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Anno 9
Numero 10
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Antonia Bonomi
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Personaggi della
Storia
del segno del
LEONE
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FRANCESCO
GIUSEPPE d’ASBURGO
Cecco Beppe, l’ultimo imperatore
Roberta
Gallina
Antonia Bonomi
Il
pomeriggio del 17 agosto 1830, nel castello di Schõnbrunn, l’intera corte
imperiale era in subbuglio: stava per venire alla luce il tanto atteso figlio
dell’arciduca Francesco Carlo e della
principessa Sofia di Baviera, il probabile erede al trono asburgico. I
cortigiani non scommettevano troppo sul nascituro, “ Forse erediterà
l’impero” pensavano i maligni “ ma anche la proverbiale bruttezza degli
Asburgo!” Infatti dal ramo paterno c’era ben poco da aspettarsi: il padre
era di bassa statura, con una grossa testa sproporzionata ed il noto “marchio
di fabbrica”, il labbro inferiore assai pronunciato e tendente verso il basso.
Eppure l’arciduca Francesco Carlo poteva considerarsi piacente, se paragonato
al fratello primogenito Ferdinando: questi, infatti, era il tipico risultato di
un matrimonio tra consanguinei, infelice nel fisico, minato nella salute, con un
testone tanto grosso quanto vuoto come una zucca, “ Non sembra altro che un
imbecille poveretto!” commentava lapidaria l'Imperatrice di Russia. L’unica
speranza era la principessa Sofia, venticinquenne, in ottima salute e di nota
bellezza. Tuttavia il lieto evento si fece attendere, l’unanime sospiro di
sollievo fu tirato solo l’indomani, il 18 agosto, quando alle ore 9.45 nacque
Francesco Giuseppe. Per ordine dell’Imperatore, nonno del piccino, ventun
colpi di cannone annunciarono al mondo che un nuovo Asburgo aveva appena visto
la luce. L’ambiziosa ed orgogliosa arciduchessa Sofia era fuori di sé dalla
felicità, già ormai si vedeva nei panni di Imperatrice Madre, quando le cadde
sulla testa una tegola inaspettata: i più
famosi medici di corte scoprirono che l’erede legittimo Francesco era
“solamente epilettico”, pertanto non ci sarebbero stati ostacoli al suo
matrimonio. La sposa prescelta fu la rassegnata Marianna di Savoia - Piemonte,
ma, per fortuna, dalla coppia non nacquero figli: la via dell’impero era
aperta al “piccolo Franzi”.
Già inserito nel futuro ruolo d’imperatore, Francesco Giuseppe ricevette, fin
da piccolissimo, un’educazione militare (che diverrà col passare degli anni
la sua preferita e per la quale era particolarmente versato), dopo le
esercitazioni venivano le ore di lezione: matematica, che detestava, storia,
astronomia, filosofia, musica, le varie lingue dei popoli che componevano il suo
futuro impero, il latino, il greco, la ginnastica il nuoto e la scherma. I suoi
orari erano rigidissimi: sveglia alle sei, a letto alle ventuno, gli unici libri
concessi erano i testi scolastici. Il maggiore Franz von Hauslab, istruttore
militare, sosteneva che “... Solo colui che ha lavorato personalmente non
chiede l’impossibile... è meglio che la scuola somigli, il più’ possibile,
alla vita...”Il futuro imperatore doveva, quindi, imparare ad obbedire, prima
che a comandare. Ma la cattolicissima Sofia dedicò altrettanta energia
all’educazione religiosa, perché la casa degli Asburgo “ ...Si fondava
sulla santa alleanza del trono e dell’altare e Franzi sarebbe diventato
imperatore per volere di Dio...”. All'età di 17 anni un altro compito si
aggiunse alla lista: ogni domenica Francesco Giuseppe doveva presentarsi al
principe di Metternich per ricevere “ordini importanti” come se fosse un
vero e proprio erede al trono. Ma non lo era
ancora, suo zio era vivo e vegeto. Tuttavia il Cancelliere, che poi era
lo stesso Metternich, aveva già in testa piani ben precisi: fra un anno, alla
maggiore età dell’Arciduca, avrebbe indotto all’abdicazione l’infelice
Ferdinando e, aggirando Francesco Carlo, avrebbe posto sul trono il suo pupillo,
rimanendo attivo all’ombra del trono, come una vera e propria eminenza grigia.
Del resto Francesco Giuseppe ammirava moltissimo il Metternich, sia perché non
metteva in dubbio l’opinione di un simile méntore, sia perché non era a
conoscenza delle reali condizioni della politica austriaca.
Il grosso problema degli Asburgo era rappresentato dal fatto che il principio di
costituzionalità era strettamente legato a quello di nazionalità; nell'Impero
austriaco, composto da molte nazioni, non esisteva uguaglianza giuridica, né
libertà individuale, ma un uguale trattamento delle diverse nazioni per quanto
riguardava la lingua, la cultura e la scuola. I vari Stati sottomessi all'aquila
bicipite mal sopportavano tutto questo ed iniziavano a rivendicare la propria
identità. In tal senso la spina nel fianco era rappresentata dal popolo
italiano, soprattutto da quando erano stati pubblicati degli scritti, giudicati
"tendenziosi", di due patrioti italiani che erano stati, per lunghi
anni, rinchiusi nel carcere dello Spielberg. Le "Memorie" del conte
Federigo Confalonieri, "Le mie prigioni" di Silvio Pellico erano letti
con simpatia e sembravano riscuotere grande successo nel clima romantico
dell'epoca. Per rincarare la dose anche l'Ungheria era un continuo fermento.
L'occasione favorevole per realizzare i sogni di Metternich si presentò durante
la crisi di stato nel marzo 1848, dopo la rivoluzione liberale, quando il
principe boemo Felix von Schwarzenberg impose l'abdicazione di Ferdinando I e la
rinuncia di Francesco Carlo a favore di Francesco Giuseppe, che fu proclamato
imperatore il 2 dicembre. Si concludeva così un terribile anno di contrasti,
rivoluzioni e guerre: nel mese di maggio il neo imperatore in persona era
intervenuto nell'esercito del generale Radetzky (Trebnice, Boemia, 1766 - Milano
1858), contro i Piemontesi a S. Lucia, i vari Stati erano in agitazione e
l'Ungheria di Kossuth in piena rivoluzione. L'ascesa al potere del giovane
imperatore, la politica vigorosa del ministro Schwarzenberg e il genio militare
di Radetzky dettero ben presto i loro frutti: le turbolenze italiane furono
sedate, momentaneamente, con la vittoria di Novara; l'esercito austriaco, con
l'aiuto delle truppe russe inviate dallo zar Nicola I, riuscì a stabilire una
tragica tranquillità in Ungheria nel 1849. Dopo morte, nel 1852, del ministro
Schwarzenberg, Francesco Giuseppe seguì le direttive consigliate da
Buol, ministro degli Esteri, che diresse la politica austriaca nel
conflitto di Crimea.
Nel frattempo l'imperatrice madre Sofia, pur nell'ombra, non era rimasta
inoperosa: seguendo passo dopo passo l'ascesa e l'affermazione del figlio, era
diventata la sua più fedele ed ascoltata consigliera. Ora un nuovo problema
occupava la mente di Sofia: cercare una moglie per il figlio, una donna che
assicurasse la continuità alla dinastia asburgica. In un primo tempo la scelta
cadde su Sidonia di Sassonia, ma a "Franzi" la giovane non piaceva, si
era invaghito, infatti, della principessa Anna, nipote del Kaiser Federico
Guglielmo IV di Prussia. Ma la ragazza, oltre ad essere già quasi fidanzata con
il principe d'Assia, era protestante e per nulla disposta a cambiare religione.
Ormai Sofia cominciava a disperare e, come ultimo rimedio, la sua scelta cadde
sulla nipote Elena, figlia di sua sorella Ludovica regina di Baviera.
Quest'ultima, lusingatissima, si affrettò a raggiungere la sorella ed il nipote
imperatore ad Ischl (Baviera), recando con sé la prescelta Elena e la figlia
quindicenne Elisabetta, detta Sissi, ignara del pandemonio che quest'ultima
avrebbe scatenato, negli anni futuri, nella corte imperiale. L'incontro avvenne
il 16 agosto 1853, ma, con grande disperazione di Sofia, Francesco Giuseppe
s'innamorò perdutamente non della tranquilla Elena, ma della vivacissima e
stravagante Elisabetta.
L'imperatrice madre era alle strette: avrebbe potuto opporsi all'innamoramento
di un principe ereditario, ma non al volere dell'imperatore, né tantomeno
poteva rischiare di offendere la sorella con un brusco allontanamento. Quindi,
rassegnata, chiese a Ludovica la mano di Elisabetta in nome di suo figlio e cercò
di ricavare il miglior partito dalla situazione. Era indispensabile istruire la
futura imperatrice sugli obblighi che il suo rango le avrebbe imposto, la
giovane doveva essere svezzata e plasmata secondo le esigenze di corte e secondo
le opinioni, del tutto personali, dell'imperatrice madre. Tanto per dare un
esempio per il suo compleanno, che cadeva il 24 dicembre, Sissi ricevette in
regalo un rosario da Sofia, un pappagallo dal fidanzato e, su suggerimento della
futura suocera, anche il "consiglio" di non dare più del
"tu" all'arciduchessa, sua zia: era una delle tante, ferree regole
dell'etichetta di corte. Le nozze furono celebrate a Vienna nella chiesa di S.
Agostino il 24 aprile 1854, l'arcivescovo von Rauscher officiò il rito, impartì
agli sposi gli ammonimenti ed i consigli concordati prima con l'imperatrice
madre, talmente tediosi e tirati per le lunghe, che i viennesi lo
soprannominarono "Cardinal Chiacchierone". Al termine dei
festeggiamenti Francesco Giuseppe aveva un viso felice, ma Elisabetta stava per
cedere ad un collasso nervoso per la stanchezza. Incominciavano a comparire le
prime crepe del matrimonio imperiale. Solo tre settimane dopo le nozze Sissi non
ne poteva più, invece di imperatrice si sentiva come uno dei suoi pappagalli,
prigioniera in una gabbia dorata, al guinzaglio della suocera che era diventata
la sua ombra, sempre pronta a riprenderla, a correggerla e a soffocarla.
Scriveva poesie struggenti, odiava il complicatissimo cerimoniale spagnolo, i
continui obblighi mondani; riprese ad andare a cavallo, scatenandosi in galoppi
sfrenati, sebbene tutto ciò fosse "molto sconveniente". Le cose si
complicarono con la prima gravidanza di Sissi: con la madre sul pulpito e sua
moglie che scalpitava, l'imperatore stava nello scomodo ruolo di chi è tra
l'incudine ed il martello.
Anche la politica estera non lasciava presagire niente di buono: il 18 gennaio
1858, a Milano, era morto il Feldmaresciallo Radetzky, l'anno dopo i rapporti
con la Francia erano andati degenerando, quando Napoleone III aveva offerto a
Francesco Giuseppe di annettere all'impero austriaco la Bosnia - Erzegovina, in
cambio del Regno Lombardo - Veneto. Avendo ottenuto un fermo rifiuto, nel 1859
la Francia si alleò con il Piemonte e si arrivò alla dichiarazione di guerra,
che si concluse con la perdita, per l'Austria, della Lombardia: in Italia
l'astro degli Asburgo iniziava il declino. Anche il matrimonio imperiale stava
andando alla deriva, nel 1860, in seguito ad un attacco di depressione ed un
semplice mal di gola, Elisabetta partì per Madera, da dove tornò sei mesi dopo
(1861).
Ma i problemi non si erano affatto risolti con la lontananza: si ripresentarono,
puntuali ed ancora più esacerbati, tanto che l'imperatrice partì di nuovo, per
Corfù, in seguito ad "una brutta bronchite", ma le notizie dei
dissapori imperiali avevano oltrepassato i muri del palazzo,
i viennesi incominciavano a spettegolare.
La sconfitta subìta in Italia fece riflettere Francesco Giuseppe sulle
ripercussioni interne che lo convinsero a riorganizzare il governo su basi più
liberali. Definiva se stesso come il "primo impiegato a servizio del
Regno" ed organizzava le sue giornate con cura militaresca: si alzava alle
cinque di mattina, recitava le preghiere, faceva colazione con caffè e cornetti
e, dopo essersi seduto alla sua scrivania, lavorava fino all'ora di pranzo, che
consumava davanti alle sue carte, poi tornava al lavoro. Alle ore diciassette
cenava con tutta la famiglia e alle ventuno era già nel suo letto, una semplice
branda da campo, di ferro.
Nel 1864 la questione dei ducati di Schleswig - Holstein permise a Bismack di
allontanare l'Impero austriaco dagli affari interni tedeschi; il cancelliere
tedesco s'era alleato con l'Italia e la guerra del 1866 si risolse con
un'umiliante sconfitta per l'Austria che, da allora, perse la funzione egemonica
nell'Europa centrale. Ormai l'impero era diviso in due stati distinti: l'Austria
e l'Ungheria con governo autonomo. Da allora la politica estera di Francesco
Giuseppe mirò ad allinearsi sempre di più alla Prussia fino alla sconfitta
finale del 1918.
Anche nella vita familiare le amarezze continuavano a susseguirsi: il 19 giugno
1867 il fratello dell'imperatore, l'arciduca Massimiliano, venne fucilato in
Messico dalle truppe di Benito Juarez, il 28 maggio 1872 l'arciduchessa Sofia
moriva a causa di una polmonite. Altra fonte di preoccupazioni era l'erede al
trono, l'arciduca Rodolfo. Costui, fragile di salute e di nervi, sembrava aver
ereditato i lati peggiori dei genitori: la proverbiale bruttezza degli Asburgo
ed il carattere stravagante ed ipersensibile della madre. Rimase sempre un
immaturo, neanche il matrimonio con la principessa Stefania del Belgio gli fece
mettere la testa a posto, subito dopo le nozze riprese le sue abitudini di
scapolo: donne, alcol e morfina. Il 30 gennaio 1889 si suicidò nel castello di
Mayerling, coinvolto in un oscuro intrigo amoroso con una giovane donna
dell'alta borghesia: Maria Vetsera. L'imperatrice s'era ormai allontanata da suo
marito, lo vedeva solo occasionalmente, poiché trascorreva la sua vita
viaggiando per l'Europa, spendendo somme pazzesche ed ossessionata da forme
maniacali di sport, bellezza e cultura. Morì il 10 settembre a
Ginevra uccisa da un anarchico fanatico italiano, tale Luccheni. Unica compagna
della vecchiaia dell'imperatore fu l'attrice Katharina Schratt, fedele amica da
prima della morte dell'imperatrice, anzi, fu Elisabetta stessa a favorire
quest'amicizia, affinché " gli facesse un po’ di compagnia e avesse cura
di lui quando era solo" cioè sempre. Probabilmente fu un'amicizia
spirituale, perché i rigidi principi e la morale patriarcale dell'imperatore
non gli avrebbero permesso di fare altrimenti. Morto il principe Rodolfo, la
successione spettava, in linea diretta, a Francesco Ferdinando, figlio del
fratello dell'imperatore, che aveva contratto un matrimonio morganatico con
Maria Chotek, cosa disapprovata da Francesco Giuseppe, che il 28 giugno 1914
ricevette un altro duro colpo: durante una visita a Sarajevo, dove fu accolto
assai freddamente dalla popolazione, l'erede al trono fu assassinato con la
moglie da alcuni sicari del partito serbo. Pochi mesi più tardi scoppiava la I
Guerra Mondiale. Stanco, solo, conscio della fine imminente, ma ancora
battagliero l'imperatore seguiva personalmente i fatti, non sul fronte dove era
andato l'erede Carlo Francesco, ma dal suo tavolo da lavoro e attraverso i suoi
ministri. Il 20 novembre 1916 disse alla figlia Maria Valeria di sentirsi
"poco bene" cosa che stupì ed allarmò l'intera corte, visto che non
si era mai lamentato della sua salute, aveva pochi gradi di febbre causatagli da
un'infiammazione bronchiale, ma, caparbio, continuò a lavorare al suo
scrittoio. Il giorno dopo la febbre era aumentata e, con la scusa d'impartirgli
una speciale benedizione del Papa, il cappellano lo confessò e gli somministrò
l'Eucaristia, che Francesco Giuseppe ricevette alla scrivania, in mezzo alle
scartoffie. La sera, verso le sette il medico lo fece coricare a letto, il
vecchio non protestò, ma pregò gli astanti di svegliarlo alle tre e mezza,
poiché doveva terminare un lavoro lasciato a metà. S'assopì e alle ventuno e
cinque minuti morì nel sonno, dolcemente "come una lampada che abbia
consumato tutto l'olio", ad ottantasei anni, dopo sessantotto anni di
regno. Appena il nuovo imperatore Carlo I uscì dalla camera imperiale,
s'accorse della presenza di Katharina, le offrì il braccio e la condusse dal
defunto amico, sul petto del quale la donna pose due rose bianche.
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