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Anno 8
Numero 23
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Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Spettacolo
KEVIN COSTNER: “IL MIO LAVORO E’ FARE IL
NARRATORE, NON SONO UNA STAR!”
Alessandra
Miccinesi
“Sono
un narratore, mica una star”. Parola di Kevin Costner. Bello e prodigo di
sorrisi, l’attore premiato con l’Oscar per l’epico e dolente “Balla coi
lupi”, di recente ha trascorso qualche giorno nella capitale per promuovere il
suo ultimo lavoro, il western d’azione “Terra di confine”. Il film, che
sarà nelle sale a marzo distribuito da Medusa, è stato diretto, prodotto e
interpretato dallo stesso Costner, che accanto a lui sul set ha voluto Robert
Duvall, Annette Bening e Michael Gambon. Ambientato nelle sconfinate pianure
dell’Ovest, dove è la natura a dettare le leggi, il film narra le vicende di
alcuni cow-boy che pascolano liberamente le mandrie, cercando di evitare il più
possibile la violenza seguendo il codice d’onore non scritto dei mandriani. Ma
una città di frontiera, dominata dalla paura e dalla tirannide, cambierà le
loro vite spingendoli all’azione.
Mr. Costner, da dove deriva la sua passione per il cinema western,
genere che Hollywood sembra abbia messo da parte?
Credo che Hollywood sia riluttante nei confronti del western perché non ci sono
stati molti film fatti bene. La gente sa quando sullo schermo osserva qualcosa
di valore, e i western americani spesso sono zeppi di cliché. Mettersi un
cappello sulla testa e farsi crescere la barba non basta, la gente deve potersi
identificare con gli eroi di quei film: uomini coraggiosi e compassionevoli,
persone degne di fiducia. Io ho sempre sperato che nei momenti difficili della
mia vita mi sarei comportato proprio come i cowboy.
Qual
è secondo lei la funzione del cinema?
I film spesso ci
mostrano come comportarci, o come vorremmo comportarci. Non sono un ingenuo, so
che il mondo è difficile. Io però continuo a sperare che i miei figli
continuino a comportarsi in maniera eroica anche quando non lo faranno per loro
vantaggio. Al cinema ho sempre interpretato personaggi ai quali volevo
somigliare. Non è difficile essere degli eroi. Per esempio, mantenere una
famiglia facendo il doppio lavoro è un comportamento eroico.
L’amore per la natura, per una donna, per gli animali: come ha
assemblato queste diverse forme d’amore nel film, e lei crede al colpo di
fulmine?
Sì, ci credo. Ma quell’amore non dura, a meno che la persona di cui ci si
innamora al primo sguardo non abbia delle doti che vanno al di là
dell’aspetto fisico. Siamo esseri umani e ci innamoreremo sempre delle cose
brillanti. Per quanto riguarda gli animali, essi nel film vengono trattati
esattamente come le persone di questo secolo trattano gli animali domestici.
L’ovest dei cowboy era un posto duro in cui sopravvivere, bisognava far
ricorso alle proprie forze, risorse ed intelligenza per riuscirci. Il west era
un luogo pericoloso circondato dalla bellezza naturale. Ecco, queste due cose
insieme possono creare un film interessante.
Che
idea si è fatto della politica di Bush?
C’è una
battuta in “Balla coi lupi” che dice: nessun uomo può dire a un altro cosa
costui deve fare. Questa è una cosa che tutti i leader dovrebbero tenere a
mente. Per me è triste sapere di dover vivere in un mondo di tecnologia:
chiunque può prendere un aereo e raggiungere qualsiasi luogo, ma se ci andiamo
ora ci sono possibilità di non essere al sicuro. Questo succede per colpa
dell’azione dell’uomo, e gli USA hanno parte di questa colpa.
Terra di confine è un film sulla vendetta: può spiegarci il legame che lega il
suo personaggio a quello di Robert Duvall, una sorta di legame padre-figlio?
I giovani impareranno
sempre dagli anziani, ed è un dovere degli anziani insegnare ai giovani. In
Open Range (titolo originale di Terra di confine, ndr) Duvall vuole combattere
per la sua mandria, Charlie, cioè il personaggio che io interpreto, è un uomo
abituato alla violenza e mette in dubbio l’intenzione di Duvall. Charlie sta
cercando di imparare e la sua decisione sarà dominata dall’amicizia che lo
lega all’uomo più anziano. Io credo che oggi abbiamo confuso troppi problemi:
vale la pena di combattere per i diritti dei nostri fratelli e sorelle d’altri
paesi e culture.
Dopo la pioggia di Oscar per “Balla coi lupi” come si è posto il
problema di affrontare un film western?
Io non credo d’essere tanto famoso in America, ho portato avanti la mia
carriera senza pensare alla popolarità. Un esempio? Non ho mai fatto il sequel
di molti miei film di successo (The Bodyguard, Tin Cup, Balla coi Lupi) non
perché ce l’abbia coi sequel. Fanno parte del business, ma non del mio modo
di condurre la mia vita. A volte mi sento un passo indietro, so che per avere
successo e popolarità non bisogna fare film western. Però credo che la gioia
di fare un film sia farne uno che nessuno s’aspetta di vedere. Una sorpresa.
Il mio lavoro è fare il narratore, non la star.
Come
si è trovato a lavorare al fianco di Robert Duvall?
Lo considero uno
dei più grandi attori d’America e per me è stato importante avere un attore
della sua età: possedeva l’autorevolezza giusta per il personaggio di
“Boss”, e una lealtà autentica non cieca.
Quanto costa oggi essere anticonformisti in USA e… le piacerebbe
girare un film in Europa?
Non è eroico vivere la vita come si vuole viverla, ripeto, si rischia solo di
perdere in popolarità. Non è eroico essere se stessi, io non mi vedo eroico.
Mi piacerebbe moltissimo girare un film a Roma, per me è la città europea più
affascinante.
Come
ha cambiato la sua vita l’Oscar?
Vincere quella statuetta è stato meraviglioso. All’epoca non feci una scelta
popolare, nessuno voleva che facessi quel film. Non sono i premi a spingermi ad
interpretare un ruolo, e non volevo che l’oscar instillasse in me la paura di
procedere in quel modo. Il tema dominante di Balla coi Lupi ha avuto il
sopravvento sulla violenza, tanto che il film viene considerato ‘poetico’.
Come
definirebbe Terra di confine?
E’ il film
sulla mia storia, e gli eventi che la creano sono semplici come un cambiamento
climatico. Non c’è una trama sofisticata: per rimettere insieme la mandria
dopo una violenta pioggia ci vorranno quattro giorni. Il film prende spunto da
quel semplice evento.
Da
dove nasce la scelta dell’happy end?
Il tono stesso
del film mi ha spinto alla scelta del finale che ho adottato. Non sono un
ingenuo nei confronti della vita che mi ha lasciato lividi e ferite, e continuerà
a farlo. Pensavo fosse importante per i due protagonisti, Charlie e Sue, avere
l’opportunità di essere felici. Ho fatto altri film con finali meno lieti, ma
credo ci siano dei momenti in cui ciascuno di noi spera di avere ciò che
Charlie e Sue sognano, e alla fine ottengono. Alcune delle battute mormorate da
Charlie alla donna di cui si innamora riguardano momenti della mia vita.
Da
spettatore, che rapporto ha col cinema?
Adoro andare al cinema, lo facevo da ragazzino e mi piaceva ritrovarmi seduto al
buio di fronte allo schermo. Continuo a farlo con lo stesso entusiasmo. Il
momento che preferisco in un film è quando si apre il sipario e comincia la
magia. Dai film ho imparato molto, l’amore, l’amicizia, la pace. Al cinema
mi sono sempre sentito al sicuro. Da giovane ero irrequieto, sul grande schermo
ho visto il primo bacio, e sempre al buio di un cinema ho dato il mio primo
bacio.
Cosa
pretende da Costner regista e da Costner attore?
Chi va al cinema,
e lo ama come me, vuole ciò che voglio io: la magia. Per essere un buon attore
e un buon regista è necessario capire questo: non è importante ciò che si fa,
ma come si fa.
Sono
passati dieci anni dal flop di Waterworld, lo rifarebbe?
Non è stato un fallimento, piuttosto è una falsità continuare a scriverlo. Il
film aveva delle lacune, lo sapevo, ma tutti i film ne hanno. Solo che io decisi
di non prendere distanze dal film. Una delle mie più grosse delusioni è stata
quella di ricevere critiche dalla stampa europea ancora prima di vedere il film
a Venezia. Il film ha incassato 400 milioni di dollari… non è poi così
difficile scrivere la verità! C’è una battuta western che dice: quando la
bugia è più importante della verità si stampa la bugia. Bisogna avere buona
informazione è questo è ciò di cui il mio, e il vostro paese, ha bisogno.
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