Caserta, Casertavecchia e San Leucio

Caserta, Casertavecchia e San Leucio
Un territorio ricco di storia

Almalinda Giacummo

Fino al 1752 era solo un piccolo villaggio, di nome La Torre, poi la costruzione della grande Reggia diede un grande impulso alla edificazione di Caserta. Dal 1800 si chiamò Villa Reale, nel 1819 fu capoluogo della provincia Terra di Lavoro, istituzione con alterne vicende fra il 1927 ed il 1945, dal 1842 sede vescovile. Dal secondo dopoguerra, riscossasi dai bombardamenti alleati e dalla ritirata tedesca, gode di ampio sviluppo, fino ad inglobare sia San Leucio, sia le pendici del colle di Casertavecchia.

L’urbanistica della città rivela subito la sua giovane età: le strade sono diritte, gli edifici regolarmente distribuiti: l’ellittica piazza Carlo III è l’ingresso alla Reggia.
Il Vanvitelli padre morì sempre qui a Caserta, nel 1773, al numero 13 di Corso Trieste dove una lapide ricorda l’avvenimento: un’altra sua opera è la chiesa di san Sebastiano, ad una navata con altare in marmi policromi, alle pareti ss. Domenicane, s. Rosa da Lima e s. Caterina da Siena, opere di G. Mondo, P. Bardellino e G. Diano, di quest’ultimo anche ss. Anna e Gioacchino con la Vergine Bambina in gloria ed i santi Rocco, Michele ed Antonia Abate, sull’altare a sinistra; di D. Starace, invece, la Madonna con rosario ed i santi Domenicani, sull’altare di destra. Nell’atrio si trovano un’Addolorata (G. Scognamiglio, 1790) ed una s. Elena in adorazione della Croce ritrovata (seconda metà ‘600). Il Grande artista è anche al centro della piazza omonima, ritratto in una statua marmorea con basamento decorato da lastre bronzee che presentano bassorilievi con immagini sia della Reggia sia di altre opere del medesimo artista, mentre sui quattro pilastrini, sempre in bronzo, si trovano i simboli del mestiere di architetto.

Il Duomo è opera recente, del 1822, progettato da Giovanni Patturelli, presenta una facciata con portico chiuso da una cancellata, mentre l’interno è a tre navate spartite da colonne e coperte da cassettoni lignei. Dello Starace il san Sebastiano a sinistra dell’abside; di Paolo De Matteis Le Tre Marie al sepolcro e la Resurrezione di Cristo, a sinistra nella navata centrale, mentre a destra è pulpito marmoreo scolpito. La navata laterale in fondo alla navata destra aveva una statua lignea di Addolorata del XVIII secolo: alla fine dell’800 si sviluppò attorno ad essa una grande devozione in seguito ad un presunto miracolo consistito in un movimento degli occhi della statua, soprattutto su impulso di mons. Gennaro Cosenza. Il 9 ottobre 1898 il simulacro venne incoronato dal Capitolo Vaticano ed il 19 settembre 1948 lo fu nuovamente: è santuario diocesano dal 1902. La cappella è stata abbellita nel corso degli anni, l’immagine è stata incoronata, circondata da uno stellario d’oro e posta su un altare policromo, oltre ad un paliotto d’argento, candelabri e reliquiari napoletani: la festa dell’Addolorata viene celebrata il venerdì di Passione ed il 15 settembre, oltre ai sette venerdì precedenti, inoltre nella cappella viene esposta l’Eucarestia il secondo venerdì del mese, all’inizio del mese di settembre, il Giovedì ed il Venerdì Santo.
Nella stessa piazza si trova il Palazzo Vecchio, o Baronale, nucleo principale dell’antico villaggio de La Torre, costruito sicuramente prima del XVI secolo, proprietà sia degli Acquaviva sia dei Borbone, oggi sede di Prefettura e Questura.
Uscendo dalla città verso Nord – Est, ci si può dirigere al monte Virgo, dove sorge Casertavecchia: si passa per Casolla, con la chiesa dedicata a s. Lorenzo, settecentesca a due navate; nelle immediate vicinanze si trova anche Piedimonte di Casolla con la chiesa di s. Pietro ad montes, badia di monaci cassinesi, sorta forse sulle rovine di un tempio dedicato a Giove Tifatino, sicuramente edificata con materiale di reimpiego, sempre di epoca romana.

Si giunge quindi a Casertavecchia, piccolo borgo medievale piuttosto ben conservato: potrebbe avere origini longobarde, da Capua, ed essere sorta nell’VIII-IX secolo, mentre viene ricordata per la prima volta nel IX secolo con il nome di Casairta (Erchemperto), dando quindi risalto alla sua localizzazione in posizione elevata, sicura ed imprendibile. Fu gastaldato (nell’ordinamento medievale, il gastaldato o gastaldìa, era una circoscrizione amministrativa governata da un funzionario della corte regia, il gastaldo o castaldo, delegato ad operare in ambito civile, militare e giudiziario) e contea longobarda, parte del principato di Capua, sede vescovile dopo la distruzione da parte dei saraceni di Suessola e Calatia (861 – 880), quindi feudo dei Sanseverino, che la persero per aver parteggiato per Corradino di Svevia contro Carlo I d’Angiò, passò ai De Beaumont e dal 1295 ai Caetani; fu poi proprietà dei Siginulfo, dei Della Ratta, degli Acquaviva e poi di nuovo dei Caetani, fino a diventare proprietà della Corona nel 1750. Con l’incremento urbanistico di Caserta Nuova perse abitanti e denari, fino a diventare centro turistico nel periodo attuale.

Spicca nella piazzetta principale la Cattedrale di san Michele Arcangelo, iniziata dal vescovo Rainulfo nel 1113 – 1128 ma terminata solo nel 1153, come ricorda l’iscrizione posta nell’architrave del portale mediano: “Post patris excessum Rainulfi pontificatus / subsedit cathedram Nycolaus vir moderatus predecessoris fretus qui tempore dextra / caepit et hanc aulam dum quivit et extulit extra”. La facciata in tufo è rialzata al centro, con timpano triangolare e tre portali marmorei centinati per le tre navate: quello centrale presenta due leoni ai lati che reggono una cornice a fogliame, mentre al di sopra si trova un toro; quello di destra ha due animali simili a cavalli, a sinistra, invece, due centauri. Una prima monofora si trova sul portale sinistro, una di maggiori dimensioni si trova al centro della facciata ed è incorniciata da leoni poggianti su due leoni. Al di sotto del timpano alcuni archi penduli delimitano tutta la struttura esterna, mentre nella parte triangolare della facciata sei colonnine costituiscono sei archi ogivali: la cupola, o tiburio, la struttura che riveste la cupola senza gravarvi con il suo peso, è di forma ottagonale di pietre bicrome giustapposte a formare vari disegni, motivi geometrici, fitomorfi e zoomorfi, con due piani di archi intrecciati, con 24 colonne al primo piano e 40 al secondo.

A destra si trova poi il campanile, terminato nel 1234 dal vescovo Andrea, a pianta quadrata per 32 metri di altezza: alla base passa una strada entro arco ad ogiva con cassettoni rettangolari, quindi un piano di archi ogivali ciechi con finestra rettangolare successiva, due piani di bifore e terminale ottagonale centrale con arcate cieche e quattro torri circolari ai lati, anch’esse decorate da colonnine ed archi. Se si guarda bene al di sopra delle bifore, su ogni lato, si trovano quattro facce in pietra bianca: si tratta di un ritratto di Benito Mussolini.
Seguendo il lato destro della chiesa si osservano 7 monofore ed un portale chiuso con occhio nella parte superiore, stessa scansione anche per la navata mediana; al transetto si trovano 2 file di monofore con arco rialzato, sia sulla testata sia sui lati: uguale scansione a sinistra, anche se con importanti lavori di restauro. Finalmente l’interno: a croce latina con tre navate e 18 colonne di riutilizzo, forse provenienti dal famoso tempio di Giove Tifatino, bianche e di cipollino, capitelli corinzi e ionici, absidi semicircolari sul fondo e cupola ellittica con pennacchi a tromba e finestre murate.

Fra le opere notevoli conservate all’interno della cattedrale si possono osservare diversi elementi di recupero, come le due acquasantiere e la vasca battesimale, il pergamo, struttura rialzata utilizzata per le sole letture bibliche, pastiche seicentesca con pezzi di epoche precedenti; poi le tombe illustri, come quella di Antonio Alois, Giacomo Martono, vescovo di Caserta, Francesco II della Ratta, conte, e di Ortensio Giaquinto: queste ultime due sono del tipo realizzato dal celebre scultore Tino di Camaino, attivo fra Siena e Napoli entro la prima porzione del ‘300, con colonne tortili a nodo per il baldacchino che copre il sottostante sarcofago con la Pietà nei tondi, e la Fede, la Speranza e la Carità, per il Della Ratta (1359). La leggenda vuole che le colonne, pesantissime, siano quelle dell’antica Calatia: rivelatesi troppo pesanti per essere spostate con i sistemi dell’epoca, se ne occuparono le fate dei monti Tifatini che le trasportarono tenendole in piedi sulla testa, direttamente dalla città antica, in pianura, a quella sulla collina. Lo stile è siculo normanno, nel tiburio e nelle decorazioni ad archi incrociati, con influssi romanico pugliesi, nel transetto e nella finestra della facciata, e lombardo nell’impostazione e negli archetti pensili.

A destra della cattedrale si trova anche la chiesetta dell’Annunziata, opera gotica della fine del XIII secolo: preceduta da un portico settecentesco e con portale in marmo, ha tre monofore ogivali con rosa e campanile a tre piani, interno a navata unica, presbiterio con volta a crociera di costoloni inquadrata da arcone ogivale poggiante su semicolonne.
Poco oltre sono gli imponenti resti del Castello, originariamente composto da sei torri ed un mastio, con planimetria poliedrica: oggi si vede bene solo il mastio, alto in totale circa 30 metri, cilindrico nella parte superiore, a scarpa, di maggiori dimensioni ed in pietra bianca nella parte inferiore. Resti di altre strutture murarie nelle vicinanze.
Tutto il piccolo borgo di Caserta vecchia nasconde angoli suggestivi, portali in tufo ed in marmo, bifore, cortili e logge, resti di affreschi: se l’apparenza è di povertà e semplicità, in effetti i vicoli angusti, le case di pietra scura ed i pochi elementi decorativi suggellano uno dei meglio conservati esempi di medioevo meridionale.

A relativa distanza da Caserta si trova anche San Leucio: posta sulle pendici del monte omonimo e coronata da un castello, acquistata agli Acquaviva da Carlo III come riserva di caccia ai cinghiali, è una creazione effettiva di Ferdinando IV di Borbone (il Re Lazzarone o Re Nasone dei napoletani, 1751 – 1825). Inizialmente vi doveva essere solo una piccola cappella dedicata a san Leucio, vescovo di Brindisi, forse di epoca longobarda, quindi il re vi realizzò una piccola città ed un famoso setificio. L’idea era quella di creare una città in stile ippodameo, reticolo regolare di strade e isolati incentrata, nella sua forma circolare, sulla reggia-filanda e sulla sua piazza, introdotta dall’arco settecentesco con al centro lo stemma reale retto da due leoni, da nominare Ferdinandopoli, uguale e retta anche nelle leggi che avrebbero dovuto regolarla: grazie a Gaetano Filangieri, giurista e filosofo, e Bernardo Tanucci, politico di spicco e vero re al posto dell’inizialmente giovanissimo Ferdinando, la cittadina ebbe regole assai futuristiche in cui l’educazione pubblica era fondamento della pubblica tranquillità, la buona fede veniva considerata la prima delle virtù sociali, il merito l’unico mezzo di distinzione di una persona dall’altra… (!).

Fra le varie regole vi era anche l’uniformità nel vestire, il permesso di contrarre matrimonio solo fra provetti del proprio mestiere, il divieto per i genitori di stabilire alcunché a proposito del matrimonio dei propri figli, oltre all’abolizione della dote, la scuola obbligatoria dai 6 anni di età, il diritto ereditario entro il primo grado di parentela, indifferentemente per maschi e femmine, estromettendo testamenti di genere diverso, eventuale eredità dispersa al Monte degli Orfani; tassa obbligatoria dei lavoratori per consentire di dare una sorta di pensione ai vecchi ed ai malati, obbligo di vaccinazione contro il vaiolo, case tutte uguali ed abolizione della proprietà privata. Insomma, un capolavoro di democrazia e di uguaglianza, la cui redazione effettiva dovette essere di Antonio Planelli, anche se alla fine lui rimase misconosciuto mentre il merito restò del Re. Elementi principali della cittadina sono quindi lo Stabilimento Serico, con doppia rampa di scale in facciata, ed il Casino Reale di Belvedere, voluto sempre da Ferdinando: esistente e ben ricco di opere d’arte già sotto gli Acquaviva, fu restaurato da F. Collecini, architetto che progettò anche il resto dell’insediamento.

Nell’originale salone delle feste del Belvedere fu realizzata la cappella dedicata a san Ferdinando Re, con il parroco che dipendeva dal Cappellano maggiore del Re, e non dal vescovo di Caserta; mentre dalla terrazza del belvedere si ammira il panorama fino al mare, alla Reggia, al Vesuvio… Vi si trova anche una statua di Ferdinando IV vestito alla romana, negli appartamenti reali F. Fischetti ha affrescato, fra l’altro, la nascita ed il Trionfo di Bacco ed Arianna, nell’ambito di un ciclo allegorico con il dio del vino come protagonista, ed altrettanto notevole il bagno di Maria Carolina con disegni ad encausto di Philipp Hackert rappresentanti figure allegoriche. Anche nel Casino Reale del Belvedere si trovano giardini: sono all’italiana, posti su piani diversi e raccordati da scalette, con fontane ed alberi da frutta, peri, meli, limoni, peschi, albicocchi, susini, melograni ed agrumi.

L’arte della seta era quindi al centro del programma sia urbanistico sia sociale di san Leucio: ambasciatori e diversi altri personaggi giravano per l’Europa osservando e comprando ogni macchina ed ogni innovazione riguardante la produzione, mentre era attiva una protezione del prodotto interno con il divieto di importazione nel Regno di prodotti in seta. L’acqua dell’acquedotto serviva alla stessa produzione alimentando due enormi filatoi idraulici, mentre la materia prima, il baco, era allevato direttamente in loco. In ogni casa, poi, il re aveva fatto installare un telaio, perché l’amore per la filatura si instillasse in ognuno dei suoi cittadini: le case, rigorosamente tutte uguali, erano composte da una zona seminterrata e da due piani con due ambienti ognuno. In un piano si trovavano il telaio e la zona giorno, con cucina, servizio e sala da pranzo, a quello superiore due camere da letto, all’esterno un piccolo giardino.
Originariamente lo stabilimento doveva trovarsi alla vaccheria, con un opificio per veli gestito da maestranze piemontesi, da dove venne però trasferito dopo la morte dell’erede Carlo Tito il 17 dicembre 1778. Il re inoltre vi approntava delle battute di caccia, spesso aperte alla stessa popolazione della piccola città: oggi il palazzo è sede del Museo della Seta, con macchinari originali ancora funzionanti. Le sete provenienti da san Leucio si trovano in alcuni dei palazzi più importanti del mondo, come al Vaticano, al Quirinale, a Washington: si producevano stoffe per abbigliamento e per parati, in una ricca gamma di rasi, broccati, velluti. Nei primi decenni dell’Ottocento, con l’introduzione della tessitura Jacquard (è un tipo di telaio per tessitura che ha la possibilità di eseguire disegni complessi), la produzione si arricchì di stoffe broccate di seta, d’oro e d’argento, scialli, fazzoletti, corpetti, merletti. Si svilupparono anche dei prodotti locali, i gros de Naples e un tessuto per abbigliamento chiamato Leuceide. Ricca la gamma dei colori, tutti di origine naturale, dai nomi echeggianti la natura stessa: verde salice, noce peruviana, orso, orecchio d’orso, palombina, tortorella, pappagallo, canario, Siviglia, acqua del Nilo, fumo di Londra, verde di Prussia. La libertà ugualitaria di san Leucio finì con l’annessione al Regno d’Italia e la consegna del setificio ai privati: non furono le relazioni del re con le operaie a causarne la fine…

Caserta, la Reggia ed il suo Parco

Caserta e la sua Reggia

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