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Anno
10
Numero
47

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

Spettacolo

 

UN GIARDINIERE PER AMICO 

Alessandra Miccinesi 

Una riflessione sul mestiere d’artista e un compendio sull’arte di vivere degli eroi quotidiani, i lavoratori. Un contrappunto filosofico che esalta il sapore delle piccole cose, un’istantanea sulla complessità della natura umana, un’amicizia antica che diventa sodalizio prezioso. Routine e fatica, luci e ombre, frutti dell’orto e tunnel ferroviari. E’ tutto condensato in 110 minuti netti. Tanto dura il bellissimo, bucolico film di Jean Becker “Il mio amico giardiniere” distribuito nelle sale da Bim e interpretato da una coppia d’attori eccellenti: Daniel Auteil (il pittore) e Jean-Pierre Darroussin (Il giardiniere). Tratto dal romanzo di Henri Cueco, il film è ambientato nelle campagne intorno a Parigi e racconta una storia di profonda condivisione – umana e professionale - tra un artista parigino di successo sulla cinquantina (figlio di un aspirante pittore piegato alla farmacia) e un ferroviere in pensione (figlio di operai) suo coetaneo. Tra i due, diversi per esperienze di vita, aspirazioni e cultura, si svilupperà un rapporto di amicizia e solidarietà commoventi che culminerà nella valorizzazione del concetto di dono.
Il pittore, tornato in campagna alle radici della sua infanzia, sta cercando l’ispirazione perduta. L’imminente divorzio con la moglie e il conflitto con la giovane figlia che sta per sposare un uomo maturo lo hanno infatti prostrato. Intenzionato a rimettere in sesto la vecchia casa paterna, mette un annuncio per cercare un giardiniere che sistemi giardino e orto: il candidato ideale è un vecchio compagno di scuola che il pittore non vede da quarant’anni. Tra i due, lentamente, si instaura un rapporto di profondo scambio di valori che emoziona per intensità e poesia, una sorta di esame di riparazione del tempo perduto effettuato dai due attraverso i rispettivi sguardi: il pittore con la sua passionalità vibrante (“è difficile vivere con le donne, ma è difficile anche lasciarle”), la sensibilità per le cose alte (“fare l’artista non è un mestiere”, “le lacrime sono un’arma”, “dipingo ciò che immagino non ciò che vedo”), la percezione dell’inafferrabilità delle sfumature (“l’arte è al di sopra delle mie possibilità”); il giardiniere col suo microcosmo di certezze quotidiane (“io vivo coi miei ricordi”, “domani pioverà”, “i posti di lavoro sono come le tigri: in via di estinzione”), il buonsenso applicato con metodo in ogni situazione (“un coltello e uno spago sempre in tasca possono salvarti la vita”), il pesante fardello del dovere (“mi sento in colpa, ora che sono in pensione, a non dover timbrare il cartellino”). Tra dialoghi che germogliano direttamente dal cuore e arrivano alla mente sorprendendo per limpidezza e verità, il film ci mostra la metamorfosi del pittore, bene avviato sulla strada della condivisione dal vecchio amico che cura l’orto sdraiato a terra, ascoltando musica di Mozart e mangiucchiando aringhe. La malattia del giardiniere farà intuire all’artista un rinnovato senso della vita: tra le ombre di un giardino rimasto chiuso per troppo tempo, disseminato di erbe e cattivi pensieri, il destino farà rifiorire (anche sulla tavolozza degli acquerelli) zucche, carote, patate e radicchi. Finché una carpa dalla bocca spalancata e lo sguardo affogato, presa all’amo dal giardiniere in una poetica battuta di caccia, ci ricorderà che la vita è molto più di ciò che vediamo.