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Anno 8
Numero 23
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Turismo
PADOVA
tra leggenda e santità
Almalinda Giacummo
Una leggenda medievale narra
che Padova fu fondata 1184 anni prima di Cristo dal troiano Antenore, qui
sepolto vicino alla Porta Altinate, ed un vecchio detto la definisce “città
del caffè senza porte, del prato senz’erba, del Santo senza nome”. Il caffè
si riferisce al Caffè Pedrocchi, edificio in elegante stile neoclassico sorto
nel 1831 ad opera dello Iappelli; le sue sale sono aperte 24 ore su 24, quindi
“senza porte”, ed ospitarono violenti scontri nel Risorgimento, compreso
quello che l’8 febbraio 1848 diede inizio alla sommossa. “Senza erba” è
il Prato della Valle, una grande piazza ellittica con l’isola Memmia, un bel
giardino alberato, al centro di un canale circondato dalle statue dei 78 più
eminenti cittadini patavini. Il Santo per eccellenza è Sant’Antonio, qui
celebrato nella splendida basilica.
Ma andiamo con ordine: si tratta dell’antica Patavium, fondata
probabilmente dai Veneti e creata municipio romano nel 49 a.C. Decaduta durante
le invasioni barbariche ad opera di Alarico, Radagaiso e forse Attila, fu
assoggettata dagli Ostrogoti di Teodorico. Fu poi bizantina per poco più di
mezzo secolo per diventare infine città del longobardo Agilulfo.
Una
forma di rinascita si ebbe con la conquista franca della fine dell’VIII
secolo, poi subì le scorrerie degli Ungari. Divenne Comune nel XII secolo;
partecipò alla lotta contro Federico Barbarossa alleandosi con Verona, Vicenza
e Treviso nella cosiddetta lega veronese, per poi fondersi con quella lombarda.
La sua Università fu creata nel 1232, subito dopo la prima, quella di Bologna,
il suo elemento più noto è il Teatro Anatomico, fatto costruire nel 1594 dal
Fabrici, a forma di vasto imbuto a ripiani scanditi dal ritmico allargarsi delle
balaustre in legno. Il passaggio alla Signoria non fu indolore: si compì con
l’affermazione della famiglia dei Carraresi (o da Carrara), presenti fino al
1405. Perdette infine il suo predominio con l’annessione a Venezia, anche se
ebbe una maggiore importanza economica e culturale. Occupata dai Francesi nel
1797, fu ceduta all’Austria per il trattato di Campoformio: seguì poi le
vicende di Venezia entrando a far parte del Regno d’Italia nel luglio del
1866.
I suoi monumenti sono uno più celebre dell’altro; abbiamo citato la Basilica
del Santo: ha una facciata romanica, sei cupole emisferiche e due campanili a
forma di minareti, che le danno un aspetto orientaleggiante. All’interno,
nella parte alta corre un matroneo, mentre alla base sono molte cappelle, spesso
intitolate alle varie nazioni che ne pagarono gli affreschi. Vi è conservata
l’arca di marmo verde che racchiude la cassa d’argento con il corpo del
frate francescano Antonio, di origine portoghese, che morì nel 1231 in una
cella del convento di Arcella, alle porte di Padova. Fu scelto dalla popolazione
come patrono per le sue prediche e per la fama di guaritore miracoloso: dopo la
sua canonizzazione, eressero la Basilica per custodirvi le spoglie. I lavori
durarono diversi anni, tanto che la facciata fu conclusa solo nel secolo
successivo. L’altare centrale, costruito nel 1443-1450 da Donatello,
fu distrutto e ricomposto solo nel XIX secolo dal Boito, che ne inglobò i
bronzi del Cristo, della Vergine e dei Santi, oltre alle formelle dei Miracoli
del Santo e della Deposizione. Vicino alla chiesa sono i quattro chiostri del
XIII e del XV secolo. Nella piazza antistante si trova la statua equestre del
Gattamelata, opera di Donatello. La vedova ed il figlio del condottiero Erasmo
da Narni, detto appunto il Gattamelata, incaricarono Donatello, con ben 1650
ducati d’oro di spesa, di erigere la statua del loro defunto congiunto.
L’artista espresse nel volto del personaggio l’ideale immagine che egli
aveva del principe umanista: la statua viene considerata il capolavoro di
Donatello.
Un miracolo pittorico si trova nel Battistero di Padova: si tratta
dell’affresco di Giusto de’ Menabuoi con i Santi aureolati assunti alla
gloria dei cieli, disposti a raggiera intorno alla figura del Cristo
benedicente. Notevole anche il ciclo di un centinaio di episodi biblici dello
stesso pittore (1376-1378) che ornano la forma a pianta quadrata di questa
costruzione romanica del XIII secolo.
Ma non finisce qui: da vedere sicuramente è la chiesa degli Eremitani: si
tratta di una costruzione romano-gotica con il caratteristico soffitto a carena
di nave, tipico dell’architettura veneta del XIV secolo. All’interno sono
conservate opere di pittori quali Mantegna, Giovanni d’Alemagna, Vivarini,
Guariento, Giusto de’ Menabuoi: il portale rinascimentale con protiro pensile
ha sculture raffiguranti i Mesi opera del Baroncelli. La chiesa è ospitata
all’interno dell’Arena, l’anfiteatro di epoca romana cui si accedeva
attraverso un arco merlato.
Il
Duomo fu ricostruito, alterando il disegno originale di Michelangelo, nel 1552 e
presenta una facciata grezza ed un interno di maestosa semplicità. Santa
Giustina, invece, si affaccia sul Prato della Valle: è rinascimentale con otto
cupole a ricordo di schemi orientali e si tratta di una delle più grandi chiese
della comunità cristiana. All’interno è ancora visibile parte di un edificio
più antico, di V-VI secolo, e l’opera più importante ivi conservata è la
Pala di S. Giustina, di Paolo Veronese, in fondo all’abside. Da non
dimenticare è Santa Sofia: si tratta della chiesa più antica di Padova, del IX
secolo e si ricollega al gusto bizantino di alcune chiese della laguna veneta.
Tipici sono i nicchioni ciechi della facciata e quelli leggermente più profondi
dell’abside.
Passando al pagano, notevole è il Palazzo della Ragione: detto comunemente il
Salone per l’unica immensa sala che si erge al di sopra del loggiato
trecentesco, presenta un soffitto a carena con lato di 27 m, realizzato dal
frate architetto Giovanni degli Eremitani in nervature di legno coperte da
lastre di piombo. Il salone è decorato da affreschi eseguiti, tra gli altri, da
Giusto de’ Menabuoi: chiusi in elaborate cornici si trovano i mesi dell’anno
con i segni zodiacali ed i lavori agricoli corrispondenti, scene di giustizia ed
animali che servivano da riconoscimento, da parte dei vari giudici, dei seggi
loro spettanti. Dentro la grande sala si trova la copia in legno del cavallo del
Gattamelata, fatta fare da Annibale Capodilista per una giostra e, tra le altre
opere, la statua in marmo di Lucrezia Dondi, virtuosa gentildonna che si fece
uccidere pur di non tradire il marito. Il Palazzo domina le due piazze, delle
Erbe e della Frutta, dove ancora oggi il mercato genera colori, odori e
schiamazzi come un tempo.
La
Piazza dei Signori è luogo di piacevoli passeggiate estive e di locali
affollati durante l’inverno: il centro della città, dove già in epoca romana
si svolgevano i commerci, è dominato dalla mole del Palazzo del Capitanio,
nella cui facciata è inglobata una torre con incastonato uno dei più antichi
orologi d’Italia, ideato nel 1344 e rifatto nel 1427-37.
Naturalmente parlando, l’Orto Botanico di Padova è il più antico d’Europa
ed uno dei più belli del mondo. Fondato nel 1545, mantiene al suo interno un
albero (Vitex) fin dal 1550: si
conservano la palma che Goethe studiò durante il suo viaggio in Italia ed una
magnolia tra le più antiche d’Europa.
Padova è senz’altro uno dei migliori esempi di città con portici. Questi
costeggiano la maggior parte delle strade,
sono continui al punto che senza un po' d'impegno è estremamente
difficile vedere le facciate dei vari palazzi. Certo è, che facilitano le
passeggiate con ogni tempo, che piova o che il sole sia intenzionato a spaccare
le pietre: un facile e scontato esempio è sicuramente via Roma, una delle
strade più caratteristiche ed animate della città veneta. Da casa Olzignani,
edificio dalle molte polifore con cornici in pietra berica, si raggiunge il
palazzo dell’Università, o Bo, passando davanti alla chiesa romanico-gotica
di S. Maria dei Servi, costruita al posto della casa di un di Carrara traditore
della patria, ed il Ponte delle Torricelle dove, contemporaneamente ad Ezzelino
da Romano, si trovavano due piccole torri con una porta. Passeggiando
passeggiando si possono ancora vedere il Bastione della Gatta, così chiamato
per il lancio delle gatte che i padovani effettuarono contro i “gatti”
(macchine da guerra) dell’esercito di Massimiliano d’Austria (1509), il
fiume Bacchiglione, con i tre rami del Roncaiette, Piovego e Battaglia, e la
Loggia Cornaro in via Cesarotti, capolavoro del Falconetto e scenografia ideale
alle opere argute del Ruzante.
Tappa obbligatoria il Museo Civico, che conserva, tra le altre, opere di
Tiziano, Tiepolo e Bellini, senza dimenticare Giotto, la scuola di S. Antonio e
la Cappella degli Scrovegni.
Casa
mangiare a Padova? Risi e bisi, cioè piselli, risi e figadini (fegatelli),
bigoli coi rovinazzi, degli spaghetti fatti in casa con ragù di rigaglie di
pollo, pasta e fasoi. Fondi di carciofi con prezzemolo, aglio e brodo, zucca
gialla in marinata, fiori di zucca e di gaggia a frittella; poi cotolette di
sardine fresche, bacalà conzo, cioè lessato e condito con prezzemolo, aglio ed
olio, cappone lesso, anatra in salsa di aglio, soppressa ed acciuga tritata, oca
in pignatto, cioè cotta con aglio, olio, alloro e rosmarino e poi conservata a
strati nel proprio grasso per tutto l’inverno, la pastissada di manzo marinato
in vino rosso, cipolla, sedano, carota, rosmarino, chiodi di garofano, cannella,
concentrato di pomodoro, cotta e servita con polenta; per finire con gli zaleti
(semolino di farina gialla), gli sfoiadini (dischetti sovrapposti di pasta
sfoglia) e lo schizoto, una semplice focaccia senza lievito. Tutto da servire
con gli eccellenti vini dei colli Euganei, usando il Moscato di Arquà per il
dolce.
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