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Anno 8
Numero 23
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Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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S p o r t
TIBERIO MITRI l'angelo biondo del ring
Antonia Bonomi
Una delle battute da me
coniate, che rivolgo anche a me stessa per farmi beffe del tempo che passa, è:
"Un bel monumento, lascia sempre un bel rudere", e Tiberio Mitri
settantaquattrenne era un bel monumentino dagli occhi vispi, con ancora il
ciuffo ribelle. Magari non ci stava sempre con la testa, spesso non era sobrio
per vino o altro, se non lo aiutavano qualche volta non
era nemmeno ripulito, in
un'intervista rilasciata alla
televisione non molto tempo fa faceva
impressione il suo balbettare ma, si sa, Alzheimer o Parkinson che fosse, non fa
complimenti. È morto lunedì 12 febbraio 2001, travolto da un treno mentre
camminava lungo i binari, si dice troppo sordo per sentire il fischio
d'avvertimento.
Tiberio Mitri nasce a Trieste il 12 luglio del 1926, sale agli onori della
cronaca esordendo nel professionismo nel 1946, con una vittoria su Pamio. Siamo
in pieno dopoguerra, c'è tanta voglia di riprendere a vivere, di dimenticare le
distruzioni e i lutti del passato, ben venga questo biondino che nel 1948
vince il titolo italiano dei medi e nel 1949 quello europeo battendo il
belga Delannoit. Dall'europeo al mondiale, l'anno seguente, nel giorno del suo
ventiquattresimo ci prova a New
York, affrontando l'italo-americano Jack La Motta, detto "toro
scatenato" ,e le busca sonoramente pur resistendo per 15 riprese. Poi si
dirà che non era psicologicamente poiché la moglie, l'ex Miss Italia Fulvia
Franco, era a Hollywood per sfondare nel mondo del cinema e lui era preoccupato
per… l'onore della sua fronte.
Torna in Italia e nel maggio del 1954 riacchiappa il titolo europeo dei medi
battendo l'inglese Turpin. Passano cinque mesi ed è un francese, Humes, a
strapparglielo nuovamente. Intanto ha cominciato a girare qualche film, in
totale saranno una ventina, il primo è del 1952, "I tre corsari",
l'ultimo del 1975.
Nel
1957 con 101 match disputati (88 vittorie, 7 spareggi e 6 sconfitte), appende i
guantoni al chiodo e nel 1959 è nel cast de "La grande guerra", al
fianco di Gassman e Tognazzi, appare in televisione ospite di trasmissioni di
varietà. Si separa da Fulvia Franco, da cui ha avuto un figlio, ha una figlia
da una nuova compagna, vive… vive.
I due figli muoiono, il maschio per overdose e la ragazza per Aids, lui si
sistema presso Firenze in una roulotte, va in prigione venticinque giorni per
droga e ammette di avere cominciato a fare uso di cocaina già quando faceva il
pugile e di avere cercato di diminuire la dose per timore di perdere "la
volontà e il pisello", come gli aveva detto un farmacista. "Ma,
diceva " quella è una fregatura che non finisce mai". Aveva avuto un
terza compagna, che se n'era andata un paio d'anni fa. Secondo i maligni perché
ormai Tiberio Mitri era in bolletta nera, secondo i vicini di casa perché era
stufa di essere gonfiata di botte quando lui era troppo fatto.
Com'era Tiberio Mitri Dietro lo Specchio dell'Astrologia?
Ambizioso e aggressivo, con un gran terrore infantile di non essere
sufficientemente "macho", maschio e il timore indicato dai suoi
aspetti è confermato dalle sue stesse parole, quando dice di avere tentato di
ridurre il consumo di eroina per timore di perdere il "pisello", dal
rifiutare l'offerta di Antonioni di essere l'interprete del film "Il
grido" per non apparire nella parte di un cornuto. Ambizioso, ma
discontinuo, fregato anche dal bell'aspetto, dal fascino, da un fondo di
diffidenza che non gli faceva ascoltare gli eventuali "grilli
parlanti", dall'essere sensibile alle adulazioni, dall'esaltarsi per i
piccoli o grandi successi, gonfiandoli con la fantasia. Era un attore
potenziale, non possedeva autocontrollo ed era debole nei confronti delle
tentazioni, dei vizi. Era un intemperante e non era fortunato. Infatti, malgrado
non fosse stupido, non è riuscito ad amministrare quello che la vita gli ha
dato, anche come fama, cedendo alle parti deboli della personalità. Aveva dei
rimorsi, senza dubbio, ma era anche fatalista, egoista e il suo: "Credevo
che la vita durasse di meno", nel bene e nel male riassume il suo sgomento
per essere cresciuto e il suo narcisismo. No, non è stato fortunato.
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