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Anno
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Numero
10

 

Direttore responsabile
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Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

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LEONE
IL MISTERIOSO VAGABONDAGGIO DI UNA MUMMIA
La salma di Evita Peron oggetto di venerazione e scomodo bagaglio  

Roberta Gallina 

Rispettando un desiderio della moglie, espresso quando era ancora in vita, Perón ordinò che il corpo di Eva Duarte fosse imbalsamato prima di venire esposto al pubblico per l’ultimo saluto; per un tale compito, non privo di rischi, fu scelto il dottor Pedro Ara. Prima di dedicarsi alla “professione” d’imbalsamatore, costui era stato professore di anatomia; di lui “si diceva” che avesse restaurato personalmente la mummia di Lenin, cosa che aveva Evita Duarte Peron finito con il conferirgli fama mondiale, ma quanta verità vi fosse in questo fatto non si è mai saputo. Sulla scrivania del suo studio, l'esimio dottore teneva la testa imbalsamata “di un povero”, il cui risultato era talmente ben riuscito da convincere lo stesso Perón a richiedere la sua “scienza”.
Per tredici giorni il corpo della “madre dei descamisados”, coperto da un sudario bianco, con una bandiera bianca ed azzurra ed accuratamente pettinato e truccato, fu esposto nell’atrio della Segreteria, sotto l’attentissima sorveglianza di Ara, che s’era raccomandato che, momentaneamente, il cadavere non doveva essere minimamente esposto all’aria, mentre migliaia di persone dolenti rendevano l’ultimo omaggio al loro idolo. La fila delle persone in attesa raggiunse, qualche volta, due chilometri di lunghezza.
Nessuno ha mai saputo quali sostanze e quali procedimenti chimici siano stati impiegati, si disse, in seguito, che il corpo restò immerso in vasche contenenti alcuni liquidi, poi, attraverso la carotide fu iniettata una soluzione di formalina, affinché si espandesse attraverso il sistema circolatorio. Il lavorò terminò un anno più tardi, nel luglio del 1953: le spoglie mortali di Evita furono collocate su un letto coperto di seta e sotto una cappa di vetro, mentre l’intera camera era rivestita di fiori. Ara s’era raccomandato di non esporre il corpo alla luce del sole ed alle alte temperature e, per precauzione, teneva in tasca la chiave d’accesso alla cappella mortuaria. Ma la figura di questo strano imbalsamatore non era ben vista da tutti: un giornalista, riuscito ad entrare nel laboratorio mentre i procedimenti di mummificazione erano ancora in atto, dichiarò, molti anni dopo, di aver visto il corpo della donna appeso per i piedi ad un gancio “…proprio come un trancio di carne in un negozio di macelleria…”.
Quando, due anni più tardi e precisamente il 16 settembre 1955, Perón fu destituito, Pedro Ara corse alla casa Rosada e, in mezzo alla terribile confusione del colpo di stato, riuscì a vedere l’ex dittatore per sapere cosa fare della mummia: Perón rispose che gli avrebbe fatto sapere qualcosa al più presto, ma dalle varie nazioni che l’ospitarono durante il suo esilio, giunse solo il silenzio. Il professor Ara rimase con il suo capolavoro. Nei primi tempi nessuno s’occupò più della faccenda, il presidente Eduardo Leonardi non era interessato alla cosa, ma gli avversari antiperonisti non avevano dimenticato: iniziarono col mettere in dubbio l’autenticità del corpo, che sembrava troppo perfetto per essere autentico, ma i risultati non fecero altro che dare nuovo lustro alla fama di Ara. La presenza di Evita, anche da morta, tornava ad essere preoccupante. Il generale Aramburu sostituì, un mese dopo, Leonardi alla presidenza dell’Argentina ed il cadavere scomodo era sempre al centro dell’attenzione, dei militari questa volta, che l’osservavano con un misto di timore e di curiosità, attentamente controllati dal professor Ara, che continuava sorvegliare gelosamente il “suo” lavoro. Il generale Aramburu decise che “… bisognava finirla, quella donna doveva sparire dalla scena politica…” affidò il corpo al colonnello Moori Koenig, con l’ordine di farlo sparire, non bruciarlo né profanarlo, per carità, in alcun modo, solo doveva essere dimenticato. Le operazioni si svolsero con la massima segretezza: la notte del 24 novembre, la salma fu trasportata su un camion militare, mentre Ara smaniava all’idea di separarsi dal “suo” cadavere! Qualcosa però non andò per il verso giusto: la mattina seguente, nel luogo dove era posteggiato il camion furono trovati fiori ed una candela accesa. La mummia fu trasportata in vari edifici militari per scoraggiare e confondere i peronisti in caccia della loro Evita, ma, ovunque la collocassero, sul luogo comparivano sempre i fiori e la candela: il colonnello Moori Koenig iniziava ad averne abbastanza, anche perché il suo sistema nervoso aveva subito notevoli scosse. Prima fece collocare la mummia accanto al suo ufficio, poi ebbe l’ordine di farla seppellire nel cimitero di Chacarita, ma non ubbidì: la tenne ancora presso di sé, poi cambiò idea e la fece seppellire, ma la rivolle di nuovo nella stanza di fianco alla sua. Confidò il suo segreto ad un amico, F. Manrique, che, visto l’evidente squilibrio mentale del colonnello, parlò con Aramburu. Il generale fece destituire Moori Koenig ed incaricò altri due militari di trasportare via l’ingombrante bara. Un prete italiano trasportò Evita in Europa, dopo due settimane ritornò con una busta, contenente le istruzioni per un eventuale ritrovamento: Aramburu non ne volle sapere nulla e consegnò la busta ad un notaio con l’ordine di consegnarla, un mese dopo la sua morte, al nuovo presidente dell’Argentina.
Tuttavia i Montoneros subirono la sparizione come un’ingiustizia da vendicare: ci avrebbero pensato loro a ritrovare la salma del loro idolo! E mantennero la promessa. La mattina del 29 maggio1970 rapirono Aramburu, l’unico a sapere dove fosse finita la salma, lo caricarono su un furgone e lo portarono in uno dei tanti ranch della sterminata pampa argentina. Molti furono i segreti politici rivelati dal presidente quella notte, ma tacque circa la sorte della Señora, disse solo che c’era di mezzo il Vaticano e che, probabilmente, dovevano cercare a Roma; non fu possibile fargli dire di più. I giovani peronisti, allora, lo condannarono a morte e lo giustiziarono, poi diramarono un comunicato che annunciava che le spoglie di Aramburu sarebbero state rese alla famiglia solo quando sarebbero ricomparse quelle d’Evita. Ma la polizia ritrovò il corpo dell’ex presidente ed il notaio eseguì il suo compito: consegnò la famosa busta al nuovo presidente, il generale Augustin Lanusse. Costui capì che la situazione andava risolta una volta per tutte e che, per risolverla, bisognava prima scendere a patti con Perón, che continuava a governare anche dall’esilio, poi andare a caccia di un cadavere che sembrava sparito nel nulla. Incaricò il colonnello Cabanillas di andare in Italia, a Milano, e ritrovare il misterioso prete italiano che, nel frattempo, era morto. Un anno dopo, nel novembre del 1971, nel cimitero di Milano fu disseppellito il corpo di una donna, vedova, italiana, emigrata in Argentina, morta e seppellita lì nel 1956: ancora una volta Evita aveva cambiato identità. Il corpo fu trasportato in Spagna, dal marito, ma Perón lo seppe solo all’ultimo momento e accolse la notizia con più sgomento che commozione. Fu la terza moglie Maria Estela Martinez, detta Isabelita, a convincerlo a far aprire la bara e far eseguire i restauri necessari, visto che il corpo aveva subito notevoli danni, causati dall’umidità dall’incuria e dai traumi dei vari spostamenti (ma su questo punto non fu ascoltata).
Nel 1973 Perón tornò in Argentina, ma il cadavere senza pace fu lasciato in Spagna, senza dir niente in proposito. Ma i Montoneros, probabilmente istigati da Isabelita che voleva servirsi dell’immagine di Eva per le sue ambizioni, tornarono alla carica e colpirono di nuovo Aramburu, o meglio il suo cadavere: rivolevano il loro biondo simbolo, lì, nella loro terra, in Argentina. Questa volta vinsero: il 17 novembre 1974 Evita Ibarguren Duarte de Perón tornò in patria dall’esilio spagnolo; Il marito non fece in tempo ad indispettirsi per questo riavvicinamento coatto: era morto poco tempo prima.
Dopo un necessario restauro, Evita fu esposta prima nella Residenza d’Olivos, poi, con l’avvento della dittatura del generale Videla, fu consegnata alle sorelle Blanca ed Erminda, che la fecero seppellire nella cripta Arrieta, cognome del marito dell’altra sorella, Elisa, nel cimitero della Recoleta, senza lo sfarzo tanto caro alla defunta, solo una lapide riporta il suo nome.

EVITA una semplice personalità complessa