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Anno 9
Numero 10
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Personaggi
della
Storia
del segno del
SAGITTARIO
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GEORGE
ARMSTRONG CUSTER eroe suo malgrado
Antonia Bonomi
Il
Settimo Cavalleria è tra i luoghi comuni più citati quando si
tratta di dare una definizione rapida di
coraggio e di sacrificio spinto fino alle estreme conseguenze e George Armstrong
Custer è considerato una leggenda per antonomasia. Ma questa non è che la
favola tramandataci dai film western dei tempi andati, quando il bianco era per
forza l'eroe bello e romantico (e se era cattivo era grasso, peloso, sporco e
fin dalle prime battute ti facevano sapere che era un mezzo sangue), mentre i
pellerossa erano a dir poco orrendi dimenticando che il bianco era l'invasore e
il pellerossa combatteva sulla sua terra e per la sua terra, per vivere secondo
le proprie tradizioni, la propria cultura.
Bando
ai comizi e vediamo la storia del biondo eroe leggendario.
Custer nasce nell’Ohio, a New Rumley, da un agiato agricoltore che è anche
graduato nella Milizia cittadina, corpo volontario con mansioni di vigilanza e
di tutela dell’ordine.
Entra giovanissimo all’accademia di West Point dove è l’ultimo come
rendimento scolastico e il più bravo in ginnastica. Nel 1861, a guerra di
secessione da poco iniziata, eccolo sottotenente di cavalleria dell’armata del
Potomac. È nella battaglia di Bull Run, quando riesce a salvare l’artiglieria
e gli danno una menzione d’onore, che inizia a farsi notare. Da quel momento
fino alla resa del generale Lee è un crescendo: pochi mesi dopo Bull Run è
promosso capitano, il 29 giugno del 1863 diventa Brigadiere Generale. Ha ventitré
anni e sette mesi, è il più giovane generale dell’esercito degli Stati
Uniti. Ha il comando della Brigata Michigan che, dicono le cronache, è quella
con il maggior numero di morti, 525, di tutta la guerra di secessione. Lui,
invece, pur lanciandosi nella mischia come un forsennato e contagiando gli
uomini con il suo entusiasmo, se la cava con undici
cavalli uccisi sotto di lui e una sola ferita leggera. Nella battaglia di
Gettysburg, una pietra miliare del conflitto, è decorato sul campo per il
valore della sua condotta e così a Yellow Tavern, mentre nel 1864 gli è
affidato il comando di una divisione, dai giornali è osannato, lo chiamano
“il Ragazzo Generale che non ha mai perduto un fucile o una bandiera”, nasce
il detto Custer’s Luck, la fortuna di Custer, l’essere invulnerabile. Ma la
buona stampa di cui gode non è condivisa dai camerati, che lo consideravano
quanto meno strano e la fortuna di cui gode del tutto immeritata. Intanto,
irridono alle sue pose paragonandolo ad un cavallerizzo da circo a cui abbia
dato di volta il cervello, al suo modo di vestire eccentrico che un ufficiale
così descrive: “Porta una giacchetta da ussaro e attillati calzoni di velluto
nero sbiadito, adorni di pizzo dorato che ha perso il lustro. I capelli sono una
massa di riccioli corti, secchi, chiari. Ha gli occhi azzurri allegri e uno
stile alla o la va o la spacca”. Non si tratta di una critica gratuita e
invidiosa, poiché il gusto per l’abbigliamento stravagante, pacchiano, gli
era costato più di una punizione all’accademia militare. Il suo sogno è di
avvicinarsi al suo idolo Gioacchino Murat, cui rassomiglia anche nella
complessione fisica: alto più di un metro e ottanta e robusto.
In piena guerra di secessione ha sposato Elizabeth Bacon, di ottima famiglia e
rigida educazione, a lei dedica tutto il tempo libero tra una battaglia e
l’altra scrivendole appassionate lettere… lunghe anche ottanta pagine.
È a lui che i sudisti si presentano con la bandiera bianca subito prima della
resa di Lee a Appomatox. Il generale Sheridan parla di lui con accenti
entusiastici, eccolo nominato Maggior Generale.
Ma
la guerra si conclude e, come consuetudine, i gradi conferiti in stato di
belligeranza per espandere i quadri, subiscono un ridimensionamento e torna ad
essere tenente colonnello, cosa che gli procura un immenso dispiacere.
Lo ritroviamo alla ribalta delle cronache nel 1868, quando conduce il Settimo
cavalleria contro il villaggio del capo Caldaia Nera, uccidendo tutti a tempo di
musica: la banda del reggimento suona il popolare motivo irlandese Garry Owen.
L’azione, di per sé tutt’altro che onorevole poiché Caldaia Nera in quel
momento non solo non è sul sentiero di guerra ma ha accettato di ritirarsi
entro i limiti assegnati alla sua tribù, dal grande pubblico è salutata come
un’impresa gloriosa.
E nella sua nuova veste di soldato che combatte contro gli indiani ha cambiato
abbigliamento: porta calzoni di pelle con lunghe frange laterali, stivali di
cuoio rossi e un grosso sombrero dal quale sfuggono i lunghi capelli biondi, non
ammessi dal regolamento, ma che vogliono essere una sfida ai cacciatori di
scalpi. Da qui il soprannome di Capelli Lunghi o Capelli Gialli appioppatogli
dagli indiani.
In seguito alla sua perlustrazione nelle Colline Nere nel Dakota, si ha la
conferma dell’esistenza dell’oro nel territorio e questo provoca una nuova
ondata di bianchi di tutte le risme nella zona, gli indiani danno segni di
agitazione. Il Sottosegretario per gli Affari Indiani tenta di calmare i Siuox,
non ci riesce, la questione passa al Ministero degli Interni e poi a quello
della Guerra. Gli studi più recenti hanno appurato che le autorità militari
dell’epoca presero sotto gamba la questione indiana. Pensavano che sarebbe
bastato mostrare i muscoli per vederli scappare, ma non sapevano che i Sioux
erano sul sentiero di guerra, che si erano
alleati momentaneamente ai Cheyennes radunando quella che può essere
considerata la più grande armata pellerossa di tutti i tempi.
Il 25 giugno 1876 Il Settimo
Cavalleria avanza in perlustrazione lungo il corso del fiume Rosebud. Il gruppo di Custer fa parte di un
contingente comandato dal generale Terry, e
deve solo scoprire e seguire eventuali tracce dei pellirosse non oltre il
Little Big Horn, evitando il contatto con il nemico. Un eventuale attacco
sarebbe stato sferrato al ricongiungimento delle truppe. Del gruppo fanno parte
anche Tom e Boston, fratelli di Custer, il nipote Henry e il cognato James. Ma
Custer non segue gli ordini, vuole rinverdire la sua fama e deve farsi perdonare
di avere attaccato il Presidente Grant in un processo per tangenti intascate dal
segretario alla guerra. È talmente sicuro della vittoria che ha portato con sé,
malgrado precisi ordini contrari, il giornalista Mark Kellog del New York Herald
raccomandandogli di non staccarsi dalla coda del suo cavallo e promettendo di
mostrargli “come si combatte nel West, ne caverete un ottimo articolo”. Non
appena sono individuate tracce fresche degli indiani divide la sua colonna in
tre bracci, avanza ulteriormente e comanda l'attacco malgrado le guide lo
avvertano che il numero dei nemici è esorbitante, che sono più delle
pallottole in loro possesso. Guida la carica e fa sterminare tutti i suoi
uomini, se stesso e il giornalista. Di vivo resterà solo un cavallo, ferito ma
vivo. Per miracolo si salva il trombettiere John Martin, spedito a chiedere
rinforzi, soprattutto munizioni.
Ad ucciderlo al termine di una furibonda lotta corpo a corpo
è Toro Bianco, nipote di Toro Seduto, che non sa neppure si tratti di
lui. Glielo dirà il giorno seguente un suo parente, avvezzo a bazzicare Forte
Lincoln, additando il cadavere: “Ecco Capelli Lunghi, si credeva il più
grande uomo del mondo, adesso è disteso lì”.
CURIOSITA': che Custer non fosse ben visto dai compagni d'armi, che lo
ritenevano solo uno spregiudicato incosciente, abile nel farsi pubblicità e
nell'accaparrarsi appoggi validi, viene confermato dalla battuta che gli disse
un collega mentre il nostro colonnello la mattina del 22 giugno lasciava il
campo base per avviarsi in perlustrazione: «Non essere ingordo, di indiani ce
n'è per tutti. Aspettaci». Secondo altri che l'avevano conosciuto, quella
del Little Big Horn fu la sua "ultima bravata".
Il
presidente Grant commentò l'accaduto definendolo un "inutile
macello".
Nel libro Indian
Fighting Army l'autore
riporta un curioso aneddoto. Quando Custer lasciò Forte Abramo Lincoln con i
suoi uomini partendo per la fatale avventura, era la metà di maggio. Le
persone radunate per salutare quelli che partivano ebbero una curiosa visione
collettiva: quasi la metà del reggimento sembrò cavalcare nel cielo per poi
svanire
in dissolvenza. Premonizione?Luck,
avere
la fortuna di Custer. Si, un cattivo Saturno e un brutto Plutone, negativi con
il Sole e la Luna natali, sono indici di un momento di. difficoltà,
Marte opposto a Marte denota anche qualche rischio fisico, ma qui a condurre il
gioco è quel Mercurio negativo con i due Luminari. E stato il suo modo di
essere a guidarlo verso la morte.
Toro Seduto disse: «Custer si è buttato contro la morte come uno
sciocco, era come
cieco, non voleva vedere». È il migliore commento dal vivo all'esame
astrologico postumo che indica una cosa con estrema chiarezza: anche se Custer
avesse letto l'oroscopo, che ovviamente gli avrebbe suggerito di frenare le
ambizioni, non si sarebbe fermato. Si sarebbe limitato a mandare all'inferno
il povero redattore lanciandosi nella battaglia per placare la sete di gloria.
Non dimentichiamo che era Sagittario e perciò confidava in sé ritenendosi
invincibile, che si riteneva protetto da uno speciale padreterno, da uno
stellone personale.
JOHN MARTIN,
il Giovanni Crisostomo Martino trombettiere italiano
che salvò la pelle a Little Big Horn
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