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CAPRICORNO
MARIO SCACCIA: UNA VITA DEDICATA AL PALCOSCENICO
"LA SALA MOLIERE" un nuovo spazio plateale gestito dal grande maestro

Paola Aspri

 Mario Scaccia, figlio di un pittore, appena reduce della seconda guerra mondiale s’iscrive nel 1945 all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma di cui peraltro non porta a termine i corsi, per partecipare a spettacoli del C.U.T. dove ha per compagni la Masina, Mastroianni e Antonio Crast. Inizia poco dopo una vera attività professionale recitando accanto ad attori come Besozzi, Isa Pola, Picasso, Benassi, Macario e Gassman e dividendosi fra teatro leggero e teatro di prosa vera e proprio. Negli anni Cinquanta si fa apprezzare come attore di carattere in varie compagnie come la Gioi-Cimara e la Borboni-Scelzo, fino alle gustose performance in "Rosso e nero" (1953), "Uno scandalo per Lili" (1957) e "Il diplomatico" (1958), tutte di Scarnicci e Tarabusi. Dopo aver avuto una scrittura nel 1960 allo Stabile di Napoli, comincia ad avere il nome in ditta con la costituzione nel 1961 della Compagnia dei Quattro di gran successo con Enriquez, la Moriconi e Glauco Mauri. Attore maturo, completo, un po’ istrione, recita in opere di Ionesco, Courteline, Feydeau, O’Neill, Stoppard, Arthur Miller, fino ad ottenere i consensi più lusinghieri in personaggi come Polonio in "Amleto" (1963), Shylock in "Il mercante di Venezia", Fra' Timoteo in "La mandragola". Anche il cinema offre a Scaccia ottime opportunità per ruoli d'istintiva simpatia e grottesche caratterizzazioni, anche se sempre di supporto e di secondo piano. Ed altrettanto fa la televisione che lo utilizza sempre come elemento secondario in sceneggiati quali "Ottocento" (1959) di Majano, "La Pisana" (1960) di Vaccari, "Le anime morte" (1963), "Il conte di Montecristo" (1966) e "Tartarino sulle Alpi" (1968) tutti e tre diretti da Fenoglio. Infine possiamo ricordare "Le avventure di Pinocchio" (1972) di Comencini dove è lo stralunato dottore. Scaccia appare anche nell’originale "L’inseguimento" (1956) di Fino, nell’episodio "La coscienza a posto" (1960) della serie "Capitano tutte a me" diretta da Eros Macchi e in commedie come "Niente" diretta da Vaccari. L’ultima interpretazione cinematografica è stata in "Ferdinando e Carolina" di Lina Wertmuller.
Qual è il suo più bel ricordo artistico?
Quando la vedova di Ettore Petrolini entrò nel camerino del Teatro Quirino alla fine della pièce "Chicchignola", per la regia di Maurizio Scaparro, affermando che le avevo ridato il suo uomo. Ero compiaciuto dalla sua asserzione, in quanto avevo evocato non il comico ma la persona nella sua interezza.
Che anno era quando interpretò "Chicchignola"?
Era il lontano 1967 ed era prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano e questo opus non era rappresentato da ventisei anni, l’ultimo a portarla in scena era stato Raffaele Viviani. Petrolini era ricordato per i suoi frammenti cinematografici, ma grazie alla scoperta di "Chicchignola", fu considerato come autore valente. Da quel momento in poi molti rivalutarono la figura di Petrolini, tra cui Gigi Proietti, anche se Fiorenzo Fiorentini lo aveva sempre magistralmente reinventato come personaggio.
Quante volte ha messo in scena "Chicchignola"?
Nel 1972 quando feci la mia prima Compagnia la riproposi con gran successo, ma l’ho rappresentata ogni anno, l’ultima volta al Teatro Parioli di Roma.
Lei è stato considerato un erede di Ettore Petrolini, cosa ha in comune con quest'attore romano e cos’è che lo rende drammaturgicamente attuale ancora oggi?

Quando sono stato ospite alla Rai International lessi la canzone delle "Foglie morte" dove Petrolini risponde acremente, ma con ironia ai critici che lo accusavano d'essere troppo superficiale, trasformando così in una filastrocca liriche di poeti famosissimi. Questa corrente di parole è di una modernità sconcertante, accompagnato ad una sonorità che è l’essenza dell’ars oratoria di Petrolini. In comune con lui ho la passione per il teatro, ma nella sua peculiarità, quel rapporto umano tra la scena e la platea, senza infrastrutture.
Quanto è importante l’improvvisazione per un attore?
E’ importantissima perché può salvare da situazioni pericolose e poi l’attore, libero da qualsiasi coercizione, può richiamare l’attenzione del pubblico, è quello che Petrolini chiamava slittamento recitativo.
Cosa ricorda degli anni della Compagnia dei Quattro, Enriquez, la Moriconi e Glauco Mauri?
Furono delle stagioni esaltanti, soprattutto quando mettemmo in scena "Il rinoceronte" di Ionesco. Attraversammo l’Italia in lungo e in largo riscuotendo gran successo. Poi ci fu una separazione dovuta a delle incomprensioni, ma ritornai nel famoso gruppo d’artisti nel 1968, sostituendo Glauco Mauri che era andato in Cina a girare un film.
Come giudica il teatro contemporaneo lei che ha interpretato una commedia come "Ubu re", dove era intrinseco lo sperimentalismo?
Oggi all’attore non è data la possibilità di pensare, decide il regista per lui. Nel 1949 fui chiamato da Macario a fare la rivista e Luciano Ramo, famoso critico di "Film d’Oggi", scrisse che un interprete di prosa aveva finalmente capito l’humus della rivista. Io avevo la facilità di entrare in qualsiasi dimensione, oggi non hanno questo tipo di capacità.
Come si misura la vera regia?
Farei un parallelismo con Lord Brummel che affermava che la vera eleganza è quella che passa inosservata. Una buona regia si avvale delle stesse modalità, va in profondità e non si libra tra le cose senza lasciare traccia.
L’invocazione del Ministro Melandri per un Teatro Italiano più ricco di nuovi autori, pensa che sia un giusto monito affinché il palcoscenico ritorni in auge come ai bei tempi?
Sono per i nuovi autori e con i miei piccoli mezzi scopro moderne realtà, attraverso la mia scuola di informazione teatrale nella Sala Molière (ex Teatro San Genesio) che adesso consta di trenta allievi. Qualcuno potrà obiettare assicurando che oggi la teatralità è molto diversa, ma io vado avanti con i miei insegnamenti ed è per questo che ho scelto la libertà di un confortevole e autonomo spazio, dove poter continuare a fare un repertorio che m'interessa. Di neofiti e validi demiurghi ce ne sono tanti, ma sono tutti bistrattati dal Potere. Anch’io ho portato per 110 repliche una commedia dello sconosciuto Gianni Celati "Recita dell’attore vecchiato nel Teatro di Rio Saliceto" ed è stato un atto di coraggio non riconosciuto. Noi siamo esterofili e tutto quello che è nostro è sottovalutato. Goldoni, infatti, non è supportato dalla stessa passione che gli inglesi hanno per Shakespeare.
La sua libertà in questo momento è quella di avere aperto un suo spazio plateale?
Quando quest’estate ho annunciato di aver rilevato il San Genesio, uscì una polemica, i giornalisti cercarono di mettermi contro Mario Martone, Giancarlo Nanni, Sequi. Io non voglio entrare in competizione con nessuno, voglio solo servire le persone che credono ancora in quel Teatro.
Perché ha deciso di comprarlo?
Cercavo da diverso tempo questa dimensione, deluso dalla passata tournée e dal poco interesse verso un autore come Gianni Celati e poi nel 1939 recitai in questo teatrino romano, diretto da Diego Fabbri in una Compagnia di Filodrammatica con soli attori uomini e questo ricordo di un momento felice mi ha spinto a rilevarlo. E’ un luogo dove oltre alle rappresentazioni teatrali, saranno allestiti spettacoli mattinées e incontri culturali, ogni lunedì.
Quale sarà la programmazione della Sala Moliere per quest’anno?
Dal 23 ottobre andrà in scena "Il malato immaginario" con la mia regia, poi un recital su poesie di Leopardi, verseggiate da Arnoldo Foà, in seguito "Il diavolo addosso" e "47 morto che parla" di cui farò solo la regia.
Come immagina il pubblico della Sala Moliere?
Spero in un pubblico che mi segue da anni e che bada alla qualità.
I suoi compagni di palcoscenico chi sono?
I miei allievi che non sono affiliati a cosche politiche e sperimentano un teatro di parola senza eccessi scenografici.
Qual è stato il suo mentore?
Io stesso, anche perché a tre anni già calcavo il palcoscenico, grazie a mia zia che era nella Filodrammatica. La vera palestra è stato il boccascena insieme a compagni come Tofano, Memo Benassi, Luigi Cimara che mi hanno insegnato l’arte recitativa.
Che consiglio si sentirebbe di dare a chi vorrebbe calcare le scene?
Come diceva Giovanni Papini se si presenta un gran poeta di cacciarlo, se ritorna di prenderlo a pugni e a calci, ma alla fine di starlo a sentire. Metaforicamente è quello che ho fatto con Edoardo Sala che oggi lavora spesso con me, dopo un lungo, ma importante tirocinio.
Le piace apparire in televisione?
Moltissimo perché sono un attore aperto a qualsiasi forma di spettacolo.
Qual è il suo rammarico artistico?
Non aver frequentato di più il cinema e non aver risposto perché ero in tournée alla chiamata di Luchino Visconti per "Morte a Venezia".
Il ruolo cui è più legato cinematograficamente?
Dell’attore ladro né "La proprietà non è più un furto" di Elio Petri.
Come si diventa Mario Scaccia?
Rinunciando a tutto il resto dell’esistenza.