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Numero 46
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Spettacolo
AI
CONFINI DEL PARADISO: quando la vita (e la politica) rompono gli steccati
Alessandra
Miccinesi
Un
giovane uomo seduto sulla spiaggia assolata. Di fronte a lui, il mare. Vediamo
l’uomo di schiena, apparentemente è rilassato, ma immaginiamo i suoi occhi
scuri frugare l’orizzonte.
Egli attende che dall’azzurro emerga qualcosa, qualcuno. Forse sta solo
aspettando la barca di un vecchio pescatore, forse cerca una cura al suo
malessere. L’inquadratura è fissa, poetica e enigmatica. E’ l’immagine
che accompagna i titoli di coda di un lungometraggio che coniuga l’estetica ai
contenuti (politici, filosofici e etici) e che proprio in quel punto lascia il
cuore dello spettatore in sospensione – quasi fosse l’inizio di un’altra
storia, un nuovo film -, alleggerendo la tensione fin lì accumulata. Il film,
bellissimo, si intitola “Ai confini del paradiso” ed è diretto dal regista
turco-tedesco Fatih Akin (“La sposa turca” Orso d’Oro a Berlino), autore
anche dello script che all’ultimo
Festival di Cannes ha vinto il Premio per la Miglior Sceneggiatura. Distribuito
da BIM, il film – nella rosa degli Oscar per il Miglior Film Straniero - uscirà
in sala il 9 novembre.
Autore dell’interessante documentario musicale “Crossing the bridge – The
sound of Istanbul” (recensito dal nostro sito,ndr), Fatih Akin, dopo le
fatiche de La sposa turca, ha dovuto lavorare intensamente per raggiungere i
brillanti risultati toccati dal nuovo progetto. “Ai confini del paradiso” è
il secondo tassello di una interessante trilogia – La sposa turca parlava
d’amore, questo racconta la morte, il prossimo tratterà il Male e chiuderà
un ciclo. “Il prossimo film? Cambierò genere, forse passerò ai noir o al
western” dice il regista che confessa di essere stato
molto influenzato dall’opera di Erich Fromm “L’arte di amare”. “Credo
che tutte le guerre del mondo siano il risultato dell’uso sbagliato che
l’umanità fa dell’amore – dice -. Il male è effetto della pigrizia: è
più facile odiare qualcuno che amarlo”.
Ambientato tra la Germania e la Turchia, Ai confini del paradiso somiglia - per
intrecci narrativi e ritardi del fato – a una tragedia scespiriana divisa in 3
capitoli. Sviluppato su un montaggio sfasato che porta lo spettatore a
percorrere a ritroso (o in parallelo, ma da un punto di vista diametralmente
opposto) le tappe salienti della vicenda, il film svela i destini incrociati di
un gruppo di persone legate da vincoli affettivi. Tutto inizia a Brema quando il
vecchio vedovo Ali Aksu (Tunnel Kurtiz), padre del professore universitario
Nejat (Baki Davrak), invita la connazionale Yeter (Nursel Kase), prostituta di
origine turche che ha perso ogni contatto con la figlia Ayten (Nurgul Yesilcay),
a trasferirsi a vivere da lui. Il vecchio propone alla donna – la quale non
sospetta che la figlia è diventata una militante politica ricercata in Turchia
- uno stipendio in cambio della convivenza. Nejat accetta la decisione del
padre, ma di lì a poco un incidente condurrà Alì prima in carcere, e poi
dritto alla frontiera con un foglio di via dalla Germania. Sulle tracce di Ayten
– che nel frattempo si è rifugiata a Brema e convive con l’universitaria
Charlotte (Patrycia Ziolkowska) in casa di sua madre Susanne Staud (Hanna
Schygulla). Quando la polizia scova Ayten e la consegna ai miliziani turchi,
negando l’asilo politico, disperata Lotte s’imbarca per Istanbul. Malinconici brindisi alla morte e nostalgia delle
radici culturali, andirivieni di bare in aeroporto e gruppi di resistenza
politica, dialoghi sull’Unione Europea (e i suoi guasti) e libero amore in
tempi di globalizzazione. Partendo dalla Festa del Sacrificio celebrata in
Turchia – festività presa in prestito dal passo del Vecchio Testamento che
racconta del Sacrificio di Isacco –, il film esplora il
rapporto genitori-figli in relazione al rapporto conflittuale che Fatih Akin ha
con le sue due anime: quella tedesca e quella turca. “E’ un rapporto molto
complicato, questo. Sono cresciuto in Germania e ho iniziato a occuparmi del mio
paese d’origine nel ’95; ho visto un’altra faccia della Turchia e ne sono
rimasto affascinato. Ma più comprendo il mio paese più mi deprimo: odio la
politica e il nazionalismo. Per questo l’immagine della burocrazia turca nel
mio film è kafkiana; non è una rappresentazione critica, ma l’esposizione
della verità nuda e cruda. Il fascismo è ancora vivo e combattivo per le
strade di Istanbul”.
Un altro punto focale del film è l’importanza dell’istruzione
espressa nel concetto del libero accesso allo studio. “Un libro è
l’immagine chiave del conflitto tra Nejat e suo padre, nel film la lettura è
un elemento centrale: leggere significa istruirsi e l’istruzione è l’unica
cosa che può salvare il mondo. Qui in occidente non dobbiamo combattere per la
libertà di espressione, ma in Turchia la battaglia per la libertà è ancora in
corso. Comunque, più che un messaggio politico Ai confini del paradiso
racchiude un messaggio filosofico dato che tutto, oggi, è politica. E’
impossibile separare vita, politica e arte. Io credo a molte cose, ma cambio
spesso idea perché non voglio essere dogmatico. Tutto ha un limite. Ho cercato
di fare questo film con un certo distacco, ma non è stato possibile: io dirigo
con il cuore”.
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