|


Prima
pagina
Editoriale
Attualità
Cultura
Costume
Spettacolo
Personaggi
Turismo
Salute
Sport
Agenda
Oroscopo
Curiosità
Consulente
Giardinaggio
Cucina
Dentino
avvelenato
I
nostri link
E-mail
Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
| |

Turismo
LE STANZE DEL TEMPO SOSPESO
a Serra de’ Conti il primo museo delle sepolte vive
Maria Maddalena Regno
Serra de’ Conti, in provincia
di Ancona e sbrigativamente conosciuto come “il paese delle monache”, è un
piccolo centro situato a 216 m sul livello del mare, alla destra della valle
del Misa, che ancora conserva in
parte l’aspetto medievale di città murata con mura, torri, i resti di una
rocca, la chiesa gotica di San Michele risalente al 1200 e in parte rimaneggiata
e la chiesa barocca della Maddalena con annesso convento delle suore francescane
clarisse. Proprio accanto a questo convento, che ospita una dozzina di monache,
curato dalla storica Amelia Mariotti Puerini è stato aperto il museo “Le
stanze del tempo sospeso”, che racconta la vita quotidiana delle suore che si
sono succedute nei quattrocento anni di vita del convento.
Il museo presenta una vasta raccolta di oggetti che servivano alle monache per
la loro attività quotidiana, che era fatta di silenzio e preghiera, ma anche di
lavoro: telai, tomboli, mortai, cuccume e alambicchi per tingere, fiori di seta
e statuine di cera, vasetti che contenevano i semi delle piante da ripiantare
perché “già tre secoli fa le asce degli
speculatori devastavano le colline circostanti abbattendo alberi” e una suora
faceva raccogliere ai contadini i semi per ripiantarli “perché farfalle,
uccelli, ghiri e caprioli potessero ritrovare il loro habitat naturale”.
Queste notizie, e molte altre ancora,
si apprendono grazie ai walkman che accompagnano per tutta la visita
raccontando, con la voce delle attrici della compagnia Koiné, i segreti
messaggi dei tocchi e delle scampanellate, dei colpi di battitrangola, un
aggeggio di legno usato durante la Quaresima quando la regola del silenzio è più
che mai osservata: il nome di ogni suora corrisponde ad un certo numero di
colpi, per chiamarsi non servono le parole. I pensieri,
le gioie, le ansie e i dolori delle “sepolte vive” sono stati
raccolti, ordinati e sceneggiati dalla curatrice del museo, che per cinque anni
ha analizzato puntigliosamente le centinaia di documenti giacenti
nell’archivio del museo.
Il monastero della Serra ha tradizione colta ed aristocratica, nel seicento
ospitava le rampolle delle più ricche famiglie romane che si monacavano, e sono
esposte vestigia delle loro ricche doti, la corrispondenza con i parenti. Oltre
alla dote delle suore più ricche e dai lasciti, il sostentamento delle suore
era assicurato dall’orto, infatti vendevano le verdure che producevano, e
pagavano con dolcetti, pagnotte e tagliolini, vino, e lardo gli aiuti che
arrivavano dall’esterno. Dai registri meticolosamente
tenuti dalla suora dispensiera apprendiamo che la “beccamorta”, la donna che
le avrebbe vestite e composte nella bara, era pagata con “due piattelle di
tagliolini, due pagnotte bianche, una brocchetta di vino, due scodelle di fave e
un pezzo di lardo”. Chi partecipava alle esequie delle suore, riceveva sei
pagnotte.
Ma non solo ricche e colte fanciulle aristocratiche erano accolte. La leggenda,
reale, del convento e del paese è suor Maria Giuseppina, detta la “Moretta”
perché era nera. Nata come
Zeinab Alif in un villaggio del Sudan, a otto anni fu rapita e venduta come
schiava. Fu don Nicolò Olivieri, fondatore della Pia Opera per il Riscatto
della fanciulle di colore che la salvò, portandola in Italia dove nel 1874, a
ventinove anni, la ragazza prese i voti. Nel 1894 la Moretta giunse a Serra e
nel 1910 diventerà badessa del convento, amata dalle consorelle e dalla
popolazione. Suor Maria Giuseppina suonava l’organo con grande passione e,
raccontano i vecchi del paese a quel tempo bambini, loro restavano per ore sotto
le mura del torrione ad ascoltare la musica sperando che non finisse mai. Morì
il 24 aprile del 1926 e si racconta che fece alle consorelle la promessa di dare
loro un segno non appena fosse giunta in Paradiso. Era spirata da poco che la
campana del convento iniziò a suonare a lungo, senza che nessuno tirasse la
cordicella. Ora è beata, in attesa di canonizzazione. I ragazzi del paese
ricordano con gioiosa commozione i dolcetti preparati dalle monache, a forma di
stella e conchiglia, profumati di cannella.
Vita triste quella delle sepolte vive? Sembra di no. La curatrice del museo
intereattivo parla di un mondo gioioso, intensamente spirituale, niente affatto
isolato ma bensì integrato nella comunità cittadina.
Per informazioni: tel. 800. 43.93.92 – 0731. 871.711
Già che ci siete, ricordate che vi trovate a pochi chilometri da Arcevia,
gioiellino che conserva tratti delle mura, il palazzo del Podestà, la chiesa di
San Francesco, la collegiata di San Medardo con opere
di Luca Signorelli e di Giovanni di Andrea della Robbia, i resti di una
rocca, nei cui pressi è situata una stazione preistorica neolitica e una
necropoli dei Galli Senoni di cui
era un centro importante nel IV-V sec. a.C. L’antica cittadina fu donata da
Carlo Magno alla Chiesa. S’ingrandì quando concesse ospitalità ai profughi
di Ancona e Senigallia che fuggivano per sottrarsi alle scorrerie dei Saraceni.
Nel medioevo era conosciuta come Serra Contrada, fu fortezza importante per i
papi e gli Sforza che la consideravano imprendibile e chiave per l’accesso
all’Umbria e alle Marche. L’attuale nome lo diede papa Pio VII nel 1816.
Nelle vicinanze ci sono anche le Grotte di Frasassi, se ancora avete
voglia di fare chilometri ad una mezz’ora di auto c’è Senigallia.
|