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Anno 12
Numero 7
Direttore responsabile
Antonia Geninazza
Registrazione Tribunale di Roma n° 542/98 del 18.11.1998
Arcobaleno è una testata regolarmente registrata, ne è vietata la
riproduzione, anche se parziale, senza preventiva autorizzazione.
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Turismo
SANTO
DOMINGO
L’antica Hispaniola, la perla delle Antille (1 parte-Storia)
Roberta
Gallina
L’isola
di Santo Domingo comprende due Stati: quello della Repubblica Dominicana e
quello di Haiti, è situata proprio nel cuore dei Carabi e, storicamente, era
conosciuta con il nome di Hispaniola.
Prima della fatidica data del 6 dicembre del 1492, l’isola era abitata da
genti amerinde di due ceppi migratori: i primi venivano dal continente, forse
dallo Yucatan, i secondi, gli Arawak,
dall’odierno Venezuela o dalle foreste dell’Amazzonia; da quest’ultimi
discendevano i Tainos, gli indigeni
che dettero il benvenuto a Cristoforo Colombo. Era un popolo d’indole
pacifica, dedito alla caccia, alla pesca e all’artigianato, vivevano in tribù
fra cui, in caso di pericolo, vigeva un patto di solidarietà verso il nemico
comune. Ogni tribù aveva un capo che esercitava il potere e presiedeva i riti
sacri. Dopo l’approdo alle Bahamas ed a Cuba, Cristoforo Colombo si fermò in
questa nuova isola “…la più bella che abbia mai visto…” disse, colpito
dalla peculiarità della costa. Accolto cordialmente dai Tainos, fondò Fuerte
Navidad, il primo insediamento europeo e, dopo un mese, ripartì a bordo della
Nina, poiché la Santa Maria s’era incagliata sulla barriera corallina, e
si diresse verso la Spagna ad annunciare la scoperta di una nuova terra,
ricchissima d’oro a giudicare dai monili indossati dagli indigeni. Al suo
ritorno, nell’anno seguente, lo accolse un’amara sorpresa: gli spagnoli
rimasti nell’isola erano stati massacrati dai pacifici Tainos, che erano stati
quasi ridotti in schiavitù dai nuovi giunti. L’ammiraglio genovese fondò
Isabela nel 1493, nei pressi dell’odierno Puerto Plata, la cui posizione
geografica permetteva un facile accesso all’interno. Da allora la sorte degli
indigeni fu la stessa toccata a tutti gli altri popoli "scoperti":
ridotti in schiavitù, furono costretti a cercare l’oro nella valle del Cibao
per soddisfare l’avidità europea. Ma i risultati non furono quelli sperati,
l’oro era pochissimo e l’odio tra i popoli aumentava. Colombo dovette
tornare in Spagna con il suo fallimento che lo fece cadere in disgrazia. Nel
secolo seguente ad Hispaniola arrivarono migliaia di coloni per stabilirsi con
le loro famiglie, pronti a sfruttare senza pietà la manodopera indigena in
cambio di civiltà e religione, imposte con metodi discutibili e crudeli, fino
ad arrivare al genocidio commesso dal governatore Nicholas de Ovando.
Con l’introduzione della coltura della canna da zucchero, la richiesta di
manodopera servile crebbe fino al punto che gli indiani non bastarono più.
Furono importati migliaia di schiavi africani, per rimpiazzare i pochi Tainos
sopravvissuti alle malattie europee ed alle condizioni di lavoro disumane.
Un altro fenomeno che interessò l’isola furono le scorribande dei
pirati, che avevano la loro sede nella vicinissima isola della Tortuga: i grandi
galeoni spagnoli, carichi dell’oro insanguinato degli Atzechi o degli Incas,
facevano scalo all’Avana ed erano ghiotte prede per i filibustieri tanto che,
verso la metà del diciassettesimo secolo, le autorità di
Hispaniola spopolarono la parte nord dell’isola con l’intenzione di isolare
il fenomeno. Ben presto i territori isolati furono, anche con l’aiuto degli
stessi bucanieri, occupati da coloni francesi che s’occuparono della
coltivazione del tabacco e della canna da zucchero. La comunità francese andò
crescendo e già verso la fine del secolo s’iniziarono ad accendere rivalità
tra la comunità spagnola e quella degli ultimi arrivati. Nel 1697 si giunse ad
un accordo: i francesi sarebbero rimasti sulla parte ovest dell’isola con il
nome di Saint Domingue, mentre la parte ispanica avrebbe continuato a chiamarsi
Hispaniola. Nell'agosto del 1794, capeggiati da Toussaint Louverture, gli
schiavi insorsero appoggiati Dalla Società Amici dei negri e, solo la
soppressione della schiavitù da parte della Convenzione, febbraio 1794, riportò
la regione alla Francia. Sull'isola, unificata dalla cessione alla Francia
dell'est spagnolo, Toussaint, il
cui vero nome era Pierre – Dominique Toussaint, instaurò una dittatura che
riconosceva solo formalmente l'autorità fracnese. Nel 1802 si trovò a
fronteggiare il generale Leclerc, inviato
da Napoleone che era ben deciso a ripristinare il vecchio regime: Louverture fu
sconfitto e deportato in Francia, a Besancon, dove poco tempo dopo morì. Un
altro negro, Dessalines, espulse i francesi nel 1803 e proclamò l'indipendenza
di Haiti il primo gennaio del 1804, si dichiarò imperatore con il nome di
Giacomo I, ma fu assassinato nel
1806, mentre la parte
orientale dell'isola veniva occupata dagli spagnoli
nel 1808, occupazione ratificata in Francia nel 1814. Tra il 1811 e il
1820, il negro Henri Christophe costituì al Nord un'altra repubblica,
trasformata in regno di cui fu re con il nome di Enrico I, mentre al sud un
mulatto di nome Pétion, tra il 1807 e il 1818 costituiva un'altra repubblica.
L’isola era di nuovo divisa, l’ovest era in mano ai negri guidati da
Jean Pierre Boyer, successore di Pétion, che ispirava la sua politica a quella
di Simon Bolivar (che aveva liberato la Colombia ed il Venezuela dalla presenza
spagnola). Boyer attaccò e liberò la città di Santo Domingo; prima di morire
(1843) ebbe tempo di abolire la schiavitù e di promulgare alcune riforme. Solo
un anno dopo, una rivolta militare guidata da Juan Pablo Duarte proclamò la
nascita della Repubblica Dominicana. Ma anche qui i sogni ebbero vita breve: il
latifondista Pedro Santana, che aveva un vero e proprio esercito privato, tolse
il potere a Duarte e trasformò il nuovo governo in un organismo destinato a
produrre ricchezze per i suoi fini personali. Non solo, restituì anche santo
Domingo alla Spagna e tutti i presidenti che vennero seguirono il suo esempio di disonestà, riducendo l’isola
allo stremo per gli ingenti debiti con l’estero.
All’inizio del secolo scorso gli Stati Uniti del presidente Roosevelt si
fecero avanti per riscuotere il debito che Santo Domingo aveva con l’America:
l’isola divenne una specie di protettorato americano. Dal 1916 al 1924 tutta
l’economia era in mano agli statunitensi che riscuotevano diritti doganali,
tutto era concentrato tra pochi ricchi e lobbies economiche. Nel 1930 salì al
potere Leonidas Trujillo Molina, che instaurò una dittatura trentennale
durissima, durante la quale sognava di creare una nazione bianca, cattolica e
anticomunista. Si è calcolato che solo la famiglia del nuovo presidente
arrivasse a controllare il 70% della produzione dello zucchero e che alcune
centinaia di migliaia di domenicani, contrari o sospetti tali del suo regime,
furono uccisi o imprigionati. Nella sua megalomania Trujillo divenne inviso
all’America, che lo fece “liquidare” dalla CIA. Il potere passò in mano
al figlio, ma anche lui dovette fuggire nella Spagna del generale Franco per non
fare la fine del padre. Finalmente, nel 1962, ci furono le prime elezioni
libere, vinte da un democratico, ma con il pretesto di una possibile invasione
comunista, gli USA ritornano ad impicciarsi dei fatti che non li riguardavano e
ritornarono sull’isola, favorendo una successione di colpi di stato, fino al
1966, anno in cui fu eletto Balanguer, ex uomo di fiducia del defunto Trujillo.
Il nuovo governo, molto conservatore, portò stabilità politica, cercando
equilibrio tra militari, lobbies capitaliste e pressioni americane.
Negli ultimi anni, ridimensionata la paura di Cuba, isolata sul piano economico,
l’economia dominicana si è trasformata: con la tranquillità politica è
arrivato il turismo (portatore di pregiata valuta straniera), favorito anche
dallo splendore delle bellezze naturali e dalle meravigliose spiagge.
FINE
PRIMA PARTE
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