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Anno 9
Numero 9
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
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MARLON BRANDO quando la fortuna non è tutto
Antonia Bonomi
Nasce il 3 aprile del 1924 ad
Omaha nel Nebraska, primo maschio dopo due femmine. La famiglia è di origine
irlandese e il cognome Brando deriva da un antenato francese, tale Brandeau. Il
padre, Marlon Brando senior, è un “bastardo” nel senso di illegittimo,
secondo il figlio, abbandonato dalla madre a quattro anni e sballottato da una
zia zitella all’altra, fabbrica prodotti chimici, secondo altre versioni ha
una fabbrica di cappelli di feltro o è rappresentante di commercio, veste
sempre giacche di tweed e fuma la pipa, è alcolizzato e donnaiolo, non si
occupa di lui. La madre, Dorothy Pennebaker, è un’attrice dilettante (dà
lezioni anche ad Henry Fonda), è sensibile e divertente, è sempre il figlio a
dirlo, amante della musica, afflitta da un insaziabile bisogno d'amore ma, è
sempre Brando a parlare, non è stata più affettuosa del padre, anche lei ha il
vizio di bere. A tenere insieme la famiglia è la sorella maggiore Jocelyn detta
Tiddy, lui è legatissimo all’altra,
Francine detta Frannie. I tre fratelli e il padre vanno spesso a cercare e recuperare la madre ubriaca, quando non è qualche conoscente
occasionale a riportarla a casa o la polizia a telefonare per avvertire che è
presso di loro. Ma Brando è legato anche alla “tata” Ernie, con la quale
scoprirà presto le gioie del sesso.
Il padre lo demolisce psicologicamente ripetendogli che è un buono a nulla, che
non combinerà mai niente e per insegnargli la disciplina lo manda
all’Accademia militare di Shattuck, nel Minnesota, occasione che gli permette
di entrare nel gruppo teatrale, ma dalla quale è espulso per essere andato a spasso in orario
non consentito.
Alla fine di maggio del 1943 si trasferisce a New York presso la sorella Jocelyn,
per quanto non senta il sacro fuoco dell’arte e non abbia intenzione di
diventare un attore, sono parole sue, nel 1944 calca per la prima volta le
tavole del palcoscenico con I remember Mama, lavorando di giorno come cameriere,
ragazzo dell’ascensore ecc. Conosce Elia Kazan e frequenta l’Actor’s
Studio dove apprende il Metodo Stanislavsky. Nel 1947 Kazan gli fa ottenere il
ruolo di Stanley Kowalsky nella versione teatrale di Un tram che si chiama
desiderio. Il 4 dicembre dello stesso anno debutta ed è un trionfo personale.
Durante le repliche Brando si permette di cambiare alcune battute del testo, la
produzione chiama l’autore, Tennessee Willliams, per avvertirlo della
situazione, questi vede Brando all’opera, ne resta strabiliato al punto di
lasciare carta bianca all’attore. Marlon Brando, con jeans e maglietta, è
consacrato sex simbol. Raccontano le cronache che durante gli intervalli delle
recite l’attore tira di boxe con gli operai del teatro, una sventola gli
fracassa il naso che resterà storto, ma lui continua ad andare in scena. Nel
1950 appare per la prima volta sullo schermo in Uomini, di Fred Zinnemann,
distribuito in Italia con il titolo Il mio corpo ti appartiene. Bando interpreta
un reduce paraplegico, critica e pubblico sono affascinati dalla forza della sua
recitazione, dalla sua splendida mimica facciale che salva il film dallo
scivolare nella retorica. Interpreta anche sullo schermo il ruolo di Stanley
Kowalsky che lo ha consacrato in teatro, seguono nel 1952 Viva Zapata!, nel
1953, soffiando il ruolo a Charlton
Heston, in Giulio Cesare, dove è Marco Antonio, è definito indimenticabile. Il
1954 è l’anno di Il selvaggio. Come aveva nobilitato la canottiera nel ruolo
di Kowalsky, in questo film lancia il giubbotto nero di pelle che diventerà il
simbolo dei giovani contestatori. Raccontano le cronache che, per immedesimarsi
nella parte, abbia frequentato bande
giovanili e abbia passato una notte in prigione. Dello stesso anno è Fronte del
porto, che gli frutta il primo Oscar. Seguono Bulli e pupi, I giovani leoni e
titoli minori che, in ogni caso, grazie alla sua interpretazione alimentano il
mito che si è creato. Nel 1961 si cimenta nella regia, oltre che nella
recitazione, con I due volti della vendetta. All’inizio la pellicola doveva
essere diretta da Kubrick, che abbandona perché Kirk Douglas gli propone la
regia di Spartacus, il film è confuso, impreciso, lungo, squilibrato, ma è
ricordato come un “western affascinante, almeno quanto il suo regista e
interprete”.
Bello, ricco e famoso, impone le sue regole, detta le sue leggi, è una calamità
per le produzioni. Gli ammutinati del Bounty, ad esempio, girato nel 1961, è un
disastro per i capricci del divo che pretese il cambio del regista da Carol Reed
ritenuto troppo filoinglese a Milestone, modifiche in corsa della sceneggiatura,
con una lettura diversa del suo personaggio per renderlo aderente alla figura
“dell’eroe incompreso, destinato al calvario” che ha in mente.
Nel 1972 interpreta due film di grande successo: Il Padrino e Ultimo tango a
Parigi. La storia di quest’ultimo è travagliata: è definito capolavoro, è
censurato, viene tolto dagli schermi, riammesso ecc., ma resta tra i capolavori
della cinematografia internazionale. Tra le curiosità che lo accompagnano ci
sono le voci di una relazione tra Brando e il regista Bertolucci, le
dichiarazioni del personaggi femminile, Maria Schneider, che definisce il loro
gruppo composto da bisessuali. Quanto a Il Padrino, è Brando ad improvvisare il
trucco di don Vito Corleone con abbondante brillantina, fronte e guance sfumate
con lucido da scarpe, guance imbottite con fazzolettini di carta. Per questa
interpretazione riceve l’Oscar e, con un colpo di teatro degno della sua fama
di difensore delle minoranze oppresse, a ritirare il premio manda una giovane
apache, Piccola Piuma, in realtà una giovane attrice californiana di nome Maria
Cruz, che dovrebbe leggere la sua motivazione al rifiuto politico del premio
poiché l’America continua a discriminare i nativi. Il testo integrale del
discorso, che la giovane non ha potuto leggere, è pubblicato dal New York Times.
Nel 1979 un nuovo grande successo, Apocalypse Now. Il bellissimo Brando è ormai
in pieno declino fisico, per mascherarlo sono studiate luci particolari, in
penombra.
Ricordare tutta la sua filmografia è un’impresa, ha recitato con le più
belle donne dello schermo. Nel 1994 pubblica un’autobiografia, Le canzoni che
mia madre mi ha insegnato, per la quale riceve un anticipo, si diceva allora, di
dieci milioni di dollari. In queste memorie racconta la sua verità e parla
delle donne della sua vita, attrici conosciute e illustri sconosciute, che a suo
dire sono state una moltitudine. Vivien Leigh, sua partner in Un tram che si
chiama desiderio, la ricorda bellissima e vulnerabile, che andava a letto con
tutti. Avrebbe potuto avere una storia con lei, dice, ma si trattenne per
rispetto verso il marito Laurence Olivier anche se pensava che sapesse dei
tradimenti di quella moglie dal cervello traballante. Con Marilyn Monroe ha una
storia iniziata subito dopo la guerra e che continuerà fino a pochi giorni
prima della morte oscura dell’attrice che, secondo lui, è “stata
suicidata”. Afferma di esserci andato a letto al primo incontro, realizzando
il sogno di ogni soldato.
Naturalmente si sposa e le prescelte hanno tutte origini esotiche. La prima
moglie è Anna Kasfhi, ma qualcuno maligna che lei si sia inventata un’origine
indiana per farlo cadere in trappola, da cui ha il figlio Christian. Matrimonio
infernale durato due anni e tremende battaglie legali, nel 1960 sposa la
messicana Movita Castenada da cui ha due figli, si separeranno nel 1968 ma lui
dal 1961 sta con la polinesiana Tarita, conosciuta durante le riprese di Gli
ammutinati del Bounty e per amore della quale ha acquistato l’atollo di
Tetiaroa. È una unione allietata da tre figli, tra cui nel 1970 l’amatissima
Cheyenne, mentre altri nascono in contemporanea da avventure volanti fino ad
arrivare a 12, gli ultimi tre avuti dall’ultima compagna-cameriera-infermiera,
Cristina Ruiz, la quale fatica e non poco per farglieli riconoscere.
Come padre, lo riconosce in prima persona, non è stato migliore del proprio e
la vita non gli ha risparmiato colpi bassi. Cheyenne ha un figlio, Tuki, dal
tahitiano Dag Drollet che nel maggio del 1990 sarà ucciso durante una lite
proprio dal fratellastro maggiore della ragazza. Christian è condannato a dieci
anni di prigione scontandone solo la metà circa, Cheyenne tenta un paio di
volte il suicidio, è ricoverata in vari ospedali psichiatrici e nel 1995 riesce
a farla finita. Altro colpo del destino: nel luglio del 2003 l’attore Robert
Blake, quello dei telefilm Baretta, accusa Christian di avergli ucciso la
moglie, crimine di cui, in realtà, è lui ad essere ritenuto responsabile.
Al mito si attaccano chiacchiere e sospetti sulla sua omosessualità sono sempre
circolati, alimentati anche dall’autobiografia delle prima moglie Anna Kasfhi,
Brando a colazione, in cui lo accusa apertamente dichiarando che il loro figlio,
Christian, ha avuto questo nome in omaggio a Christian Marquand ex fiamma di
Brando. Impietosamente, l’ex moglie parla dell’esiguità del membro
dell’attore, e riferisce che questi è solito dialogare per ore con “lui”.
Nell’autobiografia, Brando si limita a dire che “lui” lo tradì solo
durante una scena della lavorazione del film di Bertolucci, quando per il gran
freddo si ridusse a una nocciolina e malgrado lo esortasse non volle saperne di
tornare a dimensioni normali.
Ora, superato il traguardo degli ottant’anni, del magnifico attore, non alto
ma fascinosissimo, che piace ad uomini e donne, resta un uomo obeso (supera i
170 kg), costretto dalla mole sulla sedia a rotelle e attaccato alla bombola
dell’ossigeno per respirare. Quello del peso è sempre stato il problema di
Marlon Brando che, nella sua autobiografia, racconta di non aver mai avuto
problemi a perdere fino a quindici-venti chili prima di iniziare la lavorazione
di un film. Ingrassava, dice, perché fin da bambino si consolava delle lunghe
assenze etiliche della madre con crostate e formaggio che trovava nel
frigorifero. “Non c’è dieta che non abbia provato”, afferma, ma ha un
debole per i gelati, la torta al cioccolato con le nocciole e, quando erano le
produzioni a metterlo a stecchetto, pagava i camerieri del vicino McDonald perché
gli gettassero di nascosto gli hamburger nel giardino di casa.
Marlon Brando è morto giovedì 1 luglio 2004 per una crisi respiratoria.
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