Caserta, la Reggia ed il suo Parco
Caserta, la Reggia ed il suo Parco
Quando la natura architettonica rivaleggia con quella reale
Almalinda Giacummo
Il Parco della Reggia di Caserta è senza ombra di dubbio uno dei panorami più mozzafiato di tutta la penisola. Si tratta di 120 ettari su una lunghezza massima di 3 km, arrampicandosi sulle pendici dei monti Tifatini, dove le idee di Luigi se non completate da lui furono portate a termine dal figlio, Carlo Vanvitelli. Evidentemente il progetto iniziale dovette essere ridimensionato soprattutto per questioni economiche, ma il colpo d’occhio resta comunque ineguagliabile.

Il viale rettilineo parte ufficialmente dalla facciata posteriore della Reggia, anche se la visuale è completa fin da quella anteriore: dopo circa 700 metri si arriva alla rotonda della Fontana Margherita, o del Canestro, camminando in mezzo ad alberi di lecci e canfore. Girando a sinistra si può arrivare al Bosco Vecchio, parte del palazzo Caetani, ed al cui interno si trova la Peschiera Grande, una grande vasca lunga 270 m e larga 105 m circa, progettata dal Vanvitelli e realizzata da F. Collecini nel 1769: qui il re si “esercitava” nelle battaglie navali e nell’arte della pesca. Incamminandosi lungo un viale parallelo al principale si arriva alla Castelluccia, altro luogo di esercizio, una sorta di forte di forma ottagonale utilizzato per insegnare ai giovani governanti i princìpi della guerra, dell’assedio, della battaglia: in origine però era una torre degli Acquaviva che venne modificata dal Collecini nel 1769 e di nuovo nel 1819. Ebbe probabilmente anche funzione di piccola dimora di piacere.

La parte inferiore risulta ottagonale, superiormente invece circolare, così come circolari sono le sale interne con vani finestrati che affacciano su un giardino a gradinate. Nelle immediate vicinanze si trova anche il Palazzo del Boschetto, prima Acquaviva e poi Caetani.
Ritornando sul viale principale e proseguendo dalla fontana Margherita si arriva al Ponte dell’Ercole ed alla Peschiera Superiore, lunga circa 475 m per scarsi 30 di larghezza, alimentata in cima dalla Cascata dei Delfini, opera del Salomone del 1779, dove due delfini ne circondano un terzo con lunghe braccia e grinfie. Costeggiando la peschiera il panorama è meraviglioso, la natura regina, i prati sconfinati, fino alla Fontana dell’Eolo, che in pratica alimenta la sottostante cascata dei Delfini con la sua portata d’acqua: il palazzo dei dio dei venti, opera di Angelo Brunelli, è animato dalle nozze di Teti e Peleo (o Oceano per alcuni), dal giudizio di Paride, dagli amori di Giove e dal matrimonio di Paride, a cornice dell’evento principale, la furia di Eolo che scatena i suoi potenti venti contro i troiani di Enea, quest’ultimo opera anche del Persico, del Salomone e del Violani; al centro si trovano poi ninfe e schiavi soggiogati da pesanti conchiglie. Singolarmente si può entrare nella fontana attraverso un piccolo passaggio posteriore.
Continuando a salire si incontra un’altra cascata preceduta da schiavi, quindi la Fontana di Cerere, o Zampilliera, dove la dea tiene in mano un medaglione con la Trinacria, simbolo della Sicilia, in armoniosa immagine con ninfe, tritoni, delfini e le personificazioni isolate dei fiumi siciliani Simeto ed Oreto (Salomone, 1783).
Quindi ancora prati e dodici rapide che provengono dalla Fontana di Venere ed Adone, dove la dea supplica l’amato di non andare a caccia (Salomone, 1770 – 1780), cosa che invece avverrà e vedrà la morte del giovane ucciso da un nume geloso (Vulcano o Marte?) trasformatosi in cinghiale.
Si sale una scalinata con personaggi intenti a cacciare, fino ad arrivare ai piedi della Grande Cascata, un salto di circa 78 m, dove nel bacino si trovano Diana, le sue ninfe ed Atteone, trasformato in cervo ed assalito dai suoi stessi cani per aver osato guardare la dea intenta al bagno: è opera del Persico, lo stesso dei leoni dello scalone reale della Reggia, mentre l’amore della committenza per la caccia e gli animali è ben riscontrabile nelle fattezze accurate dei due molossi e del levriero del gruppo dei canidi.
Due gradinate salgono fino alla Grotta, arrivo dell’acquedotto carolino, idea di Luigi Vanvitelli attraverso monti e valli per intubare dal monte Taburno le fonti Fizzo, del Bronzo, delle fontane del Duca, di Molinise, Matarano e del Carmignano, per un totale di 40 chilometri circa, necessari per dare alla cascata l’imponente portata originale, oltre ad alimentare la nuova città: oggi la fontana è alimentata con il riciclo dell’acqua. Lungo il percorso dell’acquedotto dovettero essere realizzati almeno tre viadotti, forate sei montagne e scavati venti pozzi: maestosa testimonianza ne sono i Ponti della Valle.
E dalla grotta di gode anche di un panorama mozzafiato…

Se invece dalla cascata di gira verso destra si arriva al Giardino Inglese: opera del botanico inglese Andrea Graefer in onore della regina Maria Carolina d’Austria, consigliata a sua volta dall’ambasciatore britannico lord Hamilton, su un’estensione di circa 30 ettari, vede avvicendarsi platani, palme delle Canarie, cicas, araucarie (Australia e Nuova Zelanda), cedri del Libano, una maclura del Texas, eucalipti australiani, cedri, cipressi, magnolie, azalee, rose di Damasco, palme, piante grasse ed acquatiche provenienti da diverse parti del mondo, oltre alle discendenti delle prime camelie portate in Europa (sono infatti fiori tipici delle zone tropicali dell’Asia).

Vi si trova anche un’Aperia, in epoca borbonica il luogo deputato alle api, prima una grande serra semicircolare destinata all’esposizione delle coltivazioni in vaso e prima ancora grande cisterna vanvitelliana mai utilizzata in sostituzione dell’acquedotto carolino; un laghetto con una sorgente da finte rocce ed un criptoportico voluto da Carlo Vanvitelli ad imitazione di quelli di epoca romana che si stavano scavando ad Ercolano e Pompei, ornato da nicchioni con statue romane, marmi, del Solari la Venere inginocchiata su di una roccia, in perfetto stile antico: di imitazione anche il tempietto che si trova ai piedi di un altro specchio d’acqua, collegato al primo da un ruscello, ed anch’esso decorato con statue antiche, provenienti in questo caso da Pompei.

Sempre del Vanvitelli il Casino all’Inglese, anche se forse in origine dovette essere la casa del giardiniere, con basamento ed ordine di lesene doriche, un cornicione con medaglioni, undici stanze al piano terra, dodici al superiore, un sottotetto ed un altro ambiente per semi ed attrezzi, oltre a quattro serre esterne, di cui una costruita ex novo con tetto in vetro e riscaldamento autonomo, le altre tre in muratura. Vi si trovano anche un acquario per le piante acquatiche, un rosaio e la scuola botanica
Nel Parco il tema dominante è ovviamente l’acqua, in ogni sua forma, come elemento – forza motrice – forza benefica, come parte integrante di molti miti, rappresentati nelle altre diverse fontane: ninfe, i fiumi, Andromeda esposta al mostro marino, Aretusa trasformata in fonte (quella di Ortigia – Siracusa), Venere che nasce dalla schiuma marina, la ninfa Egeria trasformata in sorgente. Un trionfo del più spettacolare e benefico dei Quattro Elementi.













