Caserta e la sua Reggia
Caserta e la sua Reggia
Quando il fasto regna sovrano
Almalinda Giacummo
La Reggia di Caserta è opera maestosa di Luigi Vanvitelli per volontà di Carlo di Borbone, simbolo di prestigio della monarchia Borbone e nuova sede per la corte dopo il tentativo-minaccia di bombardamento da parte della flotta inglese a Napoli, quando nel 1742 a Carlo era stata richiesta la neutralità nell’ambito delle lotte per la successione austriaca.

Cominciamo dal committente: Carlo era figlio cadetto del re di Spagna Filippo di Borbone e di Elisabetta Farnese, ereditò il ducato di Parma e Piacenza come Carlo I, lo cedette all’Austria e passò a Napoli come Carlo VII, divenne inaspettatamente re di Spagna come Carlo III e come tale viene sempre ricordato. Viene spesso definito come il più intelligente dei Borbone dopo Re Sole: fu magnate e costruttore, protettore delle arti, delle scienze e delle attività artigiane ed industriali.
Vanvitelli venne assunto dal re nel 1750, dopo l’iniziale scelta caduta su Mario Gioffredo, il cui progetto consisteva in un palazzo roccaforte bastionato, chiuso alla città, prendendo ad esempio l’Escorial in Spagna ed il Palazzo di Diocleziano a Spalato; l’anno dopo fu acquistata la tenuta dei Caetani di Sermoneta a Caserta, anche se probabilmente era intestata ad un loro prestanome: nel 1751 venne presentato il progetto per la grandiosa costruzione ed il 20 gennaio 1752, giorno del compleanno di Carlo, quest’ultimo pose la prima pietra, seguito dal Vanvitelli stesso che ve ne pose una seconda con la scritta “Stet domus et solium et sorbole borbonia donec / ad superos propria vi lapis hic redeat” (rimanga questo palazzo, questa soglia e la progenie dei Borbone, finché questa pietra per propria forza ritorni in cielo). Il re fece poi dono al grande architetto di una cazzuola e di un martello d’argento con immanicatura in avorio, oltre ad un lauto stipendio, un’abitazione, una carrozza ed un cocchiere personali.

L’idea vanvitelliana era quella di un palazzo posto al centro di un sistema territoriale molto più complesso, costituito da assi stradali, aree costruite e paesaggi modellati dall’uomo, con un asse centrale che da un lato punta dritto verso Napoli dall’altro attraversa il Palazzo stesso ed ha in suo centro nelle fontane monumentali del Parco retrostante. Ed il re partecipò attivamente all’ideazione ed a parte dell’esecuzione: Carlo era dotato di buona mano nel disegno, sapeva comprendere i progetti architettonici e conosceva bene molte residenze reali, sia in Italia sia all’estero. Alla fine il progetto risulta anche intriso dell’esperienza Farnese di Caprarola e di Bagnaia, la madre del re, infatti, era l’ultima erede della famosa famiglia, Elisabetta.
La scelta cadde quindi su un luogo ove ci fosse lo spazio per ospitare una sorta di cittadella regale, ove concentrare tutto il potere, la corte, i ministri ed i loro ministeri, le iniziative e gli istituti culturali ma, forse, il motivo principale della scelta di Caserta fu la voglia di umiliare Francesco Caetani di Sermoneta, colpevole di aver partecipato ad una congiura contro il viceré spagnolo Medinaceli nel 1701.
I lavori procedettero abbastanza speditamente fino al 1759, quando Carlo partì per la Spagna per diventare re: era morto il suo fratellastro Ferdinando VI e lui dovette succedergli con il nome di Carlo III, sostituito a Napoli da Ferdinando IV, figlio della prima moglie Maria Amalia di Sassonia, che data la giovane età era consigliato da Bernardo Tanucci.
Carlo era appassionato di arte e di caccia e la Reggia sembra una summa delle passioni del suo re e dei suoi consiglieri: in questo periodo vennero intrapresi gli scavi di Pompei e di Ercolano, venne fondata l’accademia ercolanese per lo studio dei materiali venuti alla luce durante gli scavi, fu decisa la conservazione delle ricche raccolte d’arte di casa Farnese, ereditate dalla mamma di Carlo, Maria Elisabetta Farnese, ultima discendente di una delle più importanti famiglie della penisola, ma soprattutto si diede impulso all’edilizia cittadina con la ristrutturazione del Palazzo Reale, la costruzione del teatro san Carlo, della Reggia e del bosco di Capodimonte e della villa di Portici.
La costruzione della Reggia di Caserta quindi procedete più lentamente fino al 1764, quando fu sospesa a causa di una carestia, riprese l’anno dopo fino alla morte del Vanvitelli nel 1773, per essere finita nelle sue parti esterne ed interne dal figlio Carlo. Rispetto al progetto paterno, però, Carlo non poté realizzare la cupola centrale, le torri angolari e le costruzioni legate ai militari progettate per la piazza antistante. Collaborarono, fra gli altri, gli architetti Marcello Fronton e Francesco Collecini, il capo giardiniere Marcello Biancour, i capomastri Pietro Bernasconi e Carlo Patturelli.
Con Garibaldi la Reggia sale all’onore della cronaca poiché egli da qui scrive al re “rimettendogli il supremo potere” e consegnandogli la nuova provincia di Terra del Lavoro: fu quindi un bene della corona fino al 1919 e poi proprietà dello Stato Italiano. Nel 1943 divenne anche sede del Quartier Generale Alleato per il Mediterraneo e nel 1945 vi fu firmato il trattato di resa delle truppe tedesche in Italia.
La reggia in numeri è costituita da un vasto rettangolo di 247 x 190 m di laterizi e travertino di Santo Iorio, decorato con marmi dell’Italia meridionale e di Carrara, con quattro cortili interni costituiti dall’incrocio ad angolo retto di due corpi di fabbrica, cinque piani in alzato ed uno sotterraneo, 1200 stanze, 34 scale e 1742 finestre.
La facciata che prospetta sull’ellittica piazza Carlo III presenta un basamento bugnato con lesene e semicolonne scanalate e culmina in un attico balaustrato, ha tre ingressi: il principale doveva essere decorato da statue (Giustizia, Magnificenza, Pace e Clemenza) progettate ma mai realizzate, così come quella dello stesso Carlo da porre nel nicchione superiore, incorniciato da colonne binate e contenente un’epigrafe a memoria di Carlo e Ferdinando. Il movimento alla facciata è dato dalla leggera sporgenza degli angoli e del centro, in corrispondenza quindi dell’ingresso principale, così come il motivo ad arco dell’ingresso si ripete nel nicchione soprastante, sormontato da frontone a timpano.
Entrando dalla galleria a tre navate, con quella centrale per le carrozze, si può attraversare tutto il palazzo: chi fosse giunto da Napoli avrebbe potuto avere un colpo d’occhio incredibile fino alla Grande Cascata posta in fondo al Parco.

A metà si trova il vestibolo inferiore ottagonale, adorno di statue, alcune antiche, come l’Ercole, proveniente dalle terme di Caracalla a Roma tramite la collezione Farnese, altre di imitazione, come Venere, Germanico (A. Violanti), Apollo ed Antinoo (P. Solari). Percorrendo quindi lo Scalone d’Onore, a rampa centrale larga oltre 7 metri e due rampe parallele in lumachella di Trapani, si arriva al pianerottolo dove la doppia volta ellittica ospitava i musici che allietavano l’arrivo degli ospiti: leoni in marmo bianco, opera del Persico, stavano a guardia della Maestà, cioè la statua di Carlo di Borbone posta sopra un leone (Solari), della Verità e del Merito (Violani – Salomone), statue allusive del potere regio, sormontate dall’affresco della Reggia di Apollo e Stagioni.

Giunti al vestibolo superiore, anch’esso ottagonale, con copertura a volta ad otto pilastri trapezoidali con 24 colonne ioniche in breccia del Gargano, si può accedere alla Cappella Palatina, inaugurata nel 1784, a pianta rettangolare con abside semicircolare e volta a botte, secondo ordine a galleria di 16 colonne scanalate e tribuna reale sopra l’ingresso: l’aula era per i cortigiani e gli ospiti e si trovava allo stesso livello dell’ingresso. Il ciborio in pietre dure non venne mai realizzato, se ne vede il modello, mentre l’Immacolata è del Bonito; il resto della decorazione pittorica è andato distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale. Il re e Vanvitelli non avevano proprio la stessa idea per realizzarla ma il confronto con Versailles si mantiene: sostanziale differenza resta però l’ingresso per i reali che qui a Caserta avviene nel vestibolo con un successivo percorso nella sala di destra, mentre in Francia avveniva direttamente nella tribuna reale.
Sempre dal vestibolo, si accede quindi agli Appartamenti reali: la prima sala che si incontra è quella degli Alabardieri, o prima anticamera. Le armi borboniche sostenute dalle Virtù di D. Mondo accolgono sulla volta i visitatori insieme ai gigli borbonici, oltre agli stucchi del Brunetti e del Calì ed alle Armi borboniche sostenute dalle Virtù del Bucciano. Si passa quindi nella Sala delle Guardie del Corpo con la Gloria dei Farnese e le Dodici Provincie del Regno dello Starace nella volta e stucchi alle pareti: vi sono anche il marmo del Moschino, che rappresenta Alessandro Farnese vincitore delle Fiandre incoronato dalla Vittoria, ed un busto di Ferdinando I di A. Canova. Procedendo si entra nella Sala di Alessandro, terza anticamera in cui dovevano sostare i non titolati, anche se dal Vanvitelli in poi, passando per Murat, nominato re di Napoli nel 1808 e con cui fu sala del trono, e per Ferdinando II subì molti rimaneggiamenti: il Rossi dipinse nella volta le Nozze di Alessandro Magno e Rossane, medesimo protagonista maschile per gli stucchi delle sovrapporte, alle pareti Carlo di Borbone alla battaglia di Velletri (C. Guerra) e Carlo abdica a favore del figlio Ferdinando (G. Maldarelli).

Il trono di Murat fu realizzato insieme ad un poggiapiedi, una poltrona, una sedia ed uno sgabello da François Honoré Georges Jacob per Napoleone: dalla finestra si domina la facciata del Palazzo e lo stradone per Napoli. Qui si trovava un orologio denominato “Egizio”: fu realizzato da Carolus Baccaro nel 1823 utilizzando mogano e bronzo dorato; ha un quadrante 24 ore con iscrizioni e raffigurazioni allegoriche riguardanti il Tempo. Originariamente conteneva un carillon ed una lastra decorata con palme e un obelisco egiziano.
Girando quindi verso destra si entra nell’Appartamento Nuovo, realizzato entro la prima quindicina dell’800: la Sala di Marte, per militari, nobili e stranieri con Achille che travolge Ettore nella volta (A. R. Calliano) e l’Iliade in stucco (D. Masucci, C. Monti, V. Villareale), ed una spettacolare coppa in alabastro orientale dono di Pio IX a Ferdinando II. Quindi la Sala di Astrea, dove aspettavano gentiluomini, ambasciatori e segretari di Stato con il Trionfo della Giustizia di G. Berger nella volta; la successiva Sala del Trono è opera di G. Genovese (1844 – 45).

Prende il nome da un bel trono in legno dorato su bassa pedana, è decorata da 44 medaglioni con i re di Napoli da Ruggero I a Ferdinando II, saltando però Giuseppe Bonaparte e Murat, e dagli stemmi delle provincie del regno, mentre il Maldarelli ha dipinto nella volta la Posa della prima pietra del Palazzo: in effetti, ci vollero molti anni perché il progetto di terminare la Sala venisse affidato dopo la morte del Vanvitelli. Notevoli i lampadari a muro in bronzo dorato e cristallo di Boemia, oltre ai pilastri scanalati con stucchi dorati, che garantiscono gradevoli giochi di luce.

Si accede quindi all’appartamento del Re, sistemato durante gli ultimi anni di regno del Murat: la Sala del Consiglio ha nella volta Pallade che premia le Arti e le Scienze per mezzo del Genio della Gloria di G. Cammarano, sul tavolo barocco una corbeille in porcellana di Sèvres donato dalla città di Napoli al futuro re Francesco II per le nozze con Maria Sofia di Baviera (1859), sorella della Sissi ma molto famosa di per se stessa, oltre ad un altro tavolo con medaglioni in porcellana raffiguranti figure in costume. Seguono il Salotto di Francesco II, con un piano in pietre dure opera del Real Laboratorio di Napoli su disegno di G. Cappella, e la Camera da letto dello stesso Francesco, con il Riposo di Teseo dopo la lotta con il Minotauro nella volta, sempre del Cammarano, oltre ad una scrivania da considerarsi per alcuni la prima costruita con serrande avvolgibili in legno. Quindi in fondo una Camera da bagno, detta del re e della regina, neoclassica con vasca in granito e toeletta in marmo bianco, mentre nella volta una Cerere del Cammarano.
Rientrando nella camera da letto si accede invece al cosiddetto Appartamento Murattiano: il nome deriva dalla presenza di mobilio d’epoca proveniente dal Palazzo reale di Portici, oltre ad opere d’arte francese, qui portate, tra l’altro, anche da Carolina Bonaparte, sorella minore di Napoleone e moglie del Murat.

Vi è una Prima Anticamera con Minerva che invita Telemaco a partire da Itaca (F. Hill) nella volta e Tornei davanti alla Reggia (S. Fergola) alle pareti, una Seconda Anticamera con Ettore che rimprovera Paride (Cammarano) nella volta e Pranzo offerto ai poveri da Gioacchino Murat (G. Gigante) sulle pareti con altri dipinti francesi; quindi la Camera da Letto, con i mobili della medesima camera di Portici, il Salottino di Pio IX, ospite qui a Caserta e ritratto diverse volte, e l’Oratorio con ritratto del medesimo Papa.
Tornando indietro fino alla Sala di Alessandro si accede invece, sul lato sinistro di quest’ultima, all’Appartamento Vecchio, abitato fin dalla fine del ‘700, con grande sfavillio di oro nel mobilio e negli intagli di pareti nelle cui specchiature spiccano i tessuti di san Leucio, oltre a pavimenti in cotto dipinto a finto marmo e lampadari in vetro di Murano. La Sala della Primavera, per il soggetto della volta, o del Ricevimento, ha sei delle tele di J. P. Hackert sui Porti del Regno, segue il Salotto, o sala d’Estate, per l’Allegoria dell’Estate con Cerere e Proserpina nella volta (F. Fischetti), mentre il tavolo con piano in legno pietrificato sarebbe opera del Real Opificio delle Pietre Dure (G. Mugnai): deriverebbe da una sezione di quercia pietrificata da Girolamo Segato (1792 – 1836) seguendo un processo chimico sconosciuto.

Il Segato era nato presso la Certosa di Vedana, Belluno: nel Museo Civico di Belluno si trova una piccola raccolta di cimeli dello stesso Segato, fra cui alcune parti anatomiche, compresa una testa di donna, perfettamente conservate ma con procedimenti ancora da svelare, così come a Firenze, città in cui morì, nel Museo della Storia e della Scienza se ne conservano altri. La particolarità di questi reperti sta nel fatto che, stimolato dalla passione per l’archeologia e per le mummie egizie, cercò di riprodurle in patria, dando però vita a manufatti dalla consistenza lapidea, oltreché dall’aspetto perfetto: poiché non venne compreso, non divulgò mai la tecnica. Sepolto in santa Croce a Firenze, così recita il suo epitaffio: “Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l’arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell’umana sapienza, esempio d’infelicità non insolito”.

Segue la Sala da Pranzo, o dell’Autunno, con Bacco ed Arianna del Dominici nella volta e nature morte alle pareti; il Fumoir, o Sala dell’Inverno, vede Borea che rapisce Orizia del Fischetti, delle nature morte alle pareti, mobili neoclassici, un altro tavolo con piano in pietre dure del Mugnai; quindi lo Studio di Ferdinando IV, decorato da sette tempere dello Hackert e mobili forse di imitazione ottocentesca di originali attribuiti ad Adam Weisweiler; il Salottino del Re ha carte damascate alle pareti, Manovre militari dello Hackert alle pareti e vasi a figure rosse di imitazione antica opera della fabbrica Giustiniani, famiglia di abili e famosi ceramisti napoletani.

Segue la Camera da letto di Ferdinando II, con mobili che però sono successivi alla morte dell’imperatore, mentre gli originali vennero bruciati perché ritenuti contagiosi: secondo alcuni il re sarebbe morto di setticemia, per altri in seguito ad un’operazione per l’asportazione di un ascesso femorale inguinale, per altri ancora di coxite, quasi sicuramente era un obeso. Si accede quindi alla Sala di Lavoro della Regina, o Gabinetto degli Specchi, così chiamati per gli specchi veneziani presenti alle pareti e nelle cornici della volta: Gennaro Di Fiore ed Antonio Serio realizzarono i mobili, gli intagli ed il lampadario; poi alla Stanza da Toilette della Regina, di epoca ferdinandea, con le Tre Grazie che adornano Venere nella volta, specchi, intagli e mobili del Di fiore: da qui si può passare nel Gabinetto ad uso del bagno e nel Gabinetto ad uso del ristretto. La sala d’angolo è la Sala di Ricevimento della Regina, con l’Età dell’Oro del Fischetti nella volta, con la relativa Sala delle Dame di corte con Aurora che rapisce Cefalo, sempre del Fischetti e sempre nella volta.

A seguire si trova la Biblioteca Reale, allestita inizialmente da Maria Carolina d’Austria (1780 – 1784), figlia dell’imperatrice Maria Teresa e dell’imperatore Francesco I, sorella di Maria Antonietta, che promosse Napoli come centro delle arti, patrocinando pittori come Jakob Philipp Hackert. La biblioteca fu poi ampliata nei suoi volumi da Murat e da Ferdinando II: i più di diecimila volumi sono distribuiti fra la Prima Sala di Lettura, con pitture riguardanti l’inaugurazione della ferrovia Napoli – Portici, inaugurata il 3 ottobre 1839, soggetto amato da Salvatore Fergola, la Seconda Sala di Lettura, con mobilio d’epoca, e tele a soggetto mitologico e geografico del Giordano. Si può quindi accedere alla Prima Sala della Biblioteca con i Due emisferi, i segni zodiacali e le costellazioni opera nella volta di Francesco Pascale su disegno di Carlo Vanvitelli, alla seconda Sala con molti strumenti quali globi, cannocchiali e barometri databili tra ‘700 ed ‘800, e la Terza Sala della Biblioteca, con ancora armadi per libri ed affreschi a soggetto culturale di F.F. Fϋgger.

Nella Sala Ellittica, posta proprio al di sopra dell’ingresso sulla facciata principale, si trova il Presepe Reale, un monumento di sculture, più di 1200 su almeno 20 mq, opere del ‘700 e dell’800 di molti artisti quali G.B. Polidoro, N. Somma, la famiglia Vassallo, F. Gallo, S. Franco, L. Mosca, G. Gori, L. Ardia, specializzato nei cestini colmi di frutta e fiori, G. De Luca invece preferiva polli ed oche, i Celebrano… le statuette sono realizzate in terracotta per le parti “umane” (mani, piedi e viso) ed in fil di ferro e stoffa per il resto, con abiti che ricordano esattamente l’abbigliamento delle epoche in cui sono stati realizzati. Sempre il Fergola ricorda attraverso le sue vedute un altro famoso presepe allestito per il re Ferdinando II nel 1844 da Giovanni Colabianchi. La visita introduce in un mondo di ricchezza appena intuibile nella sua completezza: gli ambienti più recenti sono in stile impero, tipico dell’epoca murattiana, con elementi classicheggianti e giganti, mitologici ed in parte nostalgici, che danno vita a qualche elemento apparentemente discordante ed incoerente, dovuti anche ai tempi di realizzazione più lunghi rispetto agli ambienti più antichi, pensati e realizzati dal Vanvitelli, fra roccocò e neoclassico, in perfetto stile ferdinandeo, con realizzazioni in pittura, scultura ed ebanistica di ispirazione antica e realizzazione artistica contemporanea, nonostante un dromedario barbuto con in groppa una scimmietta e guidato da un servo di colore o un leone pelato…

Entrando infine dal secondo cortile si accede al piccolo Teatro di Corte: progettato e completato dallo stesso Vanvitelli, ha forma di ferro di cavallo con cinque ordini di palchi sovrapposti e decorati da giocosi puttini, per un totale di circa 500 spettatori, rivestimenti marmorei in pietra rosa e colonne in alabastro, la volta pittorica, opera di C. Gamba, vede rappresentato il dio Apollo con in mano una lira, che simboleggia l’armonia, che schiaccia il pitone, che rappresenta invece il vizio, il tutto in un’apoteosi del regno di Ferdinando IV, con le Muse ed i Quattro elementi e, fra due Fame alate, le imprese sia del re sia della regina. Al centro il palco reale sovrastato da una struttura a forma di corona, mentre dietro il palcoscenico si stagliava il Parco come scenografia. Si tratta di un raro esempio di teatro di Palazzo, parte integrante dello stesso, mentre in altri esempi, come Napoli o Torino, il teatro si trova collegato al Palazzo ma non all’interno. Nel 1768 il teatro era già pronto ed una trave lignea ne porta dipinta la data: l’inaugurazione di quella che era la rappresentazione della passione del Vanvitelli per il teatro, avvenne durante il carnevale del 1769 con commedie rappresentate dalla Compagnia di corte di Giambattista Lorenzi.
I commenti nel corso dei secoli non sono stati sempre lusinghieri: per storici del calibro del Gregorovius (1821 – 1891) si trattava di un palazzo noioso e privo di cose notevoli, adatto per essere utilizzato a fini pratici, magari realizzandovi all’interno una fabbrica; Goethe, invece, lo definì maestoso e regale, ma vuoto, troppo incompiuto, freddo come una tomba.

In totale la Reggia costò ai Borbone più di sei milioni di ducati… per venire completata ben dopo il 1845… forse…e non era necessaria ad una famiglia reale che nel giro di pochi chilometri di regge e palazzi ne aveva ben altri, Napoli, Capodimonte, Castel Capuano, Castel Nuovo… solo per citarne alcuni. Oggi invece una parte di un monumento di fama mondiale è ancora occupata dal Centro Polifunzionale, Scuola Specialisti dell’Aeronautica Militare Italiana. Vi sono inoltre una cospicua pinacoteca, con opere che vanno dai ritratti reali alle nature morte, passando per le allegorie, il Museo Vanvitelliano, con disegni, modelli e schizzi delle opere del grande architetto, non ultimo riguardanti la stessa reggia, il Museo dell’Opera e del Territorio ricorda invece le antiche origini della stessa Caserta, con reperti di età sannitica, rinvenuti all’interno di sette tombe in cassa di tufo e databili alla seconda metà del IV secolo a.C., e reperti relativi sia alla fabbrica, come ad esempio diverse opere dell’ebanista Antonio Rosz, proveniente dalla Westfalia, che realizzò per permettere ai reali di apprezzare “dal vero” i progetti, sia alla vita quotidiana della Corte, con numerose porcellane napoletane, soprammobili, portaorologi, puntaspilli, centrotavola, in un percorso che attraversa circa tre secoli di storia.












