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Anno
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Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

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CAPRICORNO
ELENA DI SAVOIA per qualcuno regina ciclamino e per qualche altro solo pastora 

Antonia Bonomi 

Jelena Petrovic Niégos, Elena per gli italiani, nasce nel 1873 a Cettigne, un grosso borgo fra le montagne montenegrine abitato per lo più da pastori, è figlia del  principe in seguito diventato re Nicola I, anche se si tratta di un re per modo di dire se paragonato agli altri reali europei. Il suo regno è minuscolo, la reggia è una casa appena un po' più grande delle altre, il salone una camera neppur troppo grande, inoltre si dice (è Edoardo Scarfoglio a riportarlo), che questo re giochi a carte "sugli scalini della reggia" con i suoi ministri, e questo scandalizza la sofisticata nobiltà sempre europea.  Gli studi, Elena li compie nel collegio Smol'nyj di Pietroburgo e frequenta la casa reale russa. Come entra questa nobile di provincia, o "d'Oltremare" come dirà D'Annunzio, in casa Savoia? È assolutamente necessario sposare Vittorio Emanuele, la madre regina Margherita e il padre re Umberto ne sono convinti. Il re non è una gran bellezza, e non ha neppure una salute di ferro. Figlio di due cugini primi, infatti Margherita è figlia di Ferdinando fratello di Vittorio Emanuele II padre di Umberto I, era nato oltretutto con un difficilissimo parto cesareo. La bassa statura l'aveva presa dalla madre Margherita che, secondo le voci fuori dal coro cantato dagli ammirati Carducci e D'Annunzio, aveva il sedere attaccato ai talloni. Quando a Napoli frequentava la Nunziatella, si era fatto un gran parlare delle avventure galanti del giovane principe, che tutte le sere andava a caccia di gonnelle, poi si era diffuso un altro pettegolezzo che pian piano aveva sovvertito il primo e cioè che Vittorio Emanuele fosse impotente. In realtà, il giovane principe non aveva nessuna intenzione di sposarsi per forza, per assecondare la ragione di stato o i desideri dei genitori e con molta chiarezza aveva espresso il suo pensiero: "Sposerò solo la donna che amerò veramente". E tra quelle che gli venivano proposte, nessuna gli faceva battere il cuore. Del resto, anche la madre Margherita, che pur lo voleva maritato, trovava sempre qualcosa da ridire sulle possibili candidate. Finché qualcuno non fa il nome di Jelena, o Jela, di Montenegro. La regina Margherita è al settimo celo, caldeggia questa candidata. È bella senza essere bellissima (Margherita diceva no a tutte le proposte che avessero a che fare con nobili fanciulle troppo belle), ha l'aria florida e non è nemmeno lontanamente parente  dei Savoia, perciò le premesse perché possa esserci una discendenza sana, al contrario di quello che era successo a lei, ci sono tutte. Ma non bisogna insospettire Vittorio Emanuele, che detestava i maneggi matrimoniali, e bisogna avere anche pronta qualche riserva nel caso Elena non piacesse al piccolo Principe di Napoli, così si combina un incontro tra i due in occasione dell'Esposizione Internazionale d'Arte che si teneva a Venezia. Elena sarà accompagnata dalla sorella Anna, la riserva nel caso non fosse sbocciato l'amore con la prima.
È il 1895, i due s'incontrano al teatro La Fenice in occasione di una serata di gala e scocca la fatal scintilla, malgrado le critiche della regina Margherita per l'appariscente abito rosa indossato da Elena, che in vista dell'incontro aveva fatto una puntatina a Parigi per rinnovare il guardaroba.
Vittorio Emanuele è al settimo cielo, dichiara a tutti la sua felicità di sposare una donna "soltanto per amore, al di là dei disegni di corte". I due fidanzati s'incontrano di nuovo in Russia, finché Vittorio Emanuela va a chiederla ufficialmente in sposa nel Montenegro e si ferma qualche settimana, ospite del futuro suocero in un palazzetto a lato della "reggia". Fa vita semplice, andando al mattino a caccia con i notabili del paese o con Danilo, fratello di Elena, rientro per il pranzo e nel pomeriggio passeggiata a cavallo con la promessa sposa, parenti e notabili. Ad onor del vero, ci dicono le cronache, più che andare a caccia il re faceva lunghe passeggiate per i sentieri di montagna e raccoglieva fiori di campo che, raccolti in un fascetto, portava alla promessa sposa. Al momento della partenza per l'Italia, festa di fidanzamento e d'addio per i due giovani. Per la prima volta ballano insieme e, malgrado la disparità di statura (Elena sovrasta Vittorio Emanuele di quasi tutta la testa), il loro Danubio Blu fa esplodere alte grida di giubilo tra i rudi montenegrini presenti, re Nicola in testa che stringe anche la mano al futuro genero.
Il finale della festa è una quadriglia, ci dicono le cronache, che i due giovani ballano con il presidente del Consiglio Bozo Petrovich e una signora in costume locale, quando ecco che s'imbrogliano i passi, il principe italiano non è un gran ballerino, e nasce una sorta di parapiglia. Sarà Elena, che ha ventitré anni, a dire che nelle quadriglie nelle quali non si sbaglia niente, ci si annoia.
Quando dal Savoia sbarcano a Bari sono accompagnati dal padre di lei, dal fratello Mirko e dalla sorella Anna con marito, la folla li accoglie festanti, ma c'è un compito da assolvere: Elena è ortodossa, deve abiurare. La madre di Elena, osservante convinta, non li ha accompagnati per non assistere al peccato dell'abiura. La cerimonia avrà luogo nella cripta della Cattedrale di San Nicola. La futura regina è triste, non si sente molto bene, nell'abiurare guarda in faccia il fidanzato, che non le nega il suo sostegno morale tenendole stretta la mano e prendendola sotto braccio quando l'atto è compiuto. Il 24 ottobre 1896 si sposano, prima la cerimonia civile al Quirinale, poi il matrimonio religioso in Santa Maria degli Angeli. Elena indossa un velo di Burano intessuto di fili d'argento che disegnano migliaia di margherite regalo della suocera, su cui è appoggiato un diadema regalo del suocero. Sono nozze regali ma semplici, che fanno storcere il naso alla nobiltà e ai borghesi, qualcuno malignerà, confrontando questa cerimonia con la più recente del ramo cadetto Aosta, che si sono fatte "nozze coi fichi secchi". A dirlo è il solito Scarfoglio che, non contento, aggiunge che la bellezza di Elena è stata enfatizzata, è sì una donna piacente e fresca di gioventù, ma non all'altezza di quanto si era favoleggiato. Poco più che graziosa, dice, non certo un'Elena greca. Anche D'Annunzio, che pure aveva scritto madrigali infiammati per la regina Margherita, a lei dedica una pagina, dove la paragona alla "Vittoria che si dislaccia i sandali". Elena, mostrando la pagina autografa al marito, fa notare perplessa che è un po' difficile assomigliare a questa statua, visto che manca della testa!
Bisogna dire che i due novelli sposi sono persone di spirito o, quanto meno, realistiche, e fanno di necessità virtù. Nozze ricche, ma non sfarzose? Tenete presente che il papa dell'epoca era piuttosto ostile ai Savoia, secondo lui usurpatori, e aveva concesso una chiesa, non una basilica per il rito religioso. Non solo, era ancora recente la sconfitta di marzo di Adua, perciò non c'erano teste coronate straniere tra gli invitati. Semplicità, grande semplicità anche per il "viaggio di nozze". Terminati i festeggiamenti, durati un paio di mesi, i due sposi si ritirano a Montecristo dove arrivano a bordo del panfilo Jela. Dai pettegolezzi dell'epoca, apprendiamo che il principe mangia il borsch alla russa e la "castradina" di pecora alla montenegrina preparati in prima persona dalla sua sposa. Roba da far inorridire la nobiltà e il solito giornalista. Non solo, gli sposi alloggiano in un vecchio padiglione in muratura riparato in gran parte dal principe (che si dilettava nel fai-da-te), aiutato dalla novella sposa i veste di garzone di muratore.
Il loro è amore e per quattro anni lo filano a modo loro, vivendo semplicemente e andando a pesca, anche se attorno nascono mormorii: non si annunciano figli. La regina Margherita è in pena, oltretutto non le piace più tanto questa nuora così semplice, "borghese" si potrebbe dire. Tanto lei aveva fatto per i fasti del casato, tanto Elena sembra dedicarsi unicamente al marito, assecondandolo in tutti gli interessi. Lui ama la fotografia? Lei ama la fotografia e fa preparare una camera scura nei loro appartamenti. Lui colleziona monete? Lei colleziona francobolli che raccoglie in splendidi album. Lui non ama la musica? Lei che suonava il violino smette di suonare, ma smette anche di comporre poesie non eccelse, ma di contenuto morale, per non urtare il marito. L'ultima è del 1904, pubblicata in latino nella rivista russa Nedelia con lo pseudonimo "La farfalla azzurra", ripresa poi dalla rivista berlinese Das Aussere e firmata "Elena, Regina d'Italia", tradotta infine in italiano e pubblicata dal Corriere della Sera il 17 luglio 1905.
Elena apprendeva facilmente le lingue e i dialetti, fa da traduttrice al marito per il russo, il serbo e il greco moderno, tenendogli in ordine l'emeroteca dei giornali stranieri. E impara il dialetto piemontese, anche se in modo non perfetto, giusto quel tanto che basta per capirlo quando il marito si rivolge a lei in piemontese, come ebbe a dire ammirato il suocero Umberto I.
L'11 agosto 1900, in seguito all'assassinio del padre, Vittorio Emanuele sale al trono, Elena diventa regina, ma tutti notano che raramente il re parla di lei chiamandola la regina, bensì dice "mia moglie". Nemmeno un anno dopo ecco l'arrivo di una figlia, Jolanda, poi sarà la volta di Mafalda cui seguiranno Umberto l'erede, e per gli Aosta svanisce il sogno di succedere nel regno, Giovanna e Maria. La regina vedova Margherita è sempre più stravolta, la nuora non tiene salotti letterari, non fa la mecenate, ma si dedica al marito, ai figli e alla casa. Non disdegna di mettere il grembiule per dirigere le cameriere e il personale della casa, cura personalmente tutti i particolari dei ricevimenti, Jolanda ha solo sei anni quando la madre le insegna a cucire a macchina, a Giovanna insegna l'uso della macchina per lavori a  maglia e gliene regalerà una quando questa diventerà regina di Bulgaria. Cosa insegna alle figlie? A fare i dolci in casa! In più, ha una propensione per le modernità, per la funzionalità, preferisce gli arredi semplici e chiari, invece dei mobili antichi e austeri che abbondano nei palazzi di famiglia. Non solo, sempre con gran disdoro della suocera, che amava le toilette sfarzose, Elena fa venire regolarmente una sartina a palazzo per riadattare, comporre e scomporre i suoi vestiti e quelli delle principesse. E per di più chiama ad alta voce il personale da una camera all'altra, da un pianerottolo all'altro…
C'è da dire che la coppia reale è sempre oggetto di critiche piuttosto pesanti. Elena è più alta di Vittorio Emanuele e le gravidanze l'hanno resa matronale, certo non sono un gran bel vedere uno accanto all'altro. E al tremendo Amedeo d'Aosta, quello che avrebbe potuto aspirare al trono in caso di mancato erede, un giorno scappò una battutaccia, davanti a nobili e alte personalità. Vedendo arrivare il re e la regina, esclamò ad alta voce: "Ecco Curtatone e Montanara". Il risultato fu che il re, che aveva sentito e non gradito, spedì il ragazzo lontano dall'Italia, per una non ben precisata missione congolese.   
Il 28 dicembre 1908, alle ore 5, 20 minuti e 23 secondi Messina è rasa al suolo da un disastroso terremoto, con Reggio Calabria e almeno una quarantina di altri centri abitati. Il numero dei morti varia nelle stime, si parla di 77.283 e di 130.000. È un disastro e qui Elena di Savoia mostra chi è, organizzando i soccorsi, almeno una parte, e trasformando la sala del trono al Quirinale in una sartoria, mettendo ago e filo in mano anche a Mafalda di sette anni e Giovanna di due, come mostrano fotografie dell'epoca. Arriviamo alla prima guerra mondiale e che ti fa Elena?  Non si veste solo da crocerossina per farsi fotografare, ma fa l'infermiera a tempo pieno e trasforma il Quirinale nell'ospedale territoriale numero uno. Questa volta Margherita la segue e trasforma Villa Margherita in un altro ospedale d'emergenza. Elena rimase scossa dal terremoto, e per il resto della sua vita s'interessò allo studio per prevenire questi fenomeni, come s'interessò di medicina, fino a meritare una laurea ad honorem. E fa del bene, più o meno silenziosamente. C'è chi si rivolge direttamente a lei per chiedere aiuto e lo ottiene, finanzia opere benefiche a favore degli encefalitici, per madri povere, per i tubercolotici, per gli ex combattenti ecc. E si dice sia intervenuta presso il re anche a favore degli ebrei.
Il 18 dicembre 1935, è lei a dare l'esempio agli italiani regalando alla Patria la sua fede nuziale che, come scriverà a Mussolini, rappresenta la cosa più cara che abbia. E fa prendere una solenne arrabbiatura a Mussolini, perché si rivolge a lui insistendo nel chiamarlo "Signor Presidente", e non "Duce" come lui vorrebbe. Elena, anche in questo caso, è in opposizione con la suocera Margherita che tra un soggiorno a Bordighera e una passeggiata in via Veneto è indicata come una sostenitrice di Mussolini.
Scoppia la guerra, Elena è sempre in ombra, ora c'è la nuora Maria José a tenere banco. La figlia Mafalda è arrestata e internata in campo di concentramento dove morirà per stenti e cancrena il 28 agosto del 1944. Elena segue il marito nella "fuga" a Brindisi. Termina la guerra, il 9 maggio del 1946 Vittorio Emanuele III abdica a favore del figlio Umberto e prende la via dell'esilio. Lui ed Elena andranno ad abitare a Villa Jela, ad Alessandria in Egitto, ospiti di re Farouk che intende ricambiare l'ospitalità data suo tempo dal re italiano a suo padre. Elena resterà lì fino alla morte del marito, 28 dicembre del 1947, dopo diciannove mesi d'esilio, per trasferirsi poi a Montpellier dove morirà il 28 novembre del 1952.
Durante l'esilio in Egitto, i due coniugi festeggiano il cinquantesimo di matrimonio. Quel mattino, il re uscì con il suo attendente e raccolse fiori di campo, che riunì in un fascetto per portarli alla moglie, come faceva da fidanzato. Secondo alcune voci Vittorio Emanuele, per tutto il loro matrimonio fino all'esilio, tutte le mattine fava recapitare alla moglie un mazzolino di violette, che erano il suo fiore preferito.
Qualcun altro aveva chiesto la mano di Elena prima di Vittorio Emanuele, considerando che all'epoca del matrimonio aveva ventitré anni e per quei tempi non era certo una bambina? Il cugino Arsenio Karageorgevic, principe serbo, sembra fosse pazzo di lei, così Carlo Gustavo von Mannerheim, ufficiale della milizia zarista, in seguito diventato per ben due volte presidente della Finlandia e che tutti gli anni, nel giorno di sant'Elena, faceva pervenire alla regina un mazzo di rose rosse legati con i colori del suo paese.
Le debolezze di Elena? Adorava i marron glacé e la panna montata, il ciclamino era il suo colore preferito e le aveva valso anche il soprannome di regina ciclamino.
Com'era Elena Dietro lo Specchio Dell'Astrologia?
Esattamente come la si è vista: una donna schiva e riservata, anche per sana diffidenza personale oltre che per nascita ed educazione. Ottima organizzatrice, attaccata alle tradizioni, con un sano amore per la natura, aveva una bella testa dura ed era difficile farle cambiare idea, una volta che aveva radicato una convinzione. Era una persona di buon senso, ma non era assolutamente una sempliciotta o una materialista terra terra. Anzi, era molto sensibile, aveva una mente vivace e curiosa, magari un po' dispersiva, era sinceramente dispiaciuta per le miserie altrui. Fu veramente innamorata del re suo marito? Chi lo sa, ma è certa una cosa: possedeva un forte senso del dovere e della dignità, non avrebbe mai fatto niente che potesse mettere ombre sulla sua figura. Era regina "dentro", non per atteggiamento, è stata fortunata per aver posseduto il suo carattere più che per "investitura divina". In poche parole: qualunque fossero le sue idee, i suoi rimpianti, aveva accettato una situazione e l'ha portata avanti fino alla fine. Perché questo era il suo carattere.