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Anno 9
Numero 10
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Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
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LALLA
ROMANO regina della Letteratura Italiana
Maria
Bice BARBORINI
Lalla
ROMANO, il cui vero nome era Graziella, piemontese di origine, regina delle
lettere che andò all'Università con Cesare Pavese, si è spenta dopo una lunga malattia il 26 giugno 2001 a
Milano, nella sua casa di Brera.
Figlia di Giuseppina Peano e di Roberto Romano, geometra ed impiegato del Comune
di Demonte, dove era nata, dopo il liceo classico, nel 1925, si iscrisse alla
facoltà di lettere
dell'Università di Torino, dove si è laureata in filologia romanza,
frequentando negli stessi anni lo studio del pittore Giovanni Guarlotti. Lalla,
grazie ai frequenti viaggi a Parigi, aveva
conosciuto Casorati e ad intrattenere rapporti con il mondo artistico
internazionale.
Lalla ROMANO, quindi, è nata come pittrice, frequentando per anni gli studi dei
pittori Guarlotti prima, di Casorati poi. Durante la guerra, dopo essersi
sposata con Innocenzo Monti nel 1932, sfollava con il figlio Pietro a Cuneo,
dove aderiva al Partito d'Azione. Intanto
Pavese le commissionava la traduzione dei "Tre racconti" di Flaubert.
Dopo avere allestito la sua mostra di pittura a Cuneo, nell'immediato dopoguerra
Lalla Romano lasciava definitivamente la vita artistica di pittrice per
dedicarsi totalmente alla scrittura, trasferendosi a Milano, nella zona di Brera;
subito si rivelava una grande narratrice, evocando fatti di rilevanza storica in
rapporto al suo vissuto, a partire dalla sua infanzia, sino alla sua esperienza
di madre, come nelle seguenti opere: "Le metamorfosi", "La
penombra che abbiamo intorno" e "Le parole tra noi leggere"
(forse l'opera più significativa di tutta la sua produzione).
Nelle sue opere sintatticamente semplici, il lettore non poteva cercare un
racconto ed un discorso che giunga ad una conclusione, in quanto spesso il
dialogo si interrompeva, apparentemente in modo inaspettato e drastico; la
sensibilità e conoscenza del mondo interiore dell'uomo da parte di Lalla
Romano, però, lo coinvolgevano sino a renderlo complice della narrazione e
finanche interprete della storia.
Quei silenzi e quelle pause venivano inseriti "ad arte" dalla
narratrice che ha voluto non essere lei portatrice di verità, bensì che siano
i suoi lettori ad interpretarla ed a scoprirla autonomamente nella loro memoria;
le sue storie hanno sempre un principio e solo raramente una conclusione, che
viene solo accennata dalla Romano, per mettere sulla strada della verità.
Lo stile della scrittrice si presentava sempre impalpabile e allo stesso tempo
reale ed aderente alla realtà, concretizzandosi nella fisicità delle cose
viste sia come pittore sia come fotografo che ha partecipato e vissuto quanto
narrato; quelle verità e falsità che per Lalla Romano erano l'unico metro,
forse, di cose ed uomini.
Sulla bontà di un libro la stessa Romano diceva: "Un libro è buono se è
vero, non nel senso che vi si raccontino fatti realmente accaduti
ma, piuttosto, se è sincero, autentico, necessario a chi scrive, non
costruito, sofisticato, finto come, purtroppo, sono molti"; e,
coerentemente, pensava che allo scrittore non possa giovare basare il suo
successo esclusivamente sulla tiratura di copie vendute di un libro.
Anche se la Romano ha sempre ricusato il termine "regina", in
quanto associato a tutte quelle donne che solo rappresentano se stesse, tuttavia
non si può negare che lei sia stata la "regina" delle lettere; non
solo per i suoi modi e la sua bellezza, bensì soprattutto per la solennità con
cui si è sempre intrattenuta con le persone; dalla sua nascita sino al momento
della sua vecchiaia.
Lalla Romano ha sempre lavorato anche negli ultimi mesi, quando ha dovuto
affrontare la dura lotta contro la malattia e la cecità; continuando a lavorare
e a riflettere sul presente e sul passato, senza arrendersi in anticipo, ma
mostrando una vitalità che l'ha portata ad intitolare la principale delle sue
raccolte di poesie: "Giovane è il tempo".
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