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Numero 3
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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S p o r t
CASSIUS CLAY-MOHAMMED ALÌ
la leggenda del "labbro di Louisville"
Antonia Bonomi
Nasce il 17 gennaio del 1942 a
Louisville, nel Kentucky, figlio di Cassius Marcellus suonatore di strada che
disegnava santi sui marciapiedi e con il vizio di alzare il gomito, e di
Odessa, cuoca sopraffina, tonda e fiera del suo bellissimo bambino, convinta che
fosse speciale al punto di chiedersi come mai il buon Dio avesse scelto proprio
lei per metterlo al mondo. A scuola non è certo uno studente modello, perciò
la lascia giovanissimo, il suo approccio con la boxe è precoce. Ha dodici anni
quando gli rubano la bicicletta, si rivolge spaventato ad un poliziotto, Joe
Martin, che nel tempo libero fa l'allenatore di boxe. L'idea di partenza è
d'imparare a reagire ad eventuali soprusi, si scopre che ha talento innato e sei
anni dopo, nel 1960, eccolo vincere la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Roma.
Nel 1962 combatte già al Madison Square Garden come professionista, con alle
spalle solo vittorie, ma è sempre considerato una promessa. Arriva il 1964
quando, contro tutte le previsioni, alla settima ripresa batte Sonny Liston, il
campione della mafia, diventando campione del mondo dei pesi massimi.
Negli anni precedenti il successo, affascinato dalle teorie di Malcom X, milita
tra i Musulmani Neri, movimento antagonista al governo degli Stati Uniti, e la
sua lettura è il Corano, filo conduttore delle meditazioni quotidiane.
Diventato campione mondiale, annuncia al mondo che il nome di Cassius Clay,
affibbiato dai negrieri ai suoi avi strappati con la forza alla terra africana
per essere schiavi, non gli appartiene, d'ora in poi si chiamerà Mohammed Alì.
È un campione ed è una forza non solo sul ring: anche nel quotidiano combatte
con una sorta di snobismo a rovescio per l'orgoglio della gente nera. Molti non
lo amano, lui se ne infischia e come sul ring salta di qua e di là come un
ballerino e poi mena fendenti, parlando ininterrottamente, insultando
l'avversario fino a: "Fargli dimenticare tutto
quello che sa sulla boxe", sono parole sue, nella vita non perde
occasione e microfono per predicare. Grida che vuole: "…far prendere coscienza
alla mia gente, farla crescere". Vuole essere il migliore in tutti i sensi,
per essere un modello, non per vanità anche se molti non gli credono, ma perché
la gente di colore abbia qualcosa, qualcuno di cui vantarsi e a cui rifarsi, per
far capire che se hai fede in te stesso, niente è impossibile. Per il suo
infaticabile parlare, infatti, è stato soprannominato "labbro di
Louisville". Orgoglioso del suo essere nero, dichiara che non avrà mai
rapporti con una donna bianca, neppure per una notte, e così è, che non riesce
a capire come: "Un uomo e una donna intelligenti e di colore, è impensabile che possano pensare
di sposarsi con un partner bianco e fare figli mezzi bianchi. Uno vuole figli
che gli assomiglino". E di bianchi, attorno, non ne ha mai avuti, se si
esclude l'allenatore personale Angelo Dundee, figlio di un emigrato calabrese
che aveva cambiato il cognome Mirenda con Dundee, appunto, perché: "Era più
facile far crescere i propri figli con un cognome irlandese".
Fino al 1967 difende il suo titolo ben otto volte, è "il Campione" e
basta, poi rifiuta di andare
in Vietnam per il servizio militare e il titolo gli è tolto
"d'ufficio". Nel 1970 può tornare a combattere: la Corte Suprema
degli Stati Uniti ha cambiato la legge sull'obiezione di coscienza apposta per
lui. Perde un incontro con Joe Frazier nel 1971, e molti lo danno per finito, ma
si rifà contro lo stesso in seguito, e nel 1974 si prende una sonora rivincita.
Malgrado l'avessero dato perdente 3 a 1, riconquista contro George Foreman il
"suo" titolo, quello che nessuno gli aveva tolto sul ring.
Titolo di nuovo in palio nel 1978: lo perde una prima volta, sette mesi dopo lo
recupera a prezzo di fatiche indicibili. Nel 1981 perde il titolo per K.O.
contro Larry Holmes: è picchiato di brutto, ma non ha perso l'ironia. Quando,
nella conferenza stampa alla fine del combattimento, l'avversario che è stato
suo sparring-partner ripete in continuazione: "Alì mi ha insegnato la
boxe, mi ha insegnato la dignità, mi ha insegnato a vivere…", lui,
seccato, acchiappa il microfono e
gli chiede a bruciapelo: "Allora, perché mi hai menato?", sollevando
un'ovazione tra pubblico e giornalisti.
Si ritira: ha collezionato 56 vittorie e 5 sconfitte, nel 1983 è
designato miglior pugile in assoluto degli ultimi vent'anni.
Anche nella vita privata, Mohammed Alì ha numeri alti. Il matrimonio con la
prima moglie, la bellissima Sonji Ray, dura poco più di un anno. Per seguire i
dettami della religione musulmana, che secondo lui gli ha dato coscienza e dignità,
Alì fa sacrifici, mentre lei non porta il velo, si trucca e beve alcolici. La
seconda moglie è la diciassettenne Belinda, musulmana religiosissima, porta il
velo, gli dà quattro figli e fa l'angelo del focolare. In ogni modo, religione
o no, anche Alì ha il suo punto debole e sono le donne, che gli danno
letteralmente la caccia, ha anche un paio di figli fuori dal matrimonio. Durante
una trasferta, per un incontro, nelle Filippine, è accompagnato da Veronica,
una bellissima modella già madre di una bambina sua, che per sbaglio è
presentata alla stampa mondiale come sua moglie. Belinda, che aveva mandato giù
tutto fino a quel momento, prende un aereo, lo raggiunge, gli molla un paio di
sventoloni, torna a casa e chiede il divorzio. Terzo matrimonio con Veronica,
dunque, ma dura pochissimo: non appena Alì si
ritira dalla boxe e compaiono i primi segni della malattia, il morbo di
Parkinson, la bella se ne va e malgrado un accordo prematrimoniale gli scuce un
bel po' di quattrini. Alì è sempre stato generoso con tutti, in molti lo hanno
sfruttato, non combatte più, è carico di figli, ne ha collezionati otto,
quando al suo orizzonte compare, ma si dovrebbe dire ricompare, Lonnie. Abitava
davanti alla casa dei suoi genitori, la madre aiutava quella di Alì quando i
soldi sono cominciati a circolare, lui è sempre stato il suo idolo, si sposano
e adottano il nono bambino.
Questa, in sintesi, la storia dell'uomo che, alle Olimpiadi di Atlanta, con
passo incerto ha portato la torcia e con mano tremante ha acceso il tripode:
ammalato sì, domato mai. Anche chi lo sconsigliava di farlo,
anche chi non lo ha mai amato, non ha potuto fare a meno di ammirarlo e di
commuoversi. Ora, non può parlare più come una volta, infatti ha la mente
lucida, ma ha difficoltà ad esprimersi, ma non è dimenticato e non si fa
dimenticare: risponde alle lettere che continuano ad arrivargli copiose,
Benetton ha sponsorizzato una sua biografia fotografica, un documentario
dedicato alla sua giovinezza ha vinto un Oscar, dutante la guerra del Golfo, nel
1991, ha ottenuto da Saddam Hussein, fratello di fede, la liberazione di
cittadini statunitensi prigionieri in Iraq, con una delegazione ha portato a
Cuba aiuti umanitari.
Com'è Mohammed Alì Dietro lo Specchio dell'Astrologia? Non è per
togliergli meriti, ma è nato fortunato, fortunatissimo e intelligente,
intelligentissimo. Vanitoso da morire, ma con i piedi ben piantati a terra, un
innato senso del ritmo, istrionico, ambizioso, ostinato, geniale e paranoico. In
sostanza, vuoi per fortuna vuoi per intelligenza, la vanità si è sublimata in
una qualità trasformandosi in orgoglio. Merito anche del solido segno natale,
il Capricorno?, o dei pianeti
generazionali nel Toro, Saturno e Urano, in ottimo aspetto con il Sole?, o perché
non aveva nessuna inclinazione criminale? Chi lo sa, resta il fatto che, pur
addolcendo i toni, si è mantenuto coerente con se stesso, conquistando anche i
nemici.
Ho tra le mani le previsioni fatte nel 1978-1979 per una trasmissione Rai e
riguardavano gli anni seguenti. Mi si rizzano i capelli in testa: parlano di
aspetti che possono avere effetti
catastrofici sulla salute. Dalla circolazione al cuore, botte in testa… e
secondo i medici, quando è arrivato all'ultimo combattimento era già ammalato,
ma non si sapeva di che cosa, tant'è che era curato per "sangue
avvelenato", e lo botte prese negli ultimi combattimenti hanno accelerato,
o aggravato, la malattia.
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