boncompagni ai Borboni(26).

L’intera struttura della Porta di Corte, già interessata dall’ampliamento della Piazza per il raccordo con la nuova Via Consolare e poi, forse, anche ulteriormente danneggiata a seguito del sisma del 1805(27) era stata abbattuta alla metà del XIX secolo(28) insieme al ponte romano su cui era impostata e di cui, nel 1922, restavano soltanto “poverissimi avanzi … delle due fondazioni in travertino dei piloni”(29).
Sulla fronte della porta di Corte il Tuzi(30) riporta la seguente iscrizione:
ANTONIUS BONCOM. LUDOV.
DUX SORÆ
SUA ERGA CIVES BENEVOLENTIA
MAGIS QUAM SIBI POSUIT
MDCCXXIII(31)
Antonio Boncompagni Ludovisi
Duca di Sora
per la sua benevolenza verso i Cittadini
più che per sè stesso pose
l’anno 1723
Nel portico contiguo alla porta, che la collegava al Palazzo Ducale (vedi foto) era presente un’altra epigrafe, sempre riportata dal Tuzi(32):
D. O. M.
ANTONIUS BONCOMPAGNUS LUDOVISIUS
DUX SORÆ, Y ARCIS.
URBANAM HANC PORTAM MAGNIFICENTIUS EXTRUXIT
LAPIDIBUS EFFOSSIS E VETUSTO SERAPIDIS FANO
DUM JULIANUS CHRISTI MARTYR TORQUERETUR
REPENTE COLLAPSO
UT SIC MAGNIFICENTIOR PATEAT ADITUS
AD HANC ROMANORUM COLONIAM, MUNICIPIUM CIVITATEM
GESTIS MILITARIBUS NOBILEM,
SED BAREÆ VIRTUTE, BARONII SAPIENTIA
DOMINICI RELIGIONE
IULIANI AC RESTITUTÆ MARTYRIO
FAUSTOQUE GREGORII XIII. AUSPICIO
NOBILIOREM
ANNO DOMINI MDCCXXIII
D. O. M.
Antonio Boncompagni Ludovisi
Duca di Sora e Arce
Eresse questa porta in modo più che grandioso
Con pietre tratte dall’antico Tempio di Serapide
Improvvisamente crollato
Mentre Giuliano, martire di Cristo, veniva torturato
Per fare sì che risulti più sontuoso
L’accesso a questa Colonia Romana, Municipio, Città
Celebre per le gesta militari,
Ma più nobile ancora
Per la virtù di Barea, la sapienza del Baronio
La santità di Domenico
Il martirio di Giuliano e Restituta
E il fausto auspicio di Gregorio XIII
Nell’Anno del Signore 1723
Un lacerto di una delle due epigrafi era sopravvissuto fino ad un ventennio fa, abbandonato, insieme ad altri reperti epigrafici di diverse epoche storiche, all’interno di un cortile del Municipio(33). Tali reperti furono poi depositati presso l’ex Mattatoio(34) e dovrebbero trovarsi, attualmente, nei depositi del Museo Civico della Media Valle del Liri.
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1)- F. LOFFREDO, Cenni monografici su Sora, in F. CIRELLI, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, II, [Napoli 1859], pp. 3 ss., rist. in A. CAPECELATRO et alii (a cura di), Per Cesare Baronio scritti vari nel terzo centenario della sua morte, Roma 1911 , p. 576. A . CARBONE, La città di Sora, Tipografia dell’Abbazia, Casamari 1970, p. 26.
2)- E.M. BERANGER, M. FERRACUTI, L. GULIA, Sora. Itinerari d’arte e di cultura, F.lli Palombi Editori, Roma 1990, p. 44.
3)- L. LOFFREDO, Echi di tempi lontani a Sora. Uno sguardo al volto della città come appariva in una rara incisione della fine del XVII secolo, in Vita Sorana (Anno XII, n. 3, mar.), Tipografia Pasquarelli, Sora 1980, p. 26. L. LOFFREDO, Sora. Storia Archeologia Folklore Tradizioni, Ed. “Terra Nostra”, ‘Strenna Ciociara’ 1986, Tipografia dell’Abbazia, Casamari 1985, p. 59.
4)- E.M. BERANGER, M. FERRACUTI, L. GULIA, Sora…, cit., p. 52. L. LOFFREDO, Sora…, cit., p. 59.
5)- E.M. BERANGER, Sora. Mura e città in un’inedita pianta conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli (secc. XVIII-XIX), in Storie della Città. Le mura: fare e disfare
(n. 53, Anno XV, I), Elemond Editori Associati, Fantonigrafica 1991, p. 54, nota 48.
6)- “La corte ha nella cità un palazzo molto antico ma però assai comodo per l’habitatione del governatore, qual’è posto sul fiume, alla porta chiamata Porta di Corte”. S.M. PAGANO, Fonti per la storia del Ducato di Sora nell’archivio Boncompagni Ludovisi, in Latium, II (1985), p. 230.
7)- Ibidem, nota (*).
8)- M. RIZZELLO, Sora, Collana Paesi d’Italia, Edizioni Albatros – Gaeta, Graficart s.n.c., Formia 1992, p. 70; E. M. BERANGER, Alcune considerazioni sulla ricostruzione post-terremoto nella città di Sora, in S. CASTANETTO – F. GALADINI (a cura di), 13 gennaio 1915. Il terremoto della Marsica, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Agenzia di Protezione Civile – Servizio Sismico Nazionale, Roma 1999, p. 463.
9)- C. BRANCA, Memorie istoriche della città di Sora, Tipografia De’ Gemelli, Napoli 1847. Rist. anast., Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese 1976, pp. 21 e 48.
10)- M. RIZZELLO, Sora, cit., p. 44. L. LOFFREDO, Sora…, cit., p. 53.
11)- G.B. PACICHELLI, Il Regno di Napoli in prospettiva, I, Napoli 1703, p. 121. L. LOFFREDO, Echi di tempi lontani…, cit., p. 26. L. LOFFREDO, Sora…, cit., p. 59.
12)- A. CONTE, Il fiume e le pietre, Arti Grafiche Pasquarelli, Sora 2007, pp. 62-63.
13)- E.M. BERANGER, Un disegno di Virginio Vespignani riproducente il ponte romano “di Napoli” in Sora, in Rivista Storica dell’Antichità, 28 (1998), Bologna, p. 237.
14)- Ivi, p. 240.
15)- E. M. BERANGER, Alcune considerazioni…, cit., p. 463.
16)- E.M. BERANGER, M. FERRACUTI, L. GULIA, Sora…, cit., p. 52. M. RIZZELLO, Sora, cit., p. 70. L. LOFFREDO, Sora…, cit., p. 59.
17)- E.M. BERANGER, Sora. Mura e città in un’inedita…, cit., p. 52.
18)- E.M. BERANGER, Un disegno di Virginio Vespignani…, cit., p. 238. G. CAUTILLI – M. MORGANTI, Una pianta inedita di Sora della fine del settecento, in Territori – Periodico dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Frosinone (Anno V, n. 9, dic.), Frosinone 1999, p. 30. A. CONTE, Il fiume…, cit., p. 66.
19)- Ivi, pp. 54-55.
20)- P. F. TUZI, Memorie istoriche…, cit., p. 237. A. CONTE, Il fiume…, cit., p. 76.
21)- P. F. TUZI, Memorie istoriche…, cit., p. 236. A. CARBONE, La città…, cit., p. 26. A. CONTE, Il fiume…, cit., p. 73 e 76.
22)- P. F. TUZI, Memorie istoriche…, cit., p. 237. E.M. BERANGER, M. FERRACUTI, L. GULIA, Sora…, cit., p. 46.
23)- E.M. BERANGER, Un disegno di Virginio Vespignani…, cit., p. 238.
24)- Ivi, pp. 238-239.
25)- A. CONTE, Il fiume…, cit., p. 57.
26)- Ivi, p. 65: “Vue du Ponte de Sora” (35° illustrazione di una serie di disegni).
27)- Ivi, p. 76.
28)- F. LOFFREDO, Cenni monografici…, cit. , p. 576. A. CONTE, Il fiume e le pietre, Arti Grafiche Pasquarelli, Sora 2007, p. 76.
29)- S. AURIGEMMA, Configurazione stradale della regione sorana nell’epoca romana, in A. CAPECELATRO et alii (a cura di), Per Cesare Baronio. Scritti vari nel terzo centenario della sua morte, Athenaeum – Soc. Ed. Romana, Roma 1911, pp. 516-517. E.M. BERANGER, Un disegno di Virginio Vespignani…, cit., p. 236.
30)- P. F. TUZI, Memorie istoriche…, cit., p. 237.
31)- Poco diversa è la lettura che ne dà A. CARBONE, La città…, cit., p. 26. Qui “BON.” invece di “BONCOM.”
32)- P. F. TUZI, Memorie istoriche…, cit., p. 237. Ripresa da L. GULIA, Da Collegio dei Gesuiti a Palazzo Municipale di Sora, in Lunario Romano, XIV (1985), pp. 450-451 e nuovamente riportata da E. M. BERANGER, Alcune considerazioni…, cit., p. 475.
33)- E. M. BERANGER, Sora. Mura e città in un’inedita…, cit., p. 52; E. M. BERANGER, Alcune considerazioni…, cit., p. 475.
34)- E. M. BERANGER, Alcune considerazioni…, cit.,, p. 475.














