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Anno
8
Numero
25

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

Salute e benessere

 

CYBORG alla ricerca di un uomo migliore  

Flavia Conidi

Quando, verso la metà del ventesimo secolo, la parola “cyborg”, ossia l’unione dell’uomo con la macchina, è apparsa per la prima volta, serviva solo per indicare strampalate avventure fantascientifiche.
Oggi, invece, alcuni ricercatori sono convinti che, entro l’arco di 50 anni, i cyborg saranno una realtà o che, comunque, noi avremo talmente tante parti del corpo artificiali da essere virtualmente indistinguibili da essi.
Il MIT (Massachusetts Institute of Technology) è uno dei più importanti centri di ricerca sull’applicazione dei software agli esseri umani. Neil Gershenfeld, che qui dirige il Physics and Media Group ed è condirettore del consorzio di ricerca Things That Think, mette in evidenza il fatto che i computer indossabili sono una rivoluzione già in atto, dovuta a tre forze guida: il desiderio delle persone di aumentare le proprie facoltà, una crescente capacità tecnologica di incapsulare i computer negli abiti e la richiesta industriale di spostare l’informazione dai computer alle persone.
Tale evoluzione dovrebbe cambiare non soltanto l’approccio al lavoro, ma anche la nostra vita di tutti i giorni.
Particolarmente importante è la tecnologia del PAN (Personal Area Network), una sorta di sistema radio personale, che conserva e trasmette i dati individuali. Il PAN permette, ad esempio, a due persone che lo utilizzano di scambiarsi un biglietto elettronico semplicemente stringendosi la mano, oppure il contenuto di un pacchetto potrà essere letto automaticamente mentre viene toccato, o ancora il solo gesto di sollevare il ricevitore di un telefono in un aeroporto farà scaricare i messaggi del giorno. Grazie al PAN, poi, le nostre scarpe si trasformeranno in una perfetta piattaforma che ospita computer. Le indossiamo sempre, hanno molto spazio libero all’interno e camminando vengono prodotti watt di potenza, che potrebbero essere immagazzinati grazie a speciali materiali ed essere utilizzati come fonti di energia.
Continuando su questa strada, molti dei nostri accessori diventeranno computer: gli occhiali fungeranno da schermi per gli occhi, gli orecchini sussurreranno qualche messaggio alle orecchie, le spille rileveranno i battiti cardiaci di chi le porta.
I computer indossabili, amplificando le nostre capacità, permetteranno, così, ad esempio, alle persone di vedere molti posti contemporaneamente o di comunicare, in tempo reale e come se fosse dal vivo, con amici che abitano dall’altra parte del mondo.
Se ciò è indubbiamente un vantaggio per quanto riguarda la sicurezza - basta pensare al controllo da parte della polizia - ed alla comunicazione mondiale, si pongono, però, alcuni interrogativi circa l’equilibrio tra apertura e privacy, e circa la perdita del senso di appartenenza ad una comunità.
Il mondo scientifico, sempre più proiettato verso un futuro costellato da cyborg, non si limita allo studio di computer indossabili, ma sta puntando anche ad introdurli nel nostro corpo.
Kevin Warwick, professore del Dipartimento di Cibernetica all’università di Reading in Inghilterra, nel 1998 ha immesso nel suo braccio sinistro un chip di silicone che comunicava col computer della sua università. Ogni volta che entrava nel dipartimento il computer lo riconosceva, lo salutava col suo nome, gli apriva la porta del laboratorio, ed accendeva per lui la luce. L’esperimento, durato nove giorni, aveva un solo rischio: che il tubo, contenente il chip, esplodesse. La prossima prova di Warwick, che si svolgerà probabilmente in primavera, riguarda la comunicazione del sistema nervoso con il computer attraverso un minuscolo impianto che, però, deve ancora essere ultimato. “Il potenziale degli esseri umani, se teniamo conto della nostra attuale situazione fisica, è piuttosto limitato”, ha dichiarato Warwick “l’opportunità, per me, di diventare un cyborg è estremamente affascinate, non vedo l’ora”.
Peter Cochrane, responsabile delle tecnologie della British Telecom, prevede un futuro nel quale gli impianti di chip nel corpo sono routine quotidiana e “tanto desiderabili quanto i telefoni cellulari”.
Rodney Brooks, direttore dell’Artificial Intelligence Laboratory al MIT, si spinge ancora oltre sostenendo che col tempo “noi diventeremo le nostre macchine”.
Di fronte a quest’eventualità d’essere tutti dei cyborg, in un futuro quanto mai prossimo, si prospetta la preoccupante eventualità che tecnologie, nate con buone intenzioni, possano dar vita a pessimi risultati, che noi non siamo in grado di controllare.
Bill Joy, scienziato alla Sun Microsystems, sostiene che, a differenza delle armi nucleari basate sulla scarsità e sull’alto costo dei materiali, le nuove tecnologie sono a disposizione di tutti e, quindi, possono produrre incidenti ed abusi alla portata anche dei singoli individui o di piccoli gruppi. Questa situazione, inoltre, può essere ulteriormente amplificata dal potere di auto – riproduzione delle macchine: i robot intelligenti potrebbero, infatti, fare copie di se stessi ed, eventualmente, prendere il posto degli esseri umani.
Pur non dovendo arrivare a queste catastrofiche ipotesi, rimangono, comunque, in sospeso alcune domande fondamentali per quanto riguarda il concetto stesso di umanità: se la tecnologia riempie il nostro corpo di parti sintetiche, a che punto cessiamo d’essere completamente umani? Quale parte di noi rimane, sempre e comunque, umana, al punto tale che se la sostituissimo con un apparecchio elettronico diventeremmo un essere diverso? Forse il cervello? Oppure, il cervello è un semplice tramite, ed il nostro vero essere, che racchiude i pensieri e le emozioni, risiede in qualche posto indefinibile?
Di fronte a questi quesiti, che fanno convergere la tecnologia, la politica e l’etica, sono possibili due diverse posizioni. La prima che, in nome della supremazia della conoscenza, accoglie ogni eventualità senza porsi problemi sugli eventuali rischi. La seconda, invece, pone dei limiti, di diversa entità, perché non vuole soccombere alla tecnologia.

La scelta sta ad ognuno di noi. In fondo è proprio questo che significa essere umano.

Continua