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Anno
8
Numero
25

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 


Salute e benessere


PSICOTERAPIA per pazienti affetti da sindrome depressiva (2 parte)

Enrico Maglione

Lavorare in terapia o nel counselling, con un paziente che manifesti una sindrome depressiva (conclamata o meno), non è semplice: può capitare facilmente infatti, di contrastare i suoi "cahiers de doleances", con incoraggiamenti, rassicurazioni. Involontariamente si rischia di insistere sugli aspetti positivi svalutando i suoi dubbi, o peggio, di fornire immediatamente intepretazioni premature: "…lei non è depresso, è arrabbiato…". Questa sorta di "terapia della pacca sulla spalla" dilata le distanze: nulla di più sbagliato. Infatti è sempre da tenere presente l’interessante e profonda interpretazione fenomenologica di Minkowski e Binswanger. Minkowski parte dal concetto bergsoniano di "élan vítal" e quello personale del "tempo vissuto", elemento costitutivo fondamentale della struttura della personalità. Nella melanconia e nella depressione, la proiezione verso il futuro è "sbarrata", la nozione del tempo si disgrega e "….si abbassa ad un livello inferiore". E’ in questo declino dello slancio vitale che "…l'intero divenire si precipita su di noi e tutto diventa una potenza ostile che non può che farci soffrire".

Particolare attenzione poi, deve essere posta nei confronti dei più ingannevoli episodi maniacali, che spesso si alternano a quelli depressivi, in cui tutto è ribaltato; tali episodi si distinguono per:

    • iperattività ideativa (idee cioé che travolgono la mente dell’individuo, senza fermarsi),
    • logorrea ( in cui il linguaggio è "non comunicativo",fine a sé stesso, dove ogni frase rimanda ad un’altra di argomento spesso diverso)
    • comunione col mondo, dove ogni ostacolo o discrepanza tra sé e il mondo è magicamente annullato… tutto è bello e positivo; magari provatevi a disputare loro un posto in un parcheggio o in un seminario, poi mi direte...positivo che vuol dire.

Quest’ultimo aspetto è quello che più frequentemente è possibile incontrare nella vita quotidiana; molte sono le persone che, affascinate da un approccio parziale alle varie religioni oggi di moda, le utilizzano come anestetico esistenziale; è ovvio che NON è la religione ad essere "l’oppio dei popoli", ma è l’utilizzo che ne viene fatto, in cui ogni sofferenza è annullata …"perché tutto ha uno scopo". Che tutto abbia uno scopo, è cosa probabile; che ciò però impedisca di vivere l’esperienza ( e i suoi riflessi, le emozioni), è cosa ben diversa.

L’esigenza di essere ascoltati è sicuramente una dimensione vitale per ogni individuo; in particolar modo lo è per chi, percepisce sé stesso, come ebbe a dire un mio paziente: "…immerso in un problema senza volto, con un altro in arrivo".

L’empatia, la prima vera qualità del terapeuta che mira a costruire un solido rapporto ( tecnicamente detto alleanza terapeutica) con il proprio paziente, è una delle chiavi di volta della possibilità di reinserimento nel ciclo vitale della persona coinvolta. Empatia vuol dire ascolto, accettazione del mondo sbiadito e tetro che la persona porta "su di sé"; vuol dire altresì dare la possibilità al paziente di rafforzare gli aspetti amorevoli di sé, ed esperire in particolar modo quelli aggressivi, senza più permettere che invadano la coscienza e diventino distruttivi, che, come ho sottolineato nel precedente articolo, è il nodo principale che disegna le trame spente delle personalità depressive; a tal fine quindi un atteggiamento supportivo e di contenimento pone il paziente in grado di mutare il proprio paesaggio interiore, sostituendo gradualmente una relazione distruttiva in una dove il bene predomina sul male.