Ariccia
ARICCIA: NON SOLO PORCHETTA
Piccolo ma importantissimo centro del barocco romano
Almalinda Giacummo
Ariccia si trova adagiata su uno sperone tra due valloni boscosi. Ricordata nelle fonti al tempo di Tarquinio il Superbo, si schierò contro Roma con il capo Turno Erdonio, contro gli Etruschi di Porsenna ed Arunte con i Cumani di Aristodemo, ed ancora contro Roma con i Latini. Alla fine cedette e divenne Municipio, fu saccheggiata da Mario (87 a.C.) e rafforzata invece da Silla. Divenne meta dell’otium dei Romani abbienti. Nel Medioevo fu proprietà dei conti Tuscolani e dei Malabranca, poi fu venduta alla Santa Sede. Ancora proprietà Savelli ed infine Chigi.

Appena poco prima di arrivare ad Ariccia si trova la cosiddetta tomba degli Orazi e Curiazi: si tratta di una struttura con un grande basamento quadrato (7 x 15 m)con quattro grandi coni sugli angoli e, secondo alcuni, un altro cono centrale, il tutto in opera quadrata di peperino. Diverse sono le interpretazioni: secondo alcuni i cinque, ma più probabilmente quattro coni, starebbero a rappresentare i tre Curiazi ed i due Orazi morti, per altri rappresenterebbero le vittorie di Pompeo, ivi sepolto oppure, per somiglianza con la descrizione della tomba di Porsenna fatta da Plinio, si è supposto che possa trattarsi della tomba di suo figlio, Arunte. Inutile dire che si tratta di attribuzioni sicuramente errate: di certo si tratta di un monumento della fine dell’età repubblicana.
La città antica di Aricia sorgeva sul luogo della città attuale ma ad un certo punto dovette spostarsi più verso valle Riccia, seguendo gli sviluppi della via Appia antica: diversi gli ampliamenti della sua cinta muraria, inizialmente in cima alla collina con muro e terrapieno di VII – VI secolo a.C., quindi alle pendici, con resti in opera quadrata di fine VI – inizi V secolo a.C., quindi vicino alla strada che oggi dalla valle sale ad Ariccia i resti di una terza cinta, in blocchi squadrati disposti in filari orizzontali, di poco prima del II secolo a.C. con restauri di età sillana, cinta della quale faceva forse parte il Basto del Diavolo, un arco in conci di peperino, forse un’antica porta della cinta muraria.
Lungo il tracciato della via Appia antica, dalla valle verso la città, si incrociano i resti di un edificio termale di età severiana ed i resti di un tempio, detto di Diana o dell’Orto di Mezzo, di cui si conservano i muri perimetrali della cella rettangolare in opera quadrata, di tipo etrusco-italico con cella principale affiancata da due celle minori, quattro colonne sulla fronte e cinque sui lati lunghi, forse di II secolo a.C., di cui resta ignota l’attribuzione reale.

Proseguendo lungo l’Appia antica si incrocia il suo famoso viadotto, oggi lungo circa 198 m ed alto 11 m, anche se si tratta di misure parziali. E’ costruito in opera quadrata di peperino, con blocchi parallelepipedi bugnati: i blocchi delle testate, di testa e di taglio con filari di altezza minore sono attribuiti all’epoca sillana, quelli di altezza maggiore all’epoca di Augusto, i filari superiori con blocchi solo di taglio, invece, sono riferiti a rifacimenti di tarda età imperiale. Al primo rifacimento di età augustea, ed al suo realizzatore, sono correlati i resti del monumento di Latinio Pandusa, curatore della via e propretore di Mesia nel 19 d.C., oggi visibile all’interno del Parco di palazzo Chigi. Nel territorio sono poi da ricordare i resti della villa attribuita all’imperatore Vitellio (69 d.C.), di cui restano un ninfeo ed alcune cisterne.
Arrivando da Roma si passa sull’imponente viadotto detto Ponte di Ariccia, a tre ordini di arcate, fatto costruire da Pio IX ad opera dell’architetto neoclassico Ireneo Aleandri tra il 1847 ed il 1854: è lungo 312 metri ed alto “appena” 59, per molti anni teatro di suicidi, fino alla realizzazione delle tensostrutture di protezione. Fatto parzialmente saltare in aria dai Tedeschi in ritirata, fu ricostruito alla fine della Seconda Guerra Mondiale: un cedimento interessò invece due piloni nel 1967, poi ricostruiti.
Si entra con la via Appia Nuova in piazza della Repubblica, o di Corte, una maestosa platea voluta dal Bernini dopo il 1661. Si trattava in origine di uno spazio scosceso che venne quindi regolarizzato con la costruzione di cantinoni e la demolizione di palazzi preesistenti.
Sul lato sinistro è la mole di Palazzo Chigi, un castello a quattro torri con immenso parco retrostante: è fronteggiato dall’altrettanto immensa mole della chiesa di s. Maria dell’Assunzione, disegno di Gianlorenzo Bernini, con cupola, affresco interno con l’Assunzione di Maria del Borgognone (1666 circa). Voluta da Alessandro VII Chigi, fu costruita in parte con i soldi dell’Elimosineria Segreta, in un unico progetto architettonico che interessò l’intera piazza, chiesa, palazzo e fontane. Sono poi da comprendervi anche i casini laterali alla chiesa dell’Assunta, all’interno dei quali si dovevano installare le carceri.
Sulla stessa piazza affaccia anche la Locanda Martorelli, famosa per le pitture realizzata dal Kuntze (1727 – 1793), artista polacco seguace del Maratta e del Giaquinto, definito “l’ultimo pittore del Rococò a Roma”: le sue pitture rappresentano scene tratte dall’Eneide ed immagini della mitica fondazione della stessa Ariccia, oltre a Numa Pompilio e la Ninfa Egeria, la dea Diana e la battaglia del lago Regillo. Nel corso degli anni fu una sorta di meta obbligata per tutti gli artisti che viaggiavano in queste zone, oltre che per coloro che effettuavano il Grand Tour. Oggi è proprietà del Comune e sede di mostre artistiche.
In fondo al corso di Ariccia si trova Palazzo Primoli, proprietà nell’800 di Luciano Bonaparte principe di Canino e fratello di Napoleone. Ereditato dalla figlia divenne quindi proprietà Primoli: è di tipico gusto neoclassico ed ospitò numerosi personaggi famosi, da Eleonora Duse a Gabriele D’Annunzio, da Matilde Serao ad Aristide Sartorio.

Dal lato opposto all’ingresso si esce per porta Napoletana, si prosegue su altri due ponti ad arcate e si giunge al santuario di s. Maria di Galloro, costruito ed ampliato fra il 1624, ad opera del principe Paolo Savelli e dell’architetto Michele da Bergamo, ed il 1661, con movimentata facciata disegnata dal Bernini, così come forse anche l’altare maggiore in seguito alla salita al soglio pontificio di Alessandro VII, al secolo Fabio Chigi, ed interno a croce latina con cupola. L’immagine venerata è dipinta su un blocco di peperino e secondo la tradizione fu trovata nel 1621 in un bosco da Sante Bevilacqua. Sono poi presenti opere del Gimignani (s. Tommaso da Villanova, 1663) e del Borgognone (s. Francesco di Sales, 1663). L’8 dicembre vi giunge dalla città la processione della Signorina, dalla ragazza eletta a guidarla ed a presentare il voto di ringraziamento della comunità. Durante la peste del 1656 Ariccia fu risparmiata dal flagello, anche in conseguenza del suo relativo isolamento: gli ariccini tuttavia attribuirono la grazia alla Madonna di Galloro e si iniziò a celebrare una solenne festa presso il santuario di Santa Maria di Galloro, fissata per la prima o la seconda domenica di Avvento.[143] A partire dal 1668, quando papa Clemente IX istituì la festa dell’Immacolata Concezione, la data della festa venne spostata all’8 dicembre, festa appunto dell’Immacolata Concezione. Sicuramente però a fare da padrone in una visita ad Ariccia è sicuramente Palazzo Chigi. Costruito in origine nella seconda metà del XVI secolo dalla famiglia Savelli, divenne la fastosa dimora barocca che si vede oggi in base al progetto di Gian Lorenzo Bernini, coadiuvato dall’allievo Carlo Fontana, che per ordine della famiglia Chigi, nella persona del papa Alessandro VII, ne curò la sistemazione tra il 1664 ed il 1672. Il Palazzo ha un estensione di circa 2000 metri quadri ed è una elegante via di mezzo fra un palazzo, un castello ed una villa.

Notevoli la Sala delle Belle, con le pareti adorne di ritratti di gentildonne dell’aristocrazia romana del Seicento, la Stanza delle Suore, con ritratti di giovani fanciulle della famiglia Chigi andate in sposa a Cristo, ed il Gabinetto dei Ritratti, con la successione dei Chigi dal ‘400 ad oggi, così come in questo palazzo si conserva il busto in terracotta di papa Alessandro VII opera di Melchiorre Cafà. Sono di gusto e fattura pregevole la Farmacia, su progetto del Fontana con tavoli da muro di disegno berniniano. Una delle particolarità maggiori del palazzo sono poi i parati “Cordova” in cuoio stampato. Al Tempesta sono invece attribuite le decorazioni con volatili e segni zodiacali del piano terra, mentre opera berniniana di squisita fattura è la sanguigna con san Giuseppe con il Bambino presente in cappella.
Le parti visitabili sono le Stanze del Cardinal Flavio Chigi al pian terreno, il Piano Nobile al primo piano e, nei periodi in cui sono allestite delle mostre periodiche, le aree museali al secondo piano. L’appartamento privato del Cardinal Flavio Chigi è disposto al pian terreno ed è suddiviso in nove sale che conservano l’arredamento originale del XVII secolo e opere di grande importanza di maestri del ’600 come il Baciccio e Salvator Rosa. Il Piano nobile costituisce la sezione principale del Palazzo, una vasta area comprendente circa venti sale al primo piano. In questa sezione del Palazzo si trovano ambienti di grande importanza che hanno conservato gli arredi originali del ’600; qui è esposta la quasi totalità della Collezione Chigi permanente costituita da opere pittoriche e scultoree di grandi artisti quali Gian Lorenzo Bernini, il Baciccio, Jacob Ferdinand Voet. Di grande interesse i rarissimi parati in cuoio di origine spagnola risalenti al XVII secolo che rivestono tutta l’area seicentesca del piano nobile. Le Aree Museali si trovano al secondo piano del Palazzo e sono divise in due sezioni: nella prima sezione è esposta permanentemente la Collezione donata al Palazzo dallo storico dell’arte Maurizio Fagiolo dell’Arco, la seconda sezione ospita le mostre temporanee organizzate presso Palazzo Chigi. La Collezione Fagiolo, donata al Palazzo Chigi come nucleo iniziale per la creazione del primo Museo del Barocco, comprende opere del Cavalier d’Arpino, Gian Lorenzo Bernini, Pietro da Cortona, il Baciccio, Andrea Sacchi e Andrea Pozzo. Presenti anche tele dei loro allievi, come Ciro Ferri, Giacinto e Ludovico Gimignani, Giuseppe Passeri. La collezione presenta anche dipinti di artisti francesi o fiamminghi che hanno soggiornato a Roma, come Jean Lemaire, Jan Miel, il Borgognone, Jacques Stella. Sono poi presenti anche Pier Francesco Mola. Mario de’ Fiori, Carlo Maratta, Giacinto Brandi, Giovanni Maria Morandi.

Annesso e parte assolutamente integrante del palazzo è anche il Barco Chigi: è una delle poche zone verdi dei Colli Albani nelle quali non c’è stata penetrazione del castagno ed in cui sono sopravvissute le specie vegetali più antiche, per lo più querce, ma anche lecci, aceri, carpini, oltre ad alcune sequoie californiane piantate nell’Ottocento. L’area boscosa che oggi compone il Parco Chigi esisteva fin dall’età pre-romana, ed in età romana venne chiamata nemus Aricinum – dalla città di Aricia- e nemus Dianae – poiché presso il vicino lago di Nemi sorgeva un famoso tempio dedicato alla dea della caccia Diana, cui era consacrato l’intero bosco circostante – o nemus Artemisium. Viene ricordato da molti autori classici, fra cui Orazio, Ovidio e Strabone, olte a molti autori più recenti, quali Goethe, Ruskin, Sand e D’Annunzio.
Con il Cristianesimo, il bosco ariccino perse ogni caratteristica di sacralità. Nel Quattrocento Ariccia fu feudo dell’Abbazia di Santa Maria di Grottaferrata, e l’abitato andò progressivamente spopolandosi: tuttavia nel 1473 il cardinale Giuliano Della Rovere, abate commendatario dell’Abbazia di Grottaferrata, permutò il feudo di Ariccia con Mariano Savelli, in cambio del Borghetto di Grottaferrata, fortificazione situata al X miglio della via Anagnina. In questo periodo iniziò la ricostruzione di Ariccia, poiché i Savelli si erano impegnati “ad costruendum [castrum Ritiae], aedificandum, reparadum”: fra le altre cose, fu interesse dei Savelli far costruire anche una piccola tenuta verde recintata fuori dalle mura paesane.

Nel corso del Cinquecento andò quindi formandosi il nucleo originario del Barco, concepito come riserva di caccia: durante la prima metà del Seicento vennero recintate l’Uccelliera e la Vignola. La sistemazione dell’Uccelliera si fa risalire agli anni attorno al 1628, con Bernardino Savelli duca di Ariccia da parte di papa Urbano VIII: viene dficicata in forme “romane” al di sopra di una probabile zona di cava di età romana, con archi e strutture murarie in opera laterizia, e sul pavimento un mosaico in tessere bianche e nere.

Vicino all’Uccelliera si trovano i resti di costruzione tardo-medioevale, detta “il Bove”: potrebbe trattarsi dell’antica chiesa dedicata a san Rocco situata fuori le mura nella località denominata appunto Prati di San Rocco. La Vignola, altro nucleo seicentesco del Parco, è situata dall’altra parte di un canalone di acque piovane, ed era in origine adibita a vigneto. Il Parco, anche dopo la recinzione di una vasta area che si estendeva dallo sbocco del canalone in Vallericcia fino alla Pietrara, era piuttosto limitato rispetto all’attuale estensione e non raggiungeva il palazzo che fu il nucleo originario dell’attuale Palazzo Chigi. Vennero perimetrati nel parco il Giardino, il Bottino e una parte dei Prati di San Rocco: in questo periodo si ipotizza fossero dislocate nel parco cinque o sei fontane e vi fossero tre portali d’ingresso. Il 7 settembre 1664 papa Alessandro VII, nuovo proprietario, discusse con Gian Lorenzo Bernini dei lavori da effettuare per la sistemazione dei viali del parco: una notevole anticipazione di quelli che saranno poi i parchi romantici, naturalistici al punto da far emanare ai proprietari Chigi l’ordine di non spostare le piante cadute, a meno che non intralcino il passaggio, ma di lasciarle al loro posto,per farle tornare alla terra marcendo, come in natura. Il 2 aprile 1666 la Comunità di Ariccia vendette al principe Agostino Chigi l’ultima parte dei Prati di San Rocco, che separava il parco da Palazzo Chigi: così parco e palazzo divennero una realtà continua. Tra il 1666 ed il 1667 i Chigi acquistarono ben cinque vigne da privati ariccini per ampliare ulteriormente il parco. Il patrimonio boschivo recintato di proprietà dei Chigi ad Ariccia ammontava a 163 ettari al termine dei lavori di ampliamento: nel 1805 i Chigi tuttavia acquistarono il bosco della Selvotta, verso Albano Laziale: in questo modo il patrimonio boschivo venne esteso a 274 ettari. Nel 1850, per la costruzione del ponte di Ariccia che oltrepassa il canalone rappresentando il più rapido collegamento tra Albano ed Ariccia, una striscia ai margini del Parco Chigi viene espropriata dal governo pontificio: la Peschiera venne così abbandonata e con essa anche un ingresso che si venne a trovare sotto agli archi del ponte. Gli ultimi ampliamenti del perimetro del parco risalgono al primo decennio del Novecento: nel 1886 venne aggiunto il Giardino Nuovo, situato verso Ariccia fuori porta Napoletana; nel 1907 invece il Comune di Ariccia concesse al principe Mario Chigi circa 900 metri quadrati del piazzale realizzato alla testa settentrionale del ponte di Ariccia. Ne fa parte anche una Neviera, all’interno della quale veniva appunto conservata la neve, raccolta a Rocca di Papa e coperta con paglia, per consentirne il consumo alimentare durante l’estate. Vicino all’uccelliera si trova poi il cosiddetto sarcofago di Simon Mago, uomo di “magia” della Samaria che, dopo aver ascoltato le prediche del diacono Filippo, decise di farsi battezzare. Successivamente, però, cercò di comperare da san Pietro il potere di amministrare anch’egli con la semplice imposizione delle mani lo Spirito Santo, incorrendo nelle ire dell’Apostolo.

Da questo antico tentativo di commercio di cose sacre deriva il termine di simonia. Altre testimonianze sulla sua vita derivano solo da testi apocrifi, in base ai quali Simon Mago risiedette a Roma durante i regni degli imperatori Claudio e Nerone. Qui ottenne fama e gloria, ma fu sfidato ad un confronto pubblico da san Pietro e san Paolo. In questo confronto morì in due modi diversi, secondo due leggende diverse: si fece seppellire in modo da dimostrare di poter risorgere dopo tre giorni, ma morì nella tomba; oppure durante una dimostrazione di levitazione al Foro Romano dinnanzi all’imperatore Nerone, per le preghiere dei suoi avversari, precipitò morendo sul colpo. E’ poi ricordato anche da Dante nell’Inferno (XIX, 1-6), “O Simon mago, o miseri seguaci che le cose di Dio, che di bontate deon essere spose, e voi rapaci per oro e per argento avolterate, or convien che per voi suoni la tromba, però che ne la terza bolgia state”. Attualmente dell’immenso parco Chigi è visibile sono una piccola parte.
Curiosità: è “il palcoscenico” di tutte le scene d’interno di Donnafugata, la residenza del Gattopardo di Luchino Visconti, quella in cui Claudia Cardinale e Burt Lancaster volteggiano sulle note della sua famosa musica…
E poi ad Ariccia, al km 11,600 circa si trova quella che sembra una discesa ma che invece determina uno strano comportamento in tutti gli oggetti sferici o cilindrici: tendono a risalire la pendenza… Così come fa anche l’acqua…, che prima si raccoglie a formare una pozza, poi si trasforma in rigagnolo e risale la discesa… nonostante la spiegazione che ne viene normalmente data riguardi l’illusione ottica, secondo alcuni sarebbe doveroso studiare gli effetti di un’anomalia della forza di gravità.
Infine fra le prelibatezze alimentari della zona deve di necessità essere ricordata la Porchetta di Arccia: si tratta di un maiale da latte svuotato delle interiora e riempito di sale, lardo, aglio , rosmarino e cotto intero allo spiedo, tipico della cucina romana. Da non confondere con certe brutte copie vendute in molti supermercati. Ancora si possono ricordare i pangialli, con uva passa, nocciole, mandorle, canditi, miele e cioccolato, i tozzetti di miele, farina, nocciole, mandorle, noci, gustati durante tutti i periodi dell’anno e, in particolare, in quello natalizio. Il tutto innaffiato dai famosi Vini dei Colli Albani D.O.C., prodotti ad Ariccia, Albano, Castel Gandolfo, Lanuvio, Pomezia.
Per maggiori informazioni si può consultare l’aggiornatissimo sito internet del Comune di Ariccia http://www.comunediariccia.it e quello dello stesso Palazzo http://www.palazzochigiariccia.it/ .












