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Anno
8
Numero
25

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 


Salute e benessere

 

LA DEPRESSIONE: ciò che è nel piccolo così è nel grande

Enrico Maglione

Oggetto di studi e approfondimenti, la depressione, o come si preferisce chiamarla oggi, il disturbo depressivo, fa parte della più generale area dei cosiddetti disturbi dell’umore, a cui si accompagna perdita di interesse o di piacere per quasi tutte le attività. Partendo da questa, dopo un brevissimo panorama storico su autori e teorie psicodinamiche, tenterò di dischiudere l’"ossimoro psicologico", che unisce dinamiche individuali e sociali, in riferimento ai fatti drammatici accaduti nelle scuole americane.

Cenni storici

Il primo ad interessarsene fu "le grand père" Freud, che in uno dei suoi più famosi scritti "Lutto e malinconia", differenziava il dolore del lutto, dovuta alla perdita "concreta" di una persona, da quello malinconico, dove la perdita era emozionale più che reale, era cioè il sentimento di fondo di aver perso qualcosa o qualcuno indefenibile ma vitale; a ciò, aggiungeva Freud, si accompagnava sempre una profonda diminuzione della stima di sé. La Klein, in relazione a quest’ultimo punto, metteva in luce il fondamentale ruolo dell’aggressività che la persona indirizza a sé stessa ( da cui scaturisce di conseguenza la svalutazione di sé). Tra gli autori contemporanei più interessanti, mi piace ricordare l’eminente psichiatra Silvano Arieti, che mette in luce una sorta di piano esistenziale preesistente della personalità "potenzialmente" depressa, che relega l’individuo a vivere "di luce riflessa", dipendendo quindi da un altro dominante che può essere incarnato dal coniuge, da un’organizzazione, da una ideologia; a ciò la persona depressa aggiunge due pensieri antitetici: coscienza del proprio stile di vita, percezione di sé come incapace di apportare un cambiamento. Nel tentativo di uscire dalle acque stagnanti di questi sentimenti è facile cadere nella posizione opposta, quella maniacale ( non a caso oggi si sostituisce il termine maniaco-depressivo con disturbo bipolare della personalità), che mette "il turbo" a pensieri, parole, opere, ma che produce il più delle volte solo (ulteriori) omissioni.

Depressione individuale-sociale

La bassa stima di sé, il delegare la propria identità ad un "altro dominante", la difficoltà a gestire la propria rabbia, sembrano, a mio avviso gli stessi meccanismi in opera nei fatti di sangue accaduti recentemente nelle scuole americane. La società americana, così massificata e massificante, in cui l’individuo e l’individualità sono letteralmente schiacciati (bassa stima di sé); in cui è la televisione e non più la famiglia delegata a fornire figure di riferimento (altro dominante); in cui l’enorme dose di aggressività che scaturisce dallo stile altamente competitivo che la contraddistingue, trova, nel desiderio di imitazione di modelli arcaici di giustizia che trascenda il valore della vita del singolo per raggiungere un ideale di perfezione, un potente detonatore che innesca reazioni distruttive, come abbiamo già visto, e come purtroppo, non per fare Cassandra, vedremo. Al contrario fortunatamente, la terapia sia farmacologica che psicodinamica a disposizione oggi, dà ottime possibiltà di poter riattivare il ciclo evolutivo della persona, sempre che si accetti e non si fugga dalla propria condizione . . .magari accendendo la televisione.

(1parte-continua)