PSICOTERAPIA per pazienti affetti da sindrome depressiva (2 parte)
Enrico Maglione
Lavorare in terapia o nel counselling, con un paziente che
manifesti una sindrome depressiva (conclamata o meno), non è semplice: può capitare
facilmente infatti, di contrastare i suoi "cahiers de doleances", con
incoraggiamenti, rassicurazioni. Involontariamente si rischia di insistere sugli aspetti
positivi svalutando i suoi dubbi, o peggio, di fornire immediatamente intepretazioni
premature: "
lei non è depresso, è arrabbiato
". Questa sorta di
"terapia della pacca sulla spalla" dilata le distanze: nulla di più sbagliato.
Infatti è sempre da tenere presente linteressante e profonda interpretazione
fenomenologica di Minkowski e Binswanger. Minkowski parte dal concetto bergsoniano di
"élan vítal" e quello personale del "tempo vissuto", elemento
costitutivo fondamentale della struttura della personalità. Nella melanconia e nella
depressione, la proiezione verso il futuro è "sbarrata", la nozione del tempo
si disgrega e "
.si abbassa ad un livello inferiore". E in questo
declino dello slancio vitale che "
l'intero divenire si precipita su di noi e
tutto diventa una potenza ostile che non può che farci soffrire".
Particolare attenzione poi, deve essere posta nei confronti dei
più ingannevoli episodi maniacali, che spesso si alternano a quelli depressivi, in cui
tutto è ribaltato; tali episodi si distinguono per:
- iperattività ideativa (idee cioé che travolgono la mente dellindividuo,
senza fermarsi),
- logorrea ( in cui il linguaggio è "non comunicativo",fine a sé
stesso, dove ogni frase rimanda ad unaltra di argomento spesso diverso)
- comunione col mondo, dove ogni ostacolo o discrepanza tra sé e il mondo è
magicamente annullato
tutto è bello e positivo; magari provatevi a disputare loro
un posto in un parcheggio o in un seminario, poi mi direte...positivo che vuol dire.
Questultimo aspetto è quello che più frequentemente è
possibile incontrare nella vita quotidiana; molte sono le persone che, affascinate da un
approccio parziale alle varie religioni oggi di moda, le utilizzano come anestetico
esistenziale; è ovvio che NON è la religione ad essere "loppio dei
popoli", ma è lutilizzo che ne viene fatto, in cui ogni sofferenza è
annullata
"perché tutto ha uno scopo". Che tutto abbia uno scopo, è cosa
probabile; che ciò però impedisca di vivere lesperienza ( e i suoi riflessi, le
emozioni), è cosa ben diversa.
Lesigenza di essere ascoltati è sicuramente una
dimensione vitale per ogni individuo; in particolar modo lo è per chi, percepisce sé
stesso, come ebbe a dire un mio paziente: "
immerso in un problema senza volto,
con un altro in arrivo".
Lempatia, la prima vera qualità del terapeuta che mira a costruire un
solido rapporto ( tecnicamente detto alleanza terapeutica) con il proprio paziente, è una
delle chiavi di volta della possibilità di reinserimento nel ciclo vitale della persona
coinvolta. Empatia vuol dire ascolto, accettazione del mondo sbiadito e tetro che la
persona porta "su di sé"; vuol dire altresì dare la possibilità al paziente
di rafforzare gli aspetti amorevoli di sé, ed esperire in particolar modo quelli
aggressivi, senza più permettere che invadano la coscienza e diventino distruttivi, che,
come ho sottolineato nel precedente articolo, è il nodo principale che disegna le trame
spente delle personalità depressive; a tal fine quindi un atteggiamento supportivo e di
contenimento pone il paziente in grado di mutare il proprio paesaggio interiore,
sostituendo gradualmente una relazione distruttiva in una dove il bene predomina sul male.