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Anno 8
Numero 30
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Cultura
KAMIKAZE il vento divino con… aiutino
M.M.G.
La storia leggendaria che ci ha
tramandato la tradizione, e che per i Giapponesi è stata Storia fino alla fine
della Seconda guerra mondiale, è questa: il mongolo Kublai Khan, temibile
nipote del terribile Gengis Khan, già padrone di Cina, Indocina, Corea e Tibet,
fondatore
della dinastia che dominò la Cina con il nome di Yuan, vuole annettersi anche
il Giappone. Prova una prima volta nel 1274 ma è respinto da una tempesta,
furioso dà ai suoi comandanti un anno di tempo per riprovarci. Ora, la distanza
tra i porti del Khan mongolo e il Giappone è di circa 500 miglia di mare
aperto, non esiste una flotta militare in grado di trasportare i 140 mila
guerrieri e Arakhan, comandante in capo di Kublai Khan, inizia a costruire navi
a tambur battente. Per quante migliaia di operai siano stati impiegati e per
quanto rapidi siano stati, bisogna arrivare al 1281 prima che siano approntate
le circa 4.400 navi in grado di trasportare le truppe e che un giorno apparvero
al largo delle coste giapponesi. Gli uomini e i cavalli sbarcano, iniziano le
prime battaglie con i samurai e, per quanto i mongoli si ritenessero invincibili
non fosse che per la superiorità numerica, sono costretti a ritirarsi. Arakhan
ha due alternative: ritirarsi o dare nuovamente battaglia, opta per
quest’ultima forte appunto del numero dei suoi armati e dell’appoggio di
dio, d’altro canto i samurai sono animati dalla necessità di difendere la
loro patria e non confidano certo meno nell’intervento divino che si palesa
con una nuova tempesta sbarazzandoli
definitivamente dal pericolo mongolo. La tempesta che affondò le navi fu
chiamata Kamikaze, vento divino, e per perpetrare il ricordo di quel lontano
intervento miracoloso nel corso dell’ultimo conflitto mondiale presero questo
nome reparti speciali d’attacco giapponesi, costituiti da aerei carichi di
esplosivo con i quali i piloti si lanciavano contro le navi americane, aprendo
la strada ad una tecnica ancora tristemente in voga ai nostri giorni.
Questo è quello che la storia-leggenda ci ha proposto fino a qualche tempo fa:
l’intervento divino aveva salvato il Giappone. Tutto era avvolto in un alone
misterioso, non c’erano indizi per sapere con certezza dove, nelle 2000 miglia
marine su cui si estendono le isole giapponesi, fosse affondata la flotta
dell’invasore, finché una ventina di anni or sono un raccoglitore di
molluschi dell’isola di Takashima si ritrova tra le mani un oggetto di metallo
coperto di strani caratteri. Gli studiosi accertano che si tratta di un sigillo
di bronzo con iscrizioni in lingua mongola da un lato e ideogrammi cinesi
dall’altro, datato 1276 e appartenuto ad un generale al comando di mille
uomini. È il primo passo per scoprire in quale punto è affondata la flotta di
Kublai Kuhan e scandagliando il mare nei dintorni, il compito è affidato
all’archeologo marino Kenzo Hayashida coadiuvato da un gruppo internazionale
di sommozzatori, ricercatori e archeologi, ecco emergere altri reperti: ancore
di legno, un elmetto mongolo, teste di frecce, monete e migliaia di frammenti di
fasciame. È su questi che si concentrano gli studi degli archeologi,
intervengono studiosi di storia mongola e qui incominciano a squarciarsi le
tenebre. Il professor Morris Rossabi sostiene che le navi cinesi del tempo erano
straordinariamente moderne, addirittura in grado di poter ovviare ad una falla
essendo gli scafi divisi in compartimenti stagni. Sarebbero stati invincibili
se, ecco la scoperta, gli scafi trovati, assemblati dove è stato possibile,
fossero stati all’altezza della fama, invece si rivelano costruiti alla
bell’e meglio. Non solo gli alloggiamenti dell’albero maestro sono mal fatti
ma, udite udite, avevano il fondo piatto, non c’era chiglia, erano
imbarcazioni adatte ai fiumi. Il fatto che tutte le ancore fossero verso sud e
le cime tese verso la costa avvalora l’ipotesi che una forza immane abbia
scagliato le navi verso la spiaggia, e fin qui il vento divino ha fatto il suo
dovere, ma non va dimenticato che l’invasione
è avvenuta tra agosto e ottobre, che in Giappone è il periodo
culminante dei monsoni, se ci aggiungiamo che le navi erano raffazzonate
arriviamo alla conclusione che il cielo ha avuto un aiutino nella presunzione di
Kublai Khan e nel terrore dei suoi comandanti che per restare nei tempi da lui
indicati hanno messo insieme una flotta di poche navi di qualità, sulle quali
sono tornati in patria, e un assembramento eterogeneo di tutto ciò che potesse
galleggiare e che è costato la vita, secondo antichi documenti, a 70 mila
uomini, il maggior numero di vittime nella storia dei disastri marini.
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