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Anno 9
Numero 10
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
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Varia Umanità
del segno del
LEONE
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EVITA
DUARTE PERON
Una donna con il sogno del potere
Roberta
Gallina
LE
ORIGINI
Eva Maria Ibarguren Duarte nacque all'alba del 7 maggio 1919 a Los Toldos
(Buenos Aires, Argentina). La madre Juana Ibarguren svolgeva le mansioni di
cuoca nella tenuta di Juan Duarte, da cui ebbe quattro figlie ed un figlio
(Elisa, Blanca, Erminda, Eva e Juan), ma che non sposò mai, in quanto "el
estanciero" era già sposato e fornito d'abbondante prole legittima. La
condizione d'illegittimità non sembrava pesare ad Evita, almeno fino al giorno
in cui, sulla lavagna della scuola, la sorella Erminda trovò scritto: "Non
eres Duarte, eres Ibarguren!" Le infamanti parole, seguite dai risolini di
scherno e dalle canzonature degli altri bambini, fecero fuggire le due sorelle
umiliate. Poco tempo prima Juana era stata abbandonata da Duarte, e s'arrangiava
a vivere cucendo, su una macchina Singer, abiti su ordinazione per conto di un
negozio. In tal modo, aiutata dalle due figlie maggiori, riusciva a vivere quasi
decorosamente, ma su alcuni punti Juana era ferrea: moralità e pulizia. Per
quanto fossero poveri i vestiti dei figli, erano sempre immacolati ed
irreprensibili, come il contegno imposto alle figlie. La piccola Evita cresceva
con un carattere molto particolare: sensibilissima, sognatrice, nervosa,
capricciosa in casa, ma timida, insicura ed introversa al di fuori delle mura
domestiche. Andava soggetta a scoppi d'ira imprevedibili, che la scuotevano fin
quasi a rasentare la crisi nervosa; fisicamente era minuta, bruna, con una
perfetta carnagione color avorio. Durante l'adolescenza Eva scoprì la passione
per il cinema, nel frattempo la famiglia s'era trasferita a Junín, e venne così
a conoscenza di un mondo completamente diverso: quello delle lenzuola di seta,
dei telefoni bianchi, delle pellicce, insomma il mondo dorato di una Hollywood
lontana. Alla sorella Erminda confidava sempre che "da grande" avrebbe
sposato un principe che potesse garantirle quel tipo di vita tanto lontano dal
loro mondo. Occorre anche aggiungere che la vita per le Ibarguren non era facile
neanche nel nuovo paese: la fama della madre le aveva precedute, molte delle
coetanee non avevano il permesso di uscire con loro.
Evita, come del resto il fratello Juan, voleva essere diversa, amava il
lusso e la bellezza, voleva poter disprezzare, voleva essere diversa sia dalle
sorelle, serie ed inappuntabili, e che, con il tempo, grazie a questa serietà
fecero dei buoni matrimoni (cosa che donna Juana riteneva indispensabile).
Queste aspirazioni iniziarono ben presto a condizionare la vita di Eva: a scuola
era una somarella in matematica, ma adorava recitare, nonostante non possedesse
un linguaggio castigato, amava passeggiare lungo il corso la domenica pomeriggio
insieme alla sorella, ma al rientro a casa respingeva le cotolette che la madre
aveva preparate: poteva forse essere grassa una ragazza che si preparava a
diventare una stella? Digiuno forzato quindi, che faceva infuriare la genitrice.
Ma quali buoni partiti esistevano nel paese? Gli inglesi, direttori e dirigenti
delle ferrovie? Da escludere: costituivano una classe chiusa, esisteva solo la
loro razza. Rimanevano i figli dei grandi proprietari terrieri, gli oligarchi,
per i quali, però, la compagnia di ragazze come Evita non era certo in vista
del matrimonio ma del puro e semplice divertimento, sotto ogni punto di vista. A
quindici anni Eva lascia il paese e si trasferisce a Buenos Aires, con chi?
Perché? Varie sono le versioni e le interpretazioni. Essendo giunto a Junín il
famoso cantante di tango Augustín Magaldi, Eva riuscì ad avvicinarlo ed a
parlargli del suo desiderio di diventare attrice e lo supplicò di portarla con
lui nella capitale. Non sappiamo se la giovane partì con la moglie del
cantante, che si trovava a fare anche da "chaperon", oppure divenne
l'amate dell'artista.
Una volta a Buenos Aires le cose non si presentarono affatto facili: il mondo
degli artisti era un mondo spietato, vendicativo, meschino. Imparò a sue spese
cosa significava non avere amicizie importanti, l'essere preda di registi e
attori celebri che esigevano lo "ius primae noctis" dalle attricette
sconosciute e le umiliazioni più impensabili. Il suo primo ruolo fu quello di
una cameriera in "La senora de Pérez", cui seguirono altre
particine in opere di secondaria importanza. Poi, nel 1934 niente, nessun lavoro
e nessuna speranza all'orizzonte. Trovò fortunosamente un ingaggio in una
compagnia teatrale, a condizioni miserevoli e salario da fame. Altro periodo
nero fu quello in cui fu assunta dal regista Suero, detto il Rospo, un essere
grasso con gli occhi sporgenti, il cui letto era un passaggio obbligato per le
attrici neo assunte. Nel 1939 la carriera della giovane donna subisce
un'impennata: una compagnia radiofonica inizia a trasmettere radiodrammi in cui
Evita aveva la parte della protagonista. Da ora in poi sarà famosa, o meglio la
sua voce, che farà sognare le donne argentine, interpretando, di volta in
volta, personaggi femminili dal drammatico destino con inevitabile lieto fine.
L'ASCESA
Nel gennaio del 1943 un terribile terremoto distrusse la città di S. Juan,
diecimila furono i morti accertati, innumerevoli gli orfani. Nella capitale fu
organizzato un festival per raccogliere i fondi destinati alle vittime della
sciagura, a cui avrebbero partecipato le celebrità della capitale. Il 22
gennaio nello stadio, fra i "vip" era presente anche il presidente
Pablo Ramirez con consorte, il segretario del Lavoro e degli Affari sociali, il
colonnello Juan Domingo Perón, ed il suo vice il tenente colonnello D.
Mercante. Anche Eva era presente, fu un colpo di fulmine tra i due? Forse no,
considerato i due caratteri: Eva sicuramente sarà stata attratta dal senso di
forza e di protezione che Perón sapeva suscitare, dal senso di tranquillità e
certezza, che lei aveva cercato, presente in quel colonnello di ventiquattro
anni più anziano (lei aveva ventiquattro anni, lui quarantotto). Molti anni
dopo Perón confessò che di Evita lo avevano colpito la bontà (ma come faceva
a saperla buona se neanche la conosceva?), e un senso di forza che traspariva da
quel carattere nervoso ed insicuro. Così l'uomo maturo trovava appagante la
fervente ammirazione, quasi adorazione, che la giovane donna gli dimostrava e si
compiaceva di trattarla come una bambola, ruolo che ad Evita doveva piacere
poco. D'altro canto, però, a lei faceva assai comodo avere un amante -
protettore così altolocato, politicamente parlando, e protettivo. Inoltre era
un buon politico anche sentimentalmente: sapeva aggirare molto bene i famosi
scatti di rabbia di Evita, nonostante lei, varie volte, l'avesse definito
"vigliacco". Eppure lui era molto innamorato, ma era un amore
tranquillo, lucido, senza esaltazioni passionali. Fu durante questo periodo che
Evita cambiò immagine ed assunse quella che siamo abituati a vedere, la più
famosa. Divenne bionda per esigenze cinematografiche, ma bionda rimase anche
dopo: era un'immagine che colpiva l'immaginazione della gente. Altro fatto che
sollevò chiacchiere e critiche fu il fatto che Perón si trasferì a vivere in
un appartamento contiguo a quello della sua amante, ma non temeva affatto le
malignità perché era, nella sua diplomazia, maligno a sua volta: provava un
particolare gusto nell'imporre la sua amante ai benpensanti, ridendoci sopra
pensando allo scandalo che sarebbe scoppiato se l'avesse sposata. Inoltre,
accorto e tutt'altro che vigliacco, aveva scoperto in Eva "un animale
politico" ancora allo stato brado, ma che sarebbe stata la giusta compagna
la suo fianco, avendo trovato in lei un fiuto particolare nell'inquadrare le
persone, gli stati d'animo e le situazioni.
La posizione politica di Perón era malvista dai democratici, che lo accusavano
di essere un fascista e, non a torto, un ammiratore di Mussolini. Nel 1945 un
colpo dell'esercito obbligò Perón a dimettersi dalle sue cariche e fu
arrestato; ma i capi sindacali ed Evita, che intanto era diventata fervente
attivista, minacciarono uno sciopero generale e organizzarono dimostrazioni di
lavoratori. Fu rilasciato ed i suoi fedelissimi corsero a cercarlo: lo trovarono
seduto al tavolo, tranquillo, in pigiama, mentre Eva, ancora all'oscuro del
lieto fine della vicenda, si torceva le mani dall'angoscia e dall'impazienza.
Poco dopo decisero di sposarsi, ma restava un problema che faceva dannare la
futura sposa: la sua illegittimità, macchia indelebile per la società in cui
stava per entrare. Per prima cosa fece sparire il suo atto di nascita,
sostituendolo con uno falso che la dichiarava nata nel 1922, anno in cui morì
la legittima moglie del padre, in questo modo non era più un'illegittima,
frutto di un adulterio; Duarte, non più Ibarguren. Poi fu la volta del nome
proprio: Eva Maria era inadatto, le figlie di famiglie perbene si chiamavano
prima Maria, seguito da un altro nome. Alla fine si trovò ad essere Maria Eva
Duarte de Perón. I due si sposarono il 22 ottobre 1945, il suo sogno di bambina
s'era avverato, aveva sposato un "personaggio importante e ricco",
peccato non avere alcuna documentazione fotografica della cerimonia. Nel 1946,
dopo un'intensa campagna elettorale, Perón divenne Presidente ed Evita,
consorte e "Primera Senora", s'affrettò a consolidare il suo
potere personale, esercitato nell'apparente ombra del potente marito, e a darsi
da fare. Per prima cosa dovette ricreare una sua immagine per l'imminente
partenza per l'Europa, quale rappresentante ufficiale dell'Argentina. Merita di
essere riferito un episodio curioso: Evita aveva convocato, di primissima
mattina, la più grande stilista argentina per rinnovarle il guardaroba, poi la
pregò di prepararle "un abito splendido, come quello delle regine delle
favole". Il capolavoro fu un sogno azzurro di seta con strass, perline,
strascico, un mantello di marabù azzurro lungo due metri. Al Presidente, giunto
all'improvviso, fu chiesto un parere, sperando in una meravigliata ammirazione:
il distratto Perón esclamò "Bello! Ora sembri proprio uno struzzo!"
Rapido il vestito finì in fondo ad una valigia, ma non fu lasciato a casa. L'8
giugno Evita giunse prima nella Spagna del generale Franco, poi visitò gran
parte dell'Europa, lasciando sbalordito il Vecchio Continente, uscito da poco da
una guerra dolorosa, con lo sfarzo dei suoi gioielli molto spesso fuori luogo.
Non riscosse molte simpatie, la cortesia della signora Franco fu solo di
facciata, freddo fu l'incontro a Roma con il papa Pio XII, sornioni i parigini,
l'unico a dimostrarle simpatia, pienamente ricambiata, fu un italiano, il nunzio
apostolico di Parigi, monsignor Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII.
Evita fece anche un salto in Svizzera, per depositare a suo nome, si dice, il
capitale degli ex nazisti rifugiatisi in Argentina alla fine della guerra. Dal
canto suo Evita mancò completamente di tatto diplomatico verso "gli
europei". Rimase indifferente di fronte alle meraviglie artistiche:
"Mi commuovo solo di fronte al popolo, non di fronte alle cose
inanimate" dichiarò, derise i musei, volle visitare solo i quartieri
poveri delle città, cui lasciò somme ingenti per aiutare i veri bisognosi; di
contro si dimostrò avida di onori e smaniosa di esibire le sue ricchezze:
carica di gioielli in ogni occasione, non aveva alcun problema a tenersi addosso
una pelliccia di zibellino per tutto il giorno, nonostante il clima estivo delle
capitali europee. Tornata dal viaggio si mise al lavoro seriamente: i diritti
femminili ed il voto alle donne furono i primi successi che ottenne, seguiti da
fondazioni a beneficio dei poveri e per i lavoratori, per i quali costruì case
a non finire, per gli anziani, che mai ebbero una vecchiaia così dolce, per i
bambini, memore del suo passato di povertà. Era effettivamente una lavoratrice
instancabile: s'alzava la mattina molto presto e riuniva subito intorno a sé la
cerchia degli "evitiani" suoi collaboratori. Si vestiva con molta
cura, aveva una serie infinita di tailleur le cui giacche erano abbottonate fino
al collo perché non indossava camicie, si faceva pettinare, non rinunciava ai
gioielli e poi al lavoro. Spesso saltava il pranzo, consistente in una tazza di
latte o di mate, per ricevere centinaia di postulanti, per fare sopralluoghi nei
quartieri poveri di persona o per controllare l'andamento degli istituti da lei
fondati. Era anche molto accorta: sospettando l'invidia del marito di fronte
alla sua popolarità, stava ben attenta ad esaltare il Presidente in ogni
momento o in ogni occasione apparentemente banale, era come se dicesse "io
faccio questo per la gloria del vostro Presidente, io non sono niente di fronte
a lui, ma ricordatevi che sono io che lo faccio". La notte non andava mai
dormire prima delle cinque della mattina, due ore di sonno le erano sufficienti,
non trascorreva le ore piccole in feste, ma facendo inventari su inventari delle
scorte del suo magazzino che accoglieva una quantità infinita ed eterogenea di
oggetti destinati ai bisognosi. Fedele agli insegnamenti materni era sempre
impeccabile, sempre curata: non aveva pigiami, usava quello del marito come
sorta di protezione riflessa, non aveva cappotti ma solo pellicce, niente vesti,
solo tailleur e sfarzosi abiti da sera. Com'era esteticamente? Passati gli anni
difficili in cui era stata definita sparuta, era alta un metro e sessantasei, ed
aveva dei rispettabili 92-67-94 cm, almeno prima d'ammalarsi. Il suo cruccio
erano la pancia troppo a "ciambelletta", le gambe che tendevano a
gonfiarsi con facilità e le caviglie grosse. Spesso la domenica mattina
s'affacciava al balcone della casa Rosada davanti alla folla che l'acclamava,
vestita e pettinata perfettamente, ma con un ordinario paio di calzettoni e
pantofole ai piedi "perché tanto non si vedono!". I primi sintomi
della malattia vennero confusi con uno stato di debolezza che la sua crescente
anoressia comportava (già, la fissazione di essere troppo grassa finì con il
diventare un'ossessione), ma durante un intervento d'appendicite i medici
scoprirono una realtà molto più seria: tumore all'utero, carcinoma endofitico,
per essere precisi, che doveva essere operato subito. Evita rifiutò, anzi lanciò
la borsetta da sera in faccia al medico che la implorava di lasciarsi curare:
non voleva restare confinata a letto quando intorno c'era gente che aveva
bisogno di lei! Forse, aveva l'oscuro timore che la si volesse allontanare da
quel potere che aveva conquistato così faticosamente. Le sue condizioni
peggiorarono, aggravate dal fatto che non mangiava quasi niente ed il 3 novembre
1952 fu ricoverata ed operata. Si rimise lentamente, ma le metastasi del male
ripresero a tormentarla pochi mesi dopo. Il 7 maggio 1952, compiva 33 anni,
pesava solo trentasette chili ed era debolissima, ma decisa come sempre. Alcuni
testimoni riferirono che si era trasferita in una camera distante da quella del
marito affinché le sue urla di dolore non lo disturbassero. Una notte, però,
Evita cercò di trascinarsi fino alla camera di Perón, ma questi, vedendola,
urlò di terrore gridando: "Levatemi quella cosa da qui!".
Le stava lontano il più possibile, da qualche anno il loro matrimonio era solo
di facciata, ma alla vigilia della morte Evita volle avere il marito accanto e
stare da sola con lui, dato che si vedevano pochissimo (perché, sostengono
alcuni, Perón amava distrarsi con le adolescenti, da sempre, per lui, fonte
d'attrazione irresistibile). Il 26
luglio, assistita dalla madre e dalle sorelle Evita morì, mentre Perón,
apparentemente impassibile, fumava nel corridoio attiguo. Il decesso fu
annunciato alle 20, 25 e la nazione prese il lutto: la madre dei Descamisados
e delle cabecitas negras, la
Madonna degli umili non c'era più. Resta oscura l'ora esatta della sua morte:
c'è chi dice la tarda mattinata, chi le due del pomeriggio, chi le 19,30.
EVITA una semplice personalità complessa
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