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Anno
9
Numero
13

 

Direttore responsabile
Antonia Geninazza

Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998

Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.

 

 

 

 

S p o r t

 

illustrazione della Domenica del Corriere, 1909-1910
BARTALI E COPPI
DUE EXTRA IN MEZZO A TANTI CAMPIONI

La storia di una delle gare sportive più affascinanti e moderne di tutti i tempi, il Giro d’Italia

Almalinda Giacummo

L’atto di nascita ufficioso del Giro d’Italia è un telegramma datato 5 agosto 1908: il destinatario era Eugenio Camillo Costamagna, direttore della Gazzetta dello Sport, a cui si chiedeva di rientrare velocemente dalle vacanze, mentre il firmatario era Tullio Morgagni, giornalista ed amministratore dello stesso giornale. La notizia-bomba era l’invenzione da parte del Corriere della Sera di una gara a tappe in bicicletta tra i migliori ciclisti del momento, imitando il Tour dei Francesi e collegandola allo stesso tempo al Giro d’Italia automobilistico, che lo stesso giornale aveva fatto disputare nel 1901. La tragedia insita nella notizia era che già la Gazzetta aveva pensato ad un giro ciclistico cui affiancare come giornalista fisso Cougnet ed ora rischiavano di farsela soffiare. Il ciclismo era uno sport già molto seguito: le prime gare si svolgevano in Europa fin dal 1869 tra Francia, Inghilterra e la stessa Italia, dove le prime biciclette fecero la loro comparsa nel 1881, all’Esposizione di Milano. E’ comunque certo che la passione dilagò molto in fretta: la federazione italiana venne istituita nel 1885, il primo campionato su pista è del 1892, mentre all’origine il Touring Club italiano era Touring Club Ciclistico Italiano. Ma l’accenno alle due ruote sparì nel 1900.
Alla fine, la spuntò la Gazzetta ed il Corriere accettò tutto sommato di buon grado la sconfitta, partecipando sia al premio in lire finali sia pubblicando giornalmente i risultati delle varie tappe. Il primo giro venne organizzato in fretta ma bene: si rinunciò a due puntate all’estero per motivi politici (Nizza e Trieste: quest’anno si passerà in Francia, a Briançon, rientrando poi dal Sestriere), correndo tre gare a settimana per diciotto giorni, fra il 13 ed il 30 maggio, perché all’epoca la Gazzetta era trisettimanale. Erano presenti tutti i migliori corridori, dallo squadrone della Bianchi con Giovanni Gerbi e Giovanni Rossignoli, alla neonata squadra Atala, con Luigi Ganna ed Eberardo Pavesi, i milanesi Carlo Galetti ed Ernesto Azzini, e poi Giovanni Cuniolo ed Ezio Corlaita, il francese Petit Breton (vero nome Lucien Mazan). Il regolamento derivava direttamente da quello del Tour francese, con una classifica a punti a seconda dell’ordine di arrivo delle varie tappe e la possibilità di sostituire solo alcuni elementi della bicicletta, come ruote, pedali e manubri, tenendo conto che le macchine di appoggio non potevano seguire così da vicino i loro corridori, che dovevano quindi rassegnarsi ad "arrangiarsi".
il francese Bernard HinaultIl primo via venne dato il 13 maggio 1909 alla 3 e qualche minuto del mattino in quella che allora non era certo una zona centrale di Milano, piazza Loreto. Fu una gara incredibile: al primo via ci fu una caduta collettiva da cui uscì molto malandata la bicicletta di Gerbi, uno dei favoriti. Convinto a continuare, cambiò la bicicletta ripartendo con te ore di ritardo e facendo una gara solitaria, giusto per partecipare perché ormai era impensabile la vittoria. Altrettanto malandato, questa volta in prima persona, era Breton che si rovinò una spalla contro una ringhiera: anche lui fu convinto a ripartire. A vincere la tappa a Bologna fu il romano Dario Beni: Gerbi arrivò con quattro ore e mezza di ritardo seducendo comunque il pubblico con una bella volata finale. I due giorni di sospensione fra una gara e l’altra consentivano specie ai corridori isolati di risistemare la propria bicicletta e di ricevere le cure dal medico di gara: Breton aveva riportato la frattura della spalla e dovette ritirarsi dal Giro. Meno edificante fu sicuramente l’episodio "del Brambilla": durante la seconda tappa questo corridore fu sorpreso dal meccanico di un’altra squadra su un treno tra Ancona e Grottammare. Squalificato, fu arrestato il tempo necessario a far ripartire la gara senza di lui: si fece vedere all’ultima tappa, quando inseguì la macchina della giuria, coprendo di insulti tutti quanti. Eroe di queste tappe fu Ganna sul tratto Roma-Firenze: utilizzando la tattica attuale di far "addormentare" la corsa, compì all’improvviso un grande distacco che, alla fine, gli servì per riparare una gomma all’altezza di Figline e vincere in volata. La fortuna sembrò però abbandonarlo e nella tappa successiva forò due volte, perdendo la "maglia rosa", che però venne adottata come divisa del vincitore solo dal 1931: a Genova vinse Rossignoli. La penultima tappa, con arrivo a Torino, vide un finale tragicomico: gli organizzatori, per sviare qualche tifoso un po’ troppo zelante, annunciarono un luogo diverso per l’arrivo, Orbassano invece di Beinasco. Riuscirono in effetti a sviare qualcuno, le forze dell’ordine, causando maggior caos del solito! Poteva non essere una cattiva idea: Ganna era caduto sul Col di Nava a causa di un tifoso troppo Arrivo a Milano del I° Giro d'Italiaentusiasta. L’ultima tappa del primo Giro d’Italia partì il 30 maggio 1909. Ganna era in vantaggio ma fu costretto a fermarsi per una foratura: la fortuna lo favorì nuovamente facendo trovare ai primi un passaggio a livello chiuso che ridusse il distacco, colmato solamente alle porte di Milano, presso Musocco. L’arrivo, posto al centro dell’Arena civica, fu tagliato per primo dal diciottenne romano Beni, mentre Ganna seguiva terzo: il Giro d’Italia era il suo, con soli 25 punti, mentre Rossignoli, suo grande avversario, ne aveva ben 15 in più. Alla fine dei conti, però, se fosse stata stilata una classifica dei tempi sarebbe stato quest’ultimo a vincere con ben 37’ di distacco dal primo. Ad arrivare furono un totale di 49 corridori, che avevano percorso Costante Girardengo2408 chilometri.
Lo sport degli anni 1910-1920 è stato ovviamente condizionato dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale: le attività furono sospese e molti atleti di diverse discipline persero la vita. Ma fu anche il momento di personaggi-ciclisti come Ottavio Bottecchia e Costante Girardengo. Il secondo vinse il Giro per ben due volte, nel 1919 (era il VII Giro) e nel 1923 (XI). L’anno dopo toccherà a Giuseppe Enrici. Subito di seguito un altro grande, Alfredo Binda, nato nel 1902 a Cittiglio, sul Lago Maggiore, si aggiudicherà quattro edizioni del Giro in cinque anni, nel 1925, nel ’27, nel ’28 e nel ’29. Addirittura, gli organizzatori della gara del 1930 gli chiederanno di non partecipare, perché altrimenti quest’ultima avrebbe perso di ogni interesse: ricevette comunque lo stesso premio, lire 22.500, del vincitore di quell’edizione, Luigi Marchisio. All’alba della Seconda Guerra Mondiale Bartali era già famoso avendo vinto nel 1936 e nel 1937, Nel 1940 Fausto Coppi fu ingaggiato dalla Legnano, squadra di Bartali, come gregario. Tutta la squadra lavorava per Bartali e comunque contro la squadra Bianchi di Giovanni Valetti, ottimo scalatore e vincitore dei Giri del 1938 e del ’39. Fu un Giro quasi tutto italiano: le vicende europee avevano impedito ai campioni stranieri di partecipare, esclusion fatta per un gruppo di svizzeri che ebbero due
Binda vince il campionato del mondodi ciclismo del 1927 ad Adenausecondi posti nelle classifiche di tappa e l’undicesimo posto generale con Diggelmann, e per una sparuta rappresentanza tedesca. Bartali partì già male: un cane lo fece cadere ma, nonostante tutto, arrivò con soli cinque minuti di ritardo alla fine della seconda tappa. I medici gli sconsiglieranno di continuare il Giro ma lui farà di testa propria, correndo. La seconda tappa fu vinta dalla sua squadra con Favalli primo e Coppi secondo: Pavesi, "tecnico" della squadra, intuì le grandi potenzialità dell’ultimo arrivato e durante la quarta tappa gli darà il via per inseguire gli altri partecipanti e lasciare la scorta del sofferente Bartali agli altri membri della squadra. Alla fine arrivò secondo, mente Bartali aveva ormai nove minuti di distacco: pochi giorni dopo, Pavesi diede all’intera squadra la notizia che Coppi doveva fare la sua corsa e non essere più un gregario. Composta la nuova squadra, si trattava ora di far conoscere il nuovo atleta-campione anche agli avversari, magari con qualche colpo a sorpresa. L’occasione fu la Firenze-Modena, undicesima tappa di questo Giro: inizialmente il dominio fu del piccolo fabbricante di scope, Ezio Cecchi, che rimase solitario al comando per diversi chilometri, all’improvviso, su segnale di Pavesi, Coppi si staccò dal gruppo e si lanciò all’inseguimento superando il piccolo fuggitivo e volando verso Modena. Fu la prima volta che il radiocronista Mario Ferretti disse: "Un uomo solo è al comando… Il suo nome è… Fausto Coppi!". Bartali non si ritirò, o meglio, non lo fecero ritirare: Pavesi lavorò bene e Gino rimase a fare da gregario e maestro al magro Coppi. Quando tutto sembrava ormai deciso e la maglia rosa ormai fissa sulle spalle dell’eroe di Castellania accadde l’imprevisto: a pochi chilometri dall’arrivo a Milano, la bicicletta di Coppi perse la catena. Quando i primi corridori entrarono nello stadio Coppi non c’era ed i suoi concittadini presenti, compreso il padre, rischiarono uno svenimento. Ma alla fine, arrivò con solo 30" di ritardo, vincendo comunque il Giro con 2’40" di ritardo su Mollo. Da allora in poi verrà rispolverato il titolo di "campionissimo", fino ad allora usato solo per Girardengo. In seguito vinse il Giro ancora nel 1947, nel ’49, nel ’52 e nel ’53: ma la sua fama crebbe soprattutto grazie alle continue sfide con Bartali, che vincerà ancora nel 1946. La gente adorava il suo essere un "omone buono", forse meno calcolatore del collega Coppi. Secondo alcuni sarebbe stata la vittoria di Bartali ad una delle tappe del Tour del 1948 a placare gli animi degli italiani sconvolti per l’attentato di Antonio Pallante a Palmiro Togliatti: Bartali stesso ha invece Fiorenzo Magnidetto come, forse, servì a distogliere momentaneamente l’attenzione ma che, certo, le due cose non avevano avuto la stessa importanza.
A fare da terzo incomodo, c’era Fiorenzo Magni che, approfittando della rivalità fra i due principi, vinse il Giro nel 1948, nel ’51 e nel ’55: l’ultima è poi una di quelle vittorie difficilmente credibili. Il lussenburghese Charlie Gaul era maglia rosa e sembrava che nessuno potesse batterlo, poi accadde quello che nessuno si sarebbe mai aspettato: Gaul si fermò durante la penultima tappa a fare pipì e Magni partì all’attacco insieme a Coppi riuscendo a superarlo e a vincere l’intero Giro. Sarà ricordato come il "Giro della pipì". Nel 1957 e nel 1960 toccherà a Gastone Nencini, nel 1958 a Ercole Baldini.
Coppi e Bartali gareggiarono spesso insieme e quando Bartali smise di correre divenne direttore sportivo proprio della squadra di Coppi che, invece, nel 1960 aveva quarant’anni e nessuna intenzione di smettere. Del resto aveva bisogno di soldi: a quel tempo, divorziare da una moglie per mettersi con un’altra donna, la cosiddetta "Dama Bianca" al secolo Giulia Occhini, e avere da quest’ultima un figlio era un grande scandalo. Ma Coppi la stagione 1960 non la disputerà mai: morirà il 2 gennaio per una forma di malaria contratta in Africa durante una battuta di caccia.
Felice Gimondi I° nel 1976Un’altra invenzione dei giornalisti dell’epoca fu la "maglia nera": si trattava del premio assegnato all’ultimo ciclista classificato: addirittura era talmente ambito come riconoscimento che alcuni personaggi, fra cui Malabrocca e Carollo, fecero di tutto per restare sempre ultimi. Poi l’uso cadde nel dimenticatoio e oggi per l’ultimo non c’è fama di alcun genere.
Negli anni ’60 il nuovo re sarà Felice Gimondi: della provincia di Bergamo, vince un’importante gara francese, il "Tour de l’Avenir", e poi il Giro nel 1967, nel cinquantenario del Giro, nel ’69 e nel ’76, oltre ad altre gare: avrebbe probabilmente vinto molto di più se la sorte non gli avesse opposto uno dei mostri sacri del ciclismo, il belga Eddie Merckx. Nel 1966 tocca a Gianni Motta tenere alti i colori italiani al Giro:
Eddie Merckx I° nel 1968vince su 3976 chilometri con 3’57" di vantaggio davanti a Zilioli, Anquetil, Jimenez e Gimondi. Merckx vince nel 1968 il 51° Giro, una gara con forti problemi di doping: saranno squalificati Gimondi, classificatosi terzo, e Motta: è il primo belga che abbia scritto il proprio nome nell’albo d’oro del Giro d’Italia. Lo scriverà ancora nel 1970, nel ’72, nel ’73 e nel ’74. Quest’ultima è la sua quinta vittoria e si avvicina così al record di Binda e Coppi. Il 1975 è l’anno della vittoria di Fausto Bertoglio: sui ripidi tornanti dello Stelvio si ripropone una delle ultime e più incredibili vittorie di Fausto Coppi, ma in questo caso il "nemico" è Francisco Galdos. Nel 1976 il già citato Gimondi vincerà, portandosi così a 128 gare ciclistiche vinte in tutta la sua carriera da professionista. Diversi anni dopo la situazione cambia: non si approda più al ciclismo professionistico per bisogno, ma per vera e propria passione, come nel caso di Giuseppe Saronni, vincitore nel 1979 e nel 1983: Magni lo soprannominerà "Girardenghino", ha cominciato a correre a 15 anni ed è figlio di sportivi. Nel 1980 vincerà la classifica a punti, mentre il Giro andrà a Hinault, francese, con arrivo in piazza Duomo a Milano dopo una lunga tappa cittadina. Sempre Hinault vincerà nell’82 e nell’85.
Nell’84 sarà la volta di Francesco Moser: sebbene sia partito con 1’21" di ritardo sul suo nemico Fignon nell’ultima tappa a cronometro, Francesco gli infligge alla fine un distacco di 2’19". Nel 1986 tocca a Roberto Visentini: percorre i 3850,600 chilometri del Giro in 102 ore e 34 minuti, secondo Saronni e terzo Moser. Il Giro del 1987 è invece una tragedia per gli sportivi italiani: il primo classificato è Stephen Roche, seguito da Millar, Breuking e Lejarreta. Il primo italiano è Giupponi, classificatosi al quinto posto. Il primo americano a vincere il Giro d’Italia è invece Andrew Hampsten: insieme a Lemond, vincitore nel 1986 del Tour de France, ha avuto il merito di far scoprire la bicicletta da corsa agli americani. Spettacolare la vittoria di Laurent Fignon nel 1989, maglia rosa per nove giornate consecutive al 72° Giro.
Quella degli anni ’90 è storia recente: tutti ricordano personaggi del calibro di Franco Chioccioli, Miguel Indurain, Gianni Bugno e Claudio Chiappucci, Evgeni Berzin. Quest’ultimo si aggiudica il Giro del 1994 davanti al nuovo asso del ciclismo del bel paese, Marco Pantani. Nel 1997 sarà la volta di Ivan Gotti, così come nel 1999, seppure quest’ultima sia stata una vittoria molto fischiata. Nel 1998 tocca a Marco Pantani superare i suoi grandi avversari, Zuelle e Tonkov.

Visentini nel 1986      Roche nel 1987      Hamsten, il primo americano a vincere il Giro (1988)