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Anno 12
Numero 27
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Turismo
IL XX MUNICIPIO DI
ROMA: L’ARCHEOLOGIA VIVE IN SUPERFICIE
La conoscenza e la scoperta di un territorio noto a tutti
ma conosciuto da pochi
Vincenza
Iorio
Uno
studio approfondito è stato commissionato dal XX Municipio di Roma alla
scrivente con lo scopo di recensire i monumenti ed in generale i beni culturali
presenti nel suo territorio, di per sé molto vasto e per giunta dalle mille sfaccettature.
Confina ad Est con il IV Municipio, a Nord con i Comuni di Riano, Sacrofano,
Formello, Campagnano di Roma ed Anguillara Sabazia, ad Ovest con il XIX
Municipio ed a Sud con i Municipi XVII e II sempre del Comune di Roma. E’ poi
attraversato da cinque grandi strade, la Via Tiberina, la Via Flaminia, la Via
Cassia, la Via Trionfale e la Via Braccianese (antica Via Clodia o Via Claudia),
il cui percorso corrisponde approssimativamente a quello delle cinque grandi vie
di età romana delle quali conservano ancora il nome latino italianizzato. Fra
le grandi vie non si deve inoltre dimenticare il fiume Tevere, il cui percorso
ha diverse volte messo a rischio la via Flaminia.
Le strade mettevano in comunicazione l’antica Roma con i territori
dell’Italia Centrale e lungo il loro percorso furono costruiti ponti,
sepolcri, impianti di produzione, fattorie, ville di lusso, templi ecc…, i cui
resti oggi sono ancora in parte visibili.
Durante il Medioevo, le stesse continuarono ad avere la loro importanza
strategica ed
in alcuni punti del loro percorso sorsero torri di difesa e di vedetta, elementi
caratterizzanti della Campagna Romana. Anche durante l’Età Moderna e l’Età
Contemporanea queste strade non sono state mai abbandonate ma anzi spesso si è
assistito alla trasformazione delle strutture antiche per venire incontro alle
nuove esigenze delle famiglie nobili che erano proprietarie delle tante tenute
nelle quali la Campagna Romana era stata frazionata.
Purtroppo non sempre le trasformazioni sono avvenute rispettando le strutture
precedenti per cui con il passare degli anni si è assistito ad un
depauperamento del patrimonio archeologico, storico ed artistico del territorio,
fenomeno che si riscontra in tutte le grandi metropoli e che vorremmo non si
verificasse più.
Fra le emergenze archeologiche comprese nell’ambito del XX Municipio
sicuramente non si può escludere il Parco di Veio, che comprende il cosiddetto Agro
Veientano, dominato dall’omonima città etrusca e
caratterizzato da componenti naturalistiche, paesaggistiche e storico-culturali
di notevole pregio. Elementi di grande interesse archeologico oltre all'abitato
ed alle necropoli di Veio sono alcune grandi ville di epoca romana fra le
quali la Villa di Livia, la Villa di Lucio Vero e altre strutture come il
sepolcro dei Nasoni, la Tomba dei Veienti, il sepolcro di Vibio Mariano, l'arco
di Malborghetto oltre ad ulteriori strutture insediative poste in diverse zone
del parco. Di epoca medievale e rinascimentale, oltre alla vetusta Domusculta
Capracorum, sono gli insediamenti
di Isola Farnese, di Tor Vergara, della Crescenza, della Storta e della
Giustiniana, più una serie di strutture minori di difesa e sfruttamento
agricolo del territorio lungo le principali direttive viarie. Gli aspetti
naturalistici sono vari e ricchissimi rispondenti all'articolata
morfologia del territorio. Nella porzione settentrionale prevalgono i boschi
misti dominati da cerri che rappresentano oltre il 90% della vegetazione
boschiva. Lembi di lecceta sono sparsi in tutto il territorio del Parco in
presenza di affioramenti tufacei caratterizzati da una marcata aridità dei
suoli. La vegetazione lungo le vie dei fossi rispecchia le
associazioni vegetali tipiche degli ambienti umidi con presenza di pioppi,
salici, ontani e farnie. Interessanti risultano poi, dal punto di vista
floristico, le numerose forre che attraversano il territorio del Parco e sono
caratterizzate da carpini, noccioli e cerri. L'agricoltura, che rappresentava per gli etruschi
insieme al commercio
il cardine dell'economia, malgrado le tante trasformazioni avvenute attraverso i
secoli ancora oggi caratterizza fortemente il paesaggio di questo territorio.
Ricca e diversificata è anche la fauna
del parco di Veio che include alcune specie di valore comunitario quali ad
esempio la Salamandrina dagli occhiali, il Cervone, il Ghiozzo di ruscello, il Nibbio bruno e il Martin pescatore.
In epoca romana, il distacco della Via Tiberina dalla Via Flaminia avveniva
probabilmente in corrispondenza di un compitum
con fontana ubicato alle pendici meridionali della collina occupata dalla
Villa di Livia. A parte l’afflusso dei prodotti agricoli e di allevamento dal
luogo di produzione a Roma, sul fiume venivano trasportati materiali da
costruzione, in particolare il tufo delle grandi cave del sistema di Grotta
Oscura, il legname dalle regioni interne, e prodotti laterizi dalle fornaci
dislocate presso le cave di argilla nella valle del Tevere. Testimonianze
archeologiche sono note da documentazioni di scavo, con necropoli, ville romane,
come quella scoperta durante alcuni lavori all’interno del Cimitero Flaminio,
torri di guardia, cisterne, stipi votive, cave di tufo, necropoli etrusche, come
quella nell’ambito del casale di Procoio Nuovo.
La via Flaminia, invece, nel Medioevo era nota anche come Via Ravennana poiché
metteva in comunicazione Roma con la Romagna, dove Ravenna rappresentava uno dei
centri maggiori. Durante l’Età Repubblicana, l’antica Via Flaminia usciva
dalla cinta delle mura serviane ai piedi del Campidoglio attraverso la Porta
Fontinalis per poi dirigersi verso Nord, verso l’attuale Piazza del
Popolo. Durante il regno dell’imperatore Aureliano (270-275 d.C.), il primo
tratto della Via fu inglobato dalle mura fatte costruire da questo imperatore
per cui nel tratto murario in corrispondenza della Via Flaminia fu aperta una
porta che era indicata come Porta Flaminia,
corrispondete all’odierna Porta del Popolo. La Via Flamina era una delle più
frequentate strade romane e fu costruita alla fine del III secolo a.C. (nel 223
o 220 a.C.) per collegare (attraverso la valle del Tevere, l’Agro Falisco,
l’Umbria ed il Piceno) Roma con l’Ager
Gallicus, corrispondente a parte
delle attuali regioni di Abruzzo, Marche ed Emilia Romagna, che in quegli anni
il console Caio Flaminio, da cui essa derivò il nome, annetteva al territorio
della Repubblica Romana: la stazione terminale della via, Arimunum, l’attuale città di Rimini, fu la base operativa per la
conquista della Gallia Cisalpina. La Via doveva consentire di raggiungere nel
minor tempo possibile, per ragioni prevalentemente di ordine militare o
amministrativo, zone di confine da colonizzare nell’ambito della politica
espansionistica della Roma Repubblicana; molto spesso però questa strade
lastricate ricalcavano più antichi percorsi, in genere naturali e che erano
stati frequentati anche dalle popolazioni che vivevano nei loro pressi prima
dell’arrivo dei Romani. Uno fra i principali monumenti della via è senza
dubbio Ponte Milvio, in latino Pons
Mulvius, menzionato per la prima volta dallo storico Tito Livio come già
esistente nel 207 a.C. e nel 109 a.C. fu restaurato dal censore M. Emilio Scauro
quando fu innalzato sul lato verso Roma un arco. Nel Medioevo si cominciò a
trasformare il nome del ponte che da Milvio diventò “Molvio” e “Mollio”
fino al XIV secolo, quando era noto come Ponte Molle. Oggi si presenta con un
grosso torrione quadrato, ultima testimonianza delle tante trasformazioni che il
ponte subì soprattutto nel Medioevo quando fu fortificato come attestano alcune
delle numerose immagini che lo ritraggono. Non lontano dal ponte, verso Nord
sono ancora visibili i resti di muri di contenimento in blocchi di tufo che
racchiudevano il basolato di un imponente argine a gradoni nel quale è inserito
uno dei cippi di delimitazione dell’alveo del Tevere, con i nomi dei censori M.
Valerio Messalla e P.
Serviulio
Vatia Isaurico, ripetuti, ma in
ordine diverso, su entrambe le facce. Ponte Milvio è spesso ricordato dagli
storici romani poiché molti furono gli episodi che si svolsero nei suoi pressi
tra i quali il più famoso è sicuramente quello legato allo scontro tra
Massenzio e Costantino, il 28 Ottobre 312 d.C. che vide la vittoria di
quest’ultimo e l’inizio quindi del suo impero. Sempre utilizzato, nel corso
dei secoli fu spesso restaurato, compreso l’importantissimo
restauro eseguito da Giuseppe Valadier all’inizio del XIX secolo, sotto
il pontificato di papa Pio VII, in seguito ad una devastante inondazione come
ricorda l’iscrizione che ancora oggi si conserva. Il Valadier fece anche
abbellire il ponte posizionando alcune statue raffiguranti Cristo, San Giovanni
Battista, l’Immacolata e San Giovanni Nepomuceno. Nella stessa zona sono
quindi venuti in luce resti di un ponte romano, di alcune necropoli, spesso di
soldati, forse per la presenza in zona di postazioni militari di epoca
imperiale.
Sempre lungo la via Flaminia sono notevoli anche alcune costruzioni di inizio
Novecento, come Villa Brasini, il ponte di Tor di Quinto dell’architetto
Cafiero, il Circolo Aziendale RAI, spesso andando ad occupare territori
pertinenti agli Horti del poeta Publio
Ovidio Nasone che erano ubicati in questa zona; da non dimenticare la Torre
Lazzaroni, al di sopra di un mausoleo di epoca romana; ampi tratti della via
Flaminia antica con i suoi diverticoli, per non dimenticare la Torre di Quinto
ed il Monte delle Grotte. Ancora le zone di Saxa Rubra e di Grottarossa, la
tomba dei Nasoni e quella di Fadilla, in un susseguirsi senza soluzione di
continuità di ville e sepolcri, come nella migliore tradizione romana, ben
esemplificata, ancora dal mausoleo de La Celsa e dalla imponente Villa di Livia,
a Prima Porta. Fino ad arrivare alla località di Pietra Pertusa ed all’Arco
di Malborghetto, emergenza archeologica di altezza notevole, un pò soffocata
dalla ferrovia e dal traffico moderno, e nel cui interno si trova un
interessante antiquarium. L’arco
sarebbe stato costruito come ex voto nel luogo dove Costantino aveva il suo
accampamento e quindi nel luogo in cui aveva dormito la notte prima delle
celebre battaglia contro Massenzio, quando gli apparve la visione del monogramma
di Cristo che fece poi replicare su tutte le armi dei suoi soldati.
La via Cassia oggi come in antico collega Roma con Firenze ed ha origine a Ponte
Milvio da dove si stacca dalla Via Flaminia. Il nome della strada deriva da
quello del suo costruttore che deve essere identificato con Lucio Cassio Longino
Ravilla, console nel 127 a.C. o con Caio Cassio Longino, console del 154 a.C. A
partire dal VI secolo d.C., la Via Cassia iniziò a subire un ridimensionamento
poiché contemporaneamente la non lontana Via Flaminia accrebbe la sua
importanza dovuta ad un maggiore interesse nel quadro delle egemonie politiche
dei primissimi secoli del Medioevo, ma con l’arrivo dei Longobardi in Italia
(568 d.C.) e soprattutto con la fondazione del Ducato di Spoleto nel 578 d.C. la
Cassia riuscì a mantenere ancora in parte la sua importanza come arteria di
collegamento tra lo stesso Ducato ed i territori dell’Italia
centro-occidentale. Con la sconfitta dei Longobardi ad opera dei Franchi nel 774
d.C., la Via, che iniziò ad essere chiamata Via Francigena, ebbe di nuovo una
grande importanza poiché costituiva il percorso di collegamento più rapido con
il Nord e soprattutto con la Francia. Anche qui il panorama non doveva differire
molto da quello classico: sono note sepolture nella zona della Camilluccia, come
quella appartenente alla famiglia Caesia, proprietaria
di terreni nella zona tra la Via Flaminia e la Via Cassia, e quella appartenente
alla famiglia Memmia. Diverticoli
stradali che univano la via principale con la via Trionfale; sono poi presenti
molte ville, fra cui la Tre Colli e la Cidonio, il casale della Camilluccia, per
lo più in cotto; quindi la Villa dell’imperatore Lucio Vero, nel parco di
Villa Manzoni; la cosiddetta Tomba di Nerone, effettivamente apparteneva a
Publio Vibio Mariano, funzionario imperiale, del quale, nell’epigrafe, è
ricordato il suo cursus honorum, cioè
l’elenco delle cariche ufficiali che aveva rivestito quando era vivo, e della
moglie Regina Maxima. Quindi lo
svincolo della via Veientana, anch’essa costeggiata da numerosi edifici, sia
abitativi sia sepolcrali: all’incrocio tra la Via Cassia e la Via di
Grottarossa, il 5 Febbraio 1964 si rinvenne una tomba con all’interno un
sarcofago figurato contenente una mummia di una bambina, nota nella letteratura
archeologica come “La Mummia di Grottarossa”. Il sarcofago si data tra il
160 ed il 180 d.C. ed è decorato con la scena di caccia di Enea e Didone.
Secondo alcuni studiosi, la mummia, oggi esposta al Museo Nazionale di Palazzo
Massimo, doveva appartenere ad una bambina che probabilmente non aveva ancora
compiuto i sette anni, come si può notare dal tipo di orecchini che portava.
Forse apparteneva alla gens Cornelia
poiché aveva un anello con un’incisione della Vittoria, divinità protettrice
di questa gens. All’interno del
sarcofago era presente anche una bambola in avorio, interpretata come un dono
prezioso che era stato regalato alla fanciulla o come una sua bambola che portò
quindi con sé nel suo ultimo viaggio. Inoltre in base agli studi condotti si è
ipotizzato che la fanciulla fosse morta di tubercolosi.
Paesaggistici il Casale della Giustiniana, con la sua chiesa, il complesso della
Castelluccia, il casale della Spizzichina, la torre delle Cornacchie, il
complesso de La Storta.
Presenti le stationes per il cambio
dei cavalli ed il rifocillamento dei viaggiatori, catacombe: quindi le imponenti
vestigia della città etrusca di Veio. con le sue strade, il santuario di
Portonaccio, le mura, l’acropoli di Piazza d’Armi, le sue necropoli, il
Ponte Sodo... Nelle immediate vicinanze si trova di borgo di Isola Farnese, il
cui nome deriva dalla conformazione del suolo sul quale si trovava il primo
insediamento. Altrettanto antico il borgo di Cesano.
Di più recente memoria storica la Villa dell’Olgiata, all’interno della
quale il 23 ed il 24 Giugno 1940, all’inizio della II Guerra Mondiale, fu
firmato l’armistizio tra l’Italia e la Francia.
Paesaggisticamente parlando non va sicuramente dimenticato il lago di Martignano
con la sua omonima tenuta e la foresta sommersa di querce allo stato sub
fossile, che testimonia una variazione del livello del lago datata, in base alle
analisi effettuate sui campioni prelevati dai tronchi, tra l’inizio del II ed
il VI secolo d.C.
Quindi il primo tratto della Via Clodia, fino alla Località La Storta, coincide
con la Via Cassia; dopo il distacco, le due strade si ricongiungono in prossimità
di Capranica, in provincia di Viterbo.
L’antica Via Clodia fu progettata per mettere in comunicazione Roma con l’Etruria
Nord-Occidentale e fu costruita probabilmente tra la fine del III e gli inizi
del II sec. a.C., in relazione alla conquista romana del territorio terminata
intorno al 280 a.C.
Un problema particolare di incerta soluzione è costituito
dall’identificazione del magistrato che costruì la Via e da cui questa prese
il nome: molti sono infatti i magistrati che gli studiosi ipotizzano come
costruttore della Via ed in particolare Caio Clodio Canina, console nel 273
a.C., Aulo Claudio Russo, console nel 268 a.C. e Caio Claudio Centho, censore
nel 225; tutti i personaggi storici proposti possono essere messi in relazione
con la penetrazione romana nel territorio dell’Etruria Meridionale Interna.
Dal percorso incerto, la Via Clodia era quindi un asse per la penetrazione
interna dell’Etruria, tra la Via Aurelia e la Via Cassia e lungo di essa
sorsero numerosi insediamenti sparsi e ville rustiche la cui funzione principale
era lo sfruttamento agricolo del territorio circostante. Svolse poi un ruolo
importate anche dopo la formazione
in Italia dei regni bizantino e longobardo poiché la strada funzionò di fatto
come linea di demarcazione dei territori di questi due importanti regni. Nei
secoli successivi, il tracciato lungo il quale si snoda la Via Clodia vide il
sorgere di strutture difensive, come i casali fortificati, elementi
indispensabili per la sopravvivenza del territorio e la cui presenza si registra
fino agli anni a noi più vicini.
Questa una breve sintesi di uno studio assai complesso e lungo che si auspica
sia di spunto sia per la conoscenza del territorio da parte della cittadinanza
sia da parte delle amministrazioni che, consapevoli del patrimonio che rientra
nei loro territori, ne pianifichino lo sviluppo con sempre maggiore accortezza e
lungimiranza.
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